Parisi, o caro

Ico Parisi (1916-1996): o lo si adora o lo si ignora. Non ci sono mezze misure. Il secondo atteggiamento è stato purtroppo quello che ha prevalso, dopo la sua morte e fino ad oggi, nella cultura ufficiale; il primo connota invece da decenni il mondo del collezionismo, sostenuto dalle aste internazionali di design, dove le sue opere sono battute spesso a quotazioni record.

 

Sopra: tavolo da pranzo, 1950, MIM; carrello in noce e vetro, 1950; carrello bar, 1950. Sotto: consolle con piano in rame smaltato con disegni di Pietro Zuffi eseguito da Paolo De Poli, 1954, Altamira (USA); servomuto Gentleman, Fratelli Reguitti, 1950 circa; due vedute della consolle in palissandro, 1949, Spartaco Brugnoli.

 

A destare l’interesse dei suoi estimatori è soprattutto la goniomorfica leggerezza dei suoi arredi degli Anni Quaranta e Cinquanta, così eleganti e raffinati nella loro modernità. In un’epoca, quella del razionalismo, dominata dall’angolo retto (de “i rettangolari architetti”, come ebbe a definirli Carlo Emilio Gadda, che “farebbono cipria del Borromini, come di colui che rettangolare non è, ma cavatappi”), Parisi ha sempre prediletto nei suoi arredi di quegli anni gli angoli acuti generati da linee svettanti e audacemente convergenti, atte a sostenere piani trasparenti o sedute raramente parallele al suolo. Inoltre, poiché amava i contrasti, ha spesso perseguito un paradosso statico progettando tavoli e consolle dai pesanti piani di marmo o di rame smaltato, improbabilmente sorretti da sostegni filiformi e acutangoli. Quasi fosse stato il Magritte del design, sfidava la legge di gravità, ponendo in alto il greve e in basso il lieve, così che davanti a una sua opera di quell’epoca ci si domanda: È greve? È lieve? E in virtù dello scambio sinestetico fra tatto e vista, solo il tangerla scioglie l’enigma.

 

In alto: tavolo mensola mod. 1109, in noce lucido con piedini e attacchi in metallo argentato e ottone, progettato nel 1947. In basso: tavolo tondo; tavolo da pranzo scultoreo progettato con la collaborazione di Edgardo Mannucci per una residenza privata a Roma circa 1950, piano in cristallo di Fontana Arte, pezzo unico. 

 

Coppia di comodini, 1950; coffee table, 1953, piano in rame smaltato con disegni di Pietro Zuffi realizzato da Paolo De Poli, Altamira; carrello portavivande in palissandro e vetro, 1950; servomuto in massello di faggio e seduta in corda, 1956, Fratelli Reguitti; tavolino da te in noce biondo e vetro, 1954; coppia di tavoli da pranzo per l’Antica Osteria Cavallini di Via Mauro Macchi a Milano, 1955 circa. 

 

Ico Parisi, meglio noto nell’ambiente come “Il Pa”, è stato indubbiamente uno dei più fervidi e poliedrici artisti italiani del Secondo Novecento. Se fosse stato ancora in vita, lo scorso 23 settembre, avrebbe compiuto cento anni. Architetto, designer, grafico, fotografo, regista cinematografico, scenografo, pittore e urbanista, Ico, Domenico all’anagrafe, era nato a Palermo ma si era diplomato perito edile a Como, città in cui si era trasferito a vivere con la famiglia. Giovanissimo, andrà a lavorare presso lo studio di Giuseppe Terragni, attorno al quale si aggregava l’avanguardia architettonica e artistica comasca e milanese di quel tempo così prolifico di geni, quali Pier Maria Bardi, Massimo Bontempelli, Cesare Cattaneo, Pietro Lingeri, Marcello Nizzoli, Edoardo Persico, Mario Radice, Manlio Rho, Alberto Sartoris, Renato Uslenghi ed altri. Saranno proprio queste frequentazioni ad agire in profondità sulla sua formazione e a fare di lui quel progettista totale, capace, secondo la felice formula coniata da Ernesto Nathan Rogers, di occuparsi egregiamente di tutto con il medesimo impegno e successo, “Dal cucchiaio alla città”.

La laurea in architettura, “Il Pa” se la guadagnerà sul campo nel 1950, dopo aver già realizzato alcuni capolavori. La conseguirà a Losanna con Alberto Sartoris, suo amico e mentore, oltre che teorico del movimento razionalista italiano che così lo definisce:

 

“Pittore, plasticien, animatore di performances, designer e costruttore”.

 

Già sì, perché Ico costruttore lo è stato veramente, un artista nella più pura accezione rinascimentale, che sperimentava da sé, nel proprio atelier-bottega di via Diaz 24 a Como, l’esito statico ed estetico dei suoi progetti. 

 

Fu proprio Como, la sua città d’adozione, a tenere a battesimo nel 1937 il suo esordio pubblico. Diplomatosi da soli due anni, parteciperà infatti con Fulvio Cappelletti, Giovanni Galfetti e Silvio Longhi alla Mostra Coloniale di villa Olmo, dove realizzerà la Torre Segnale all’ingresso (così all’avanguardia nella sua tubolare modularità, da imparentarsi, se pure con segno politico opposto, alle realizzazioni costruttiviste e suprematiste di Tatlin e di El Lissitzky), vi allestirà inoltre il Salone d’Onore e la sala della Preparazione bellica, coniugando, come farà poi per tutta la sua lunga carriera, l’architettura alla fotografia e alla grafica, nel segno di quella Unità fra le Arti che gli era tanto cara. 

 

Sopra: Como, Mostra Coloniale, Torre di segnalazione ,Villa Olmo, 1937, Ph. Ico Parisi (Como, Pinacoteca Civica di Palazzo Volpi); Como, Mostra Coloniale, Salone d’onore, 1937; Ico Parisi e Giovanni Galfetti a Como, davanti alla Casa del Fascio di Terragni negli anni Quaranta. Sotto: bozzetto per il manifesto della I mostra dell’arredamento, Como, 1945 (inchiostro di china su carta, Modena, Galleria Civica); progetto per la I mostra dell’arredamento, Como, 1945; progetto per la casa di Alida Valli, 1939, (carta da lucido, inchiostro di china e matita, Modena, Galleria Civica) 

 

Visto l’esito positivo della loro collaborazione, i quattro daranno poi vita al gruppo Alta Quota, in seno al quale Parisi elaborerà i suoi primi progetti, come ad esempio le scenografie per il Teatro Sociale di Como (1937-40), l’arredamento delle seterie Sacchi, sempre a Como (1940) e la casa dell’attrice Alida Valli (1939, purtroppo non realizzata). Il gruppo si scioglierà nel 1940, quando i suoi membri riceveranno la chiamata alle armi.

Al rientro dal fronte, nel 1945, il “Pa” organizzerà a Como la I mostra dell’arredamento, che avrà grande successo. La sua consacrazione come designer di mobili avverrà però soltanto nel 1947 a Milano, in occasione della mostra promossa da Fede Cheti (la nota creatrice di tessuti per l’arredamento) congiuntamente alla rivista Domus. Intitolata Lo stile nell’arredamento moderno, vedrà il nome del nostro accanto a quelli di Franco Albini, Fabrizio Clerici, Gio Ponti Carlo Mollino, Ettore Sottsass, Pietro Chiesa, Carlo Enrico Rava, Guglielmo Ulrich, Giulio Minoletti e di altri ancora. In quell’occasione sarà pubblicato per i tipi di Göerlich il volume di Guglielmo Ulrich dal titolo: Arredatori contemporanei, con trecento fra illustrazioni e disegni. Del successo della manifestazione darà anche testimonianza l’articolo di Enrico Freyrie: Dimostrazione di qualità del lavoro italiano, pubblicato sul numero 226 di Domus del luglio 1948. La stessa mostra verrà poi esportata a Parigi in occasione del 34° Salon des Artistes Décorateurs di quello stesso anno, decretando il successo internazionale degli autori che vi avevano partecipato.

Sul “Pa” pioveranno allora importanti commesse, ad esempio gli arredi della Libreria dello Stato (Milano, 1947), l’allestimento della Mostra del Giornalismo (Milano 1948) e della I Fiera di Bergamo (Bergamo, 1950) fino ad indurlo ad organizzare in prima persona la mostra Colori e forme nella casa d’oggi, a Como, tra il luglio e l’agosto 1957, in quella stessa Villa Olmo che lo aveva visto esordiente giusto venti anni prima.

 

Tavolo mensola con i puntali in ottone del 1947; Soggiorno della Casa per vacanze, Como, mostra Colori e forme nella casa d’oggi, 1957, con la poltrona Conca, 839, 1955, Cassina.

 

Amico e compagno di vedute degli astrattisti comaschi Mario Radice, Manlio Rho, ma anche di Carla Badiali, di Aldo Galli e di Carla Prina, con i quali condivideva la passione per la geometria, è come se il “il Pa” nei suoi arredi avesse voluto tradurne in terza dimensione le ricerche formali. 

Cruciali saranno per lui anche gli incontri con Bruno Munari, Lucio Fontana, Fausto Melotti e Francesco Somaini che, a partire dalla metà degli Anni Cinquanta, condurranno il suo plasticismo, sempre proteso verso la Unità fra le Arti, in direzioni fino ad allora da altri poco sondate. Ne sono dimostrazione, insieme ai suoi pezzi di design, anche le sue coeve realizzazioni architettoniche, come ad esempio la Casa Carcano a Maslianico del 1949; la Camera di Commercio, Industria e Agricoltura di Sondrio del 1952; Casa Bini in Como, sempre del 1952 (con Somaini e Radice); ma soprattutto il suo capolavoro, il Padiglone di Soggiorno del 1954, realizzato a Milano in occasione della X Triennale (che si conquistò la Medaglia d’oro di quell’edizione), oggi Biblioteca Parco Sempione. Pare che l’idea del padiglione a pianta centrale, coperto da una tetto a corona circolare, con superficie “plissettata” in cemento, gli sia venuta da un modellino di carta che aveva realizzato per divertissement piegando a fisarmonica la carta stagnola di un pacchetto di sigarette. Di questa architettura realizzò anche gli arredi, facendo ricorso ai materiali allora più innovativi: sedute in lastex (poltrone a Uovo 813) e tavoli in legno e formica. Completavano il progetto i contributi degli amici artisti: Francesco Somaini vi realizzò la scultura la Lettrice; Bruno Munari una composizione astratta sul pavimento dell'ingresso; Mauro Reggiani la tarsia marmorea nella pavimentazione del patio e Umberto Milani un bassorilievo in cemento sempre all’ingresso.

 

Sopra: sedia, 1947, Ariberto Colombo; sedia 691, 1955, Cassina (segnalata al Compasso d’Oro nel 1955); Sedia 835, 1957, Cassina; divano 865, 1955, Cassina. Sotto: poltrona Conca 839, 1955, Cassina (segnalata al Compasso d’Oro nel 1955); poltrona Uovo 813, 1957 (medaglia d'oro al mostra Colori e Forme Nelle Casa d'oggi, Como, 1957), Cassina; divano Lord, 1957, Fratelli Reguitti. 

 

Per la messa in opera dei suoi pezzi di design si rivelò fin da subito fondamentale la sintonia che il nostro riuscì a stabilire con i lungimiranti produttori brianzoli e comaschi con i quali ebbe la fortuna di lavorare (che hanno contribuito, insieme ad altri, a dare vita a quella stagione che potrebbe ormai essere definita a buon diritto Rinascimento del design): da Ariberto Colombo a Spartaco Brugnoli, da Vittorio Bonacina ai Fratelli Rizzi, dall’azienda Sampietro 1927 ad Amedeo Cassina (fondatore della Cassina), ad Artecasa e, negli Anni Sessanta, dai Fratelli Longhi alla Cappellini, dai Lamperti alla Stildomus Selezione. Fu proprio con loro, infatti, e con altre aziende italiane e straniere, quali  M.I.M. (Mobili Italiani Moderni di Roma), Singer&Sons (di New York), Altamira (una delle prime aziende d'oltreoceano a reclutare designer italiani), che Ico Parisi poté vedere realizzati i suoi indiscussi capolavori, entrati a buon diritto a far parte della storia del design internazionale. Tra di essi si annoverano il mitico tavolo mensola con i puntali in ottone del 1947, prediletto da Gio Ponti (che ha conosciuto una cospicua produzione anche da parte di aziende americane come Altamira e Singer&Sons); la sedia 691 (che gli è valsa la segnalazione Compasso d’Oro nel 1955); la poltrona a conca 839 (anch’essa segnalata al Compasso d’Oro nel 1955); la poltrona Uovo 813 (che ha ottenuto la medaglia d'oro al mostra Colori e Forme nelle Casa d'oggi, Como, 1957) per parlare soltanto dei pezzi più noti.

 

A proposito della poltrona Uovo 813 prodotta da Cassina, nell’Archivio Parisi di Como si conserva un biglietto autografo di Gio Ponti:

 

“Mio caro, la sedia uovo è una meraviglia. Tu sei un maestro, e tutto ciò che rimane per me è andare in pensione e vivere a Civate nell'oblio.”

 

Ma ”Il Pa”, nella sua vita, ha avuto anche un altro fortunato incontro, determinante per la sua storia personale e per quella professionale, quello con Luisa Aiani, sua compagna di vita e di lavoro. Con lei, allieva di Gio Ponti, ha fondato nel 1948 lo studio-negozio La Ruota, divenuto ben presto un vero e proprio cenacolo di artisti, ma anche bottega del fare artigiano, tal quale era stato lo studio di Terragni che il nostro aveva frequentato nella sua giovinezza. La Ruota resterà attivo fino al 1995, l’anno precedente alla sua morte, mentre la morte di Luisa era già avvenuta cinque anni prima.

 

Sopra: Ico e Luisa Parisi nel 1953 mentre sfogliano la rivista “Numero” del gennaio-marzo di quello stesso anno, dove era stata pubblicata una fondamentale inchiesta fatta da Ico Parisi sulla nuova architettura; Luisa Aiani ritratta in un disegno di Ico; Ico Parisi. Sotto: schizzo per il Padiglione di Soggiorno, X Triennale, 1954, (inchiostro di china su carta, Galleria Civica, Modena); veduta interna del Padiglione di Soggiorno, con gli arredi progettati dal Pa, sono riconoscibili le poltrone Uovo 813 (Archivio Ico Parisi, Como).

 

Ico e Luisa Parisi, rendering di un progetto di interni realizzato per un cliente degli Stati Uniti nel 1953; gouache su carta. Collezione privata. In basso a destra: schizzo per la Poltrona Uovo (penna su carta, Galleria Civica. Modena).

 

Ricordare Ico Parisi è il titolo della mostra che il Triennale Design Museum dedica al maestro comasco per celebrarne il centenario della nascita. Visitabile dal 15 gennaio fino al 19 marzo 2017 è allestita presso la sede della Villa Reale di Monza.

 

Dato l’elevato numero delle opere di design realizzate nel tempo dal Parisi, i curatori della rassegna monzese (Roberta Lietti e Marco Romanelli, con l’allestimento di di Marco Romanelli e Giorgio Bonaguro) hanno scelto di esporre esclusivamente sette dei suoi tavoli risalenti al periodo classico, che dal 1948 arriva a metà degli Anni Cinquanta, quasi tutti provenienti dall’Archivio del Design di Ico Parisi di Como. 

 

Con questa mostra prosegue la ricerca che il Triennale Design Museum sta conducendo, per volontà della sua direttrice, Silvana Annichiarico, su quelle figure di artisti, architetti e produttori meno noti al grande pubblico che hanno però contribuito in maniera fondamentale al successo del design made in Italy interagendo con il territorio allargato di Milano e della Brianza.

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