Morto Mr. Ikea, maestro di sottrazione

Quando muore un personaggio come Ingvar Kamprad, ovvero le prime due lettere della parola IKEA, fondatore e vero e proprio Nume  della celebre azienda di mobili svedese, c’è di che meditare. Se non lo sapeste, se n’è andato ieri, domenica 28 gennaio, proprio il giorno della settimana deputato a visitare i suoi negozi e a montare i mobili che ha prodotto per oltre settant’anni. Ovvero a partire dai suoi 17, età in cui fondò il colosso mondiale che ha diretto con maniacale attenzione e smisurato potere fino al 2012 quando ha, almeno apparentemente, lasciato l’azienda ai tre figli. Le ragioni per meditare sono diverse.

 

La prima, più istintiva, probabilmente ha a che vedere con il fatto che si trattava di uno degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio personale le cui stime si attestano intorno ai 33 miliardi di dollari. Avete capito bene, fantastiliardi, come quelli di Paperon de’ Paperoni cui è impossibile non associarlo e per tre buone ragioni: la ricchezza, l’avarizia e l’essersi fatto da sé.

 

Diciamocelo francamente, tutti vorremmo essere ricchi. Dopotutto, come diceva quel raffinato filosofo di Massimo Catalano a Quelli della notte, è meglio essere ricchi che poveri. Ma vi immaginate avere tutti quei soldi? Poter spendere e spandere senza riuscire neanche a vedere calare il livello delle monete nel deposito. Deve essere fantastico. Desiderate qualcosa? Potete averla. Qualunque. Ma non il vecchio Kamprad. Lui, come Paperone, si dice abbia continuato a comprare vestiti usati, a guidare la stessa vecchia Volvo anch’essa usata, e a vivere in una casa tutt’altro che principesca. Ogni tanto pare si regalasse una camicia. Non una camiceria, che avrebbe potuto perfettamente permettersi, ma un singolo esemplare, proprio come quello che molti di noi riescono a comprarsi di tanto in tanto. Sappiamo bene perché zio Paperone non volesse spendere neanche un decino, amava troppo nuotarci dentro. Cosa spingesse il fondatore di IKEA a una tale morigeratezza invece è meno chiaro, visto che l’esperienza fisica del denaro si è persa da molto. Niente decini, lingotti o diamanti, e nemmeno pouf pieni di quattrini, che gli sarebbero costati anche poco visto che li produceva lui. Cosa appagava Kamprad? Perché tutto quel risparmio? Perché un’indifferenza così manifesta nei confronti della sua ricchezza? Per dare il buon esempio amava dire. Come quando, dopo aver tagliato il nastro rosso per inaugurare una statua che lo rappresentava lo ripiegò con perizia e lo diede al sindaco sussurrandogli che avrebbe potuto riutilizzarlo ancora. Ma forse la ragione non era quella. Forse semplicemente voleva dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che i soldi non erano la cosa che aveva in maggiore abbondanza.

 

_

 

Ed eccoci al terzo spunto di meditazione: il self made man. Kamprad ha cominciato vendendo fiammiferi, poi mobili realizzati da altri, poi ha preso a far fare i suoi e poi, beh, lo sappiamo. La sua storia imprenditoriale è lunga più di settant’anni, dunque zeppa di particolari importanti, ma il senso è quello: si può cominciare da niente e finire con tutto. Eppure Mr. IKEA non ha inventato nulla. Non è Steve Jobs, non ha visto il futuro cinque o sei volte di seguito, immaginando oggetti che prima non esistevano. Lui in fondo ha sempre venduto mobili carini e poco costosi, qualcosa per la quale non è apparentemente richiesta alcuna particolare genialità, nessuna “visione”. Eppure qualcosa di speciale Kamprad ce l’aveva eccome. Anche lui ha inventato qualcosa, anche se apparentemente si tratta una cosa meno sofisticata di un iPhone. Direi che si tratta della semplicità. Non che non esistesse prima, solo che non aveva questa forma, almeno nell’industria, e in particolare in quella del mobile. In fondo ha passato la vita a togliere sempre qualcosa da qualcos’altro. Ha cominciato togliendo il montaggio dai mobili, poi ha tolto lo spazio dalle confezioni di quegli stessi mobili, poi ha tolto da questi ultimi le componenti costose come i legni pregiati o le lavorazioni più sofisticate, e su su fino a togliere ogni fronzolo dal design lasciando l’essenziale.

 

Ma come si capisce che cos’è l’essenziale? È quella la difficoltà a ben pensare. Decidere dove fermarsi, ed è in questo che Kamprad era maestro, nello stabilire il punto esatto oltre il quale togliere ancora sarebbe stato sbagliato. In fondo è ciò che contraddistingue i mobili IKEA dai concorrenti, l’equilibrio. Quello fra costo ed estetica, ma anche fra sforzo e risultato, fra vantaggio e svantaggio, fra rinuncia e piacere. “È tutto un equilibrio sopra la follia” cantava Vasco Rossi. Sì, la follia, quella della perfezione, che consiste nel far sembrare oggettivo ciò che non può che essere soggettivo. D’altronde, per definire la semplicità, il dizionario tira in ballo la naturalezza, ovvero la natura, che oltre a essere per definizione il luogo della perfezione è anche quello della semplicità (dice sempre il dizionario: principio di semplicità, principio in base al quale si asserisce che fra due possibilità – per es. due ipotesi per una teoria scientifica –, a parità di altre condizioni va assegnata maggiore plausibilità a quella che si può formulare nel modo più semplice).

 

Che fosse questo ciò cui davvero Kamprad aspirava, la perfezione? Pensiamoci: per una vita il signor IKEA aveva cercato il punto di equilibrio in ogni cosa e aveva finito per trovarsi con una ricchezza decisamente smisurata. Negarne gli effetti era l’unica possibilità, presentandosi come una persona qualunque, piena di difetti che andavano dall’alcolismo alla dislessia, fino alle simpatie giovanili per il partito nazista (il “più grande errore della mia vita” ebbe a dire). Oltre ovviamente a continuare a esercitare quelle capacità che dovevano dargli così tanto piacere. Doveva essere quello l’equivalente del bagno nelle monete di zio Paperone, decidere. D’altronde si sa, comandare è meglio… beh, di molte altre cose. Il punto è che Kamprad faceva anche questo senza apparente sforzo. Non alzava la voce, non si imponeva, era un simpatico vecchietto che portava i giornalisti in barca con lui a pescare. E remava lui. Anche con i suoi dipendenti sembra non facesse che discutere, porre domande e ascoltare. Eccelleva in fondo nell’attività che caratterizza il commercio: la comunicazione.

 

Rimane da capire cosa succederà ora che Ingvar Kamprad non c’è più. È questo il problema con le personalità di questo calibro, da Enzo Ferrari a Steve Jobs. Non si tratta di semplici capitani di azienda, ma di forme di vita che includono alcuni padiglioni, qualche centinaio di migliaia di dipendenti e diversi asset finanziari. Soggettività talmente complesse che esistono ben al di là della persona, includendo appunto l’intera azienda come fosse un unico, gigantesco corpo che ne definisce l’identità. La paura è sempre quella, che togliendo a questo corpo il suo cervello esso si afflosci e muoia. Ma è lì che si vede l’intelligenza del capo, saper fare in modo che il corpo continui a vivere. Si è molto parlato del dopo Jobs in Apple. Come sappiamo l’azienda ha continuato a crescere, anche se per alcuni ha perso quello slancio visionario che aveva il suo fondatore. Jobs sapeva che sarebbe morto e, da par suo, ha cercato di prendere le contromisure perché non succedesse la stessa cosa anche alla sua azienda. Ha scelto le persone giuste, ma soprattutto ha fatto in modo che condividessero il progetto che stava dietro Apple. Perché è questo in fondo un’azienda: un’idea che è pensata in funzione della sua realizzazione. IKEA è diventato sinonimo di design, ma il design, prima ancora che riguardare mobili e punti vendita, ha a che fare con ciò che tiene insieme tutto questo. C’è un progetto di IKEA che va oltre ciò che produce, un metaprogetto se volete, che riguarda tutto e tutti, ovvero l’azienda intesa come una forma di vita il cui scopo, almeno per suoi fondatori, non è il denaro. Per Kamprad questo progetto aveva a che fare con la semplicità, e con la perfezione che si portava dietro. Qualcuno chiama tutto ciò “filosofia”, come se si trattasse di un pensiero astratto, un’idea a partire dalla quale, poi, si dà forma alle cose. Non c’è una filosofia del design, il design è già filosofia, solo portata avanti con altri mezzi. Una filosofia che deve i suoi concetti alle cose, ai problemi che pongono, ma soprattutto alle relazioni che instaurano con le persone.

 

Forse allora un pezzetto dell’anima di Kamprad vive nella libreria Billy che tutti abbiamo in casa.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!