Promuovere gli asini e produrre i bulli

1. Gli episodi di violenza nella scuola pubblica sono sempre più numerosi, e ad esserne vittime sono ormai frequentemente anche i professori: insultati dagli studenti, aggrediti e picchiati dai loro genitori. L’episodio dell’Itc Carrara di Lucca ha ricevuto una particolare attenzione da parte dei media, e ha visto intervenire anche la ministra Fedeli, che ha auspicato una giusta severità. Un intervento non scontato, in un’istituzione come la scuola, nella quale è stato demonizzato da molto tempo anche il più sensato degli interventi disciplinari. Tuttavia – e questa è la tesi che vorrei sostenere – è del tutto inutile bocciare i peggiori tra i bulli quando la scuola li produce costantemente e ne incentiva la crescita.

  

Ho letto parecchi commenti all’episodio di Lucca, divenuto l’emblema di un disagio ormai insostenibile. Il Leitmotiv prevalente è la rottura di un patto generazionale, che riguarda anzitutto i rapporti tra gli studenti e le loro famiglie, e che si ripercuote nei rapporti tra le famiglie e gli insegnanti. Il patto educativo che esisteva un tempo, ha scritto per esempio Antonio Scurati su “La stampa”, si è dissolto e per ragioni misteriose non è stato sostituito da nient’altro. Per ragioni misteriose: servirsi di questa espressione non equivale ad ammettere l’impossibilità, o meglio l’impotenza, di ogni diagnosi? È questa sensazione di impotenza intellettuale che domina le riflessioni sulla scuola, in tutti gli articoli che mi è capitato di leggere, anche in quelli in cui permane la passione per l’insegnamento e la volontà di non arrendersi. Ma davvero una diagnosi è impossibile?

  

Torniamo al punto di partenza, cioè al progetto di una scuola democratica, che si era affermato alla fine degli anni Sessanta nel secolo scorso. Un progetto ampiamente condiviso, ma che bisogna valutare soprattutto per come è stato voluto dalla sinistra, perché è la sinistra che vi ha imposto il suo marchio. E sin dall’inizio alle luci si sono mescolate le ombre: l’ideologia è diventata subito la componente più aggressiva, e distruttiva. Ma, almeno per un certo periodo, gli aspetti positivi hanno prevalso: una selezione basata ampiamente sul ceto era stata sconfitta, un autoritarismo ingiustificato e sterile era stato spazzato via. E solo dopo parecchio tempo i primi dubbi sono emersi: affermando il diritto all’istruzione fino a 14 anni, la scuola democratica deve anche garantire un percorso eguale per tutti? Deve promuovere comunque, fino al compimento della terza media? Bocciare uno studente che non ha assimilato quasi nulla nelle diverse discipline è un atto punitivo? La scuola dei diritti non dovrebbe essere in pari misura una scuola dei doveri, dell’impegno nello studio e del rispetto nei riguardi non solo degli insegnanti ma anche degli altri compagni? Uno studente che con il suo comportamento indisciplinato ostacola lo svolgimento delle lezioni, non danneggia forse chi va a scuola per avere una formazione?

  

 

Non era facile porre queste domande perché, in base all’ideologia egualitaria, parole come disciplina o bocciatura appartenevano al linguaggio poliziesco e della reazione. Non si aveva il coraggio, e non lo si ha neppure oggi, di andare alla radice del problema. Vorrei provare a farlo, rapidamente.

 

2. L’egualitarismo non è la giustizia, ma la sua caricatura. Una deformazione che si è affermata già nell’Ottocento – benché Marx ed Engels mettessero in guardia dalla rozza tendenza a tutto eguagliare” (“eine rohe Gleichmacherei”, Manifesto del 1848, cap. 3) – e che ha trovato la sua realizzazione nel socialismo reale dell’Unione Sovietica e di altri paesi comunisti. L’egualitarismo comunista era ipocrita (come lo è ogni egualitarismo) in quanto consentiva il dominio di una minoranza privilegiata, il Partito. Tuttavia garantiva alla massa un livello di uniformità, che non poteva venire spezzato verso l’altro, ma neanche verso il basso. Tutti egualmente poveri, in una società fallimentare dal punto di vista economico, e tutti egualmente mediocri. Ora, il punto sempre trascurato è questo: la società capitalista, pur basandosi su principi economici e culturali del tutto diversi, ha scelto di (o ha dovuto) scendere a un compromesso con il socialismo reale. Ha accettato che in alcuni settori si stabilisse, in misura più o meno completa, il principio egualitario, cioè il garantismo. E il settore in cui il garantismo è arrivato a dominare del tutto incontrastato è la scuola.

   

Se non si comprende il dato di fatto (forse l’inevitabilità storica) di questa mostruosa ibridazione tra individualismo ed egualitarismo, ogni diagnosi dei mali di cui soffre attualmente la scuola diventa impossibile. L’egualitarismo ha determinato la sospensione di ogni nozione di “dovere” e di “responsabilità”. Ha garantito la promozione di qualunque asino, con assoluta certezza durante la scuola dell’obbligo, e con un altissimo tasso di probabilità negli anni successivi. Com’è noto a chiunque conosca almeno un po’ il mondo della scuola, i più strenui rappresentanti della promozione a oltranza sono stati i Presidi (oggi i Dirigenti scolastici), preoccupati di “non perdere classi”.

  

Mettiamoci ora per un attimo dal punto di vista dello studente di 16 o 17 anni, a cui è stata sempre regalata la promozione: ha davvero tutti i torti a infuriarsi – con l’istituzione, non si dice con il singolo docente – quando prende brutti voti? Potrebbe dire: “che cosa ho imparato a scuola? che anche ignorando le tabelline e in possesso di un lessico limitatissimo, si può essere promossi in matematica e italiano. Non mi è stato mai insegnato a studiare, a concentrarmi su un libro, e a ripetere un esercizio che non sapevo fare. Ora si pretende che io legga Dante e risolva delle equazioni. Non è giusto”. Bisogna ammettere che questa argomentazione avrebbe una certa plausibilità.

   

Una scuola che tollera l’ignoranza, che non sa esortare alla responsabilità individuale, è una scuola diseducativa. Ed è anche una scuola antidemocratica, cioè il rovescio di quella scuola per cui la mia generazione si era battuta: ma noi volevano una scuola di qualità per tutti, non una scuola per tutti gli asini. 

   

Quanto ai bulli, non intendo certo dimenticare le violenze fisiche nei confronti di altri studenti e le aggressioni egualmente odiose agli insegnanti, ma non vorrei limitarmi ai casi estremi: c’è un bullismo “diffuso”, quotidiano, che danneggia la maggioranza degli studenti. Le classi cosiddette “problematiche” dai dirigenti scolastici, che nel buonismo e nel calcolo pragmatico trovano la loro fonte di ispirazione, sono classi in cui è semplicemente impossibile fare lezione: nelle quali cioè ogni studente serio viene danneggiato nei suoi diritti. D’altronde, la maggiore incentivazione al bullismo è la sensazione di impunità. Così la scuola che voleva essere democratica è diventata il rovescio del suo progetto iniziale. 

 

3. Le responsabilità per questa situazione sono di molti, ma in particolare della sinistra, incapace di contrastare le devastazioni prodotte dall’ideologia. Eppure dovrebbero essere le forze politiche di sinistra a impegnarsi maggiormente per una scuola pubblica di qualità: la crescita culturale della maggior parte delle persone, e la diffusione di capacità critiche, sono tra i valori della sinistra (e non necessariamente della destra). Sarebbe necessario un dibattito di ampio respiro perché molte cose sono cambiate rispetto a mezzo secolo fa. Se si considerano le proposte della sinistra negli scorsi decenni, e sino a quell’obbrobrio che è stato “la buona scuola” di Renzi, colpisce la totale inadeguatezza ad affrontare i problemi di quella che è probabilmente la più complessa delle istituzioni sociali: più ancora della sanità e della sicurezza, il campo dell’istruzione esige molteplici punti di vista, flessibilità, intelligenza. E, in generale, una trasformazione di mentalità rispetto agli stereotipi tuttora dominanti.

  

Le società tradizionali erano caratterizzati dai “riti di passaggio”, come li ha chiamati Van Gennep. Si trattava di soglie, percepite come tali e grazie a cui l’individuo entrava in una nuova fase della sua vita. Sino ad alcuni decenni fa, la scuola era la forma di passaggio o di iniziazione più importante, in quanto socialmente la più estesa. Esistevano riti ansiogeni, gli esami: prove anche troppo severe, di cui gli esami attuali sono la caricatura, dal punto di vista della difficoltà e del tasso di selezione. Nessuno rimpiange le prove della vecchia scuola, i capricci e le bizzarrie di certi insegnanti: ma che andare a scuola debba essere un mettersi alla prova, in un clima sereno ma improntato a serietà, con insegnanti che sanno aiutare ma valutano in base al merito; che bocciano gli asini per due motivi: perché è una cosa giusta, e perché non vogliono incentivare l’irresponsabilità e l’arroganza di chi si sente comunque garantito – tutto questo non è forse auspicabile? 

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