Storie di donne che tornerebbero indietro

Chi l'ha detto che la completezza della donna si realizza tramite la maternità? Che la capacità di fare figli è il nucleo cruciale dell'esistenza di una donna? Certo, lo affermano molte religioni, culture e società. Ma deve per forza essere così? E se alcune donne e uomini non percepissero il desiderio di genitorialità? E se alcune donne, horribile dictu, che figli hanno avuto, se ne pentissero, rimpiangendo la condizione di quando non erano nati? È contro il tabù del rimpianto che si rivolge l'analisi della sociologa israeliana Orna Donath in questo recente studio uscito l'anno scorso in Germania, dove ha provocato un vivace dibattito, e che esce ora tradotto in lingua italiana. Molte donne diventate madri per inerzia, per abitudine o per costrizione familiare e sociale, si sono trovate a soffrire di rimpianto e pentimento: «Ah, non l'avessi mai fatto!». Sono donne che vanno al di là della ripartizione, che trattai nel volume da me scritto con Duccio Demetrio nel 2012, Senza figli (Milano, Raffaello Cortina editore) tra le  childless, le «senza figli», ovvero le donne che, pur sentendosi orientate verso la maternità, non riescono a realizzarla, e le childfree, le «libere da figli», donne facenti parte di una comunità in continua crescita, che non desiderano diventare genitrici e per le quali ciò non rappresenta una perdita, dal momento che tale condizione  permette loro di ottenere altri e più ambiti risultati.

 

Il loro non aver figli è una scelta volontaria e meditata, una conquista e non una rinuncia o un'occasione persa che prima o poi si rimpiangerà. Alla categoria delle childfree, o donne che desiderano non diventare madri e riescono a farlo nonostante la severa condanna sociale, donne per le quali l'orologio biologico non ticchetta proprio, appartiene l'autrice, che proviene, non si sottovaluti il fatto, da una delle culture più pronataliste della terra, quella ebrea israeliana. In Israele domina il mito della maternità e della riproduzione, per motivi religiosi e per rimpiazzare le vittime dell'olocausto. Le donne che scelgono di essere non madri sono colà condannate al disprezzo sociale e le si immagina vivere un'esistenza vuota carica di rimpianti e sofferenze.

 

Gli uomini e la riproduzione

 

Per gli uomini, da quelle come dalle nostre parti, le cose vanno molto diversamente, e riprendo qui per illustrarlo le parole del già citato testo, di Demetrio e mio, Senza figli. Nessuno ha mai puntato il fucile alla schiena  a un uomo dicendogli: «riproduciti!». Lo hanno fatto e lo fanno, blandamente, alcune legislazioni che penalizzano sì gli scapoli senza figli con tassazioni o sanzioni, ma senza metterne con ciò in accusa la loro condizione esistenziale. Perché la condizione di generatori, di possibili padri, non è mai stata considerata elemento fondamentale della vita di un uomo. Essere padre suggerisce poco più che il fornire gli spermatozoi, mentre la condizione generatrice della donna, lo notava Adrienne Rich, è stata trasformata nell'elemento fondamentale della sua vita. Così mentre il termine «non padre» non esiste in alcuna categoria sociale, espressioni come «sterile» o «senza figli»  sono state impiegate – ancora Rich – per negare alla donna ogni ulteriore identità. La mitologia patriarcale offre come unica alternativa alla figura trionfante della «donna madre» quella ingloriosa della «donna fallita»: la zitella, la donna sterile, la strega castratrice, la ninfa frigida, la donna non femminile, la donna non realizzata. Ci sono invece donne normalissime che non hanno figli per vari motivi: donne single, donne sposatesi tardi, donne sterili, donne che stanno con uomini che non vogliono diventare padri, divorziate, vedove, lesbiche, donne che hanno perso il treno a furia di esitazioni e rimandi. 

 

Donne senza figli

 

Per alcune il non aver figli rappresenta una perdita, leggera o grave; per altre, una conquista. Tra le donne che hanno volontariamente scelto di non riprodursi, alcune lo hanno fatto votandosi alla castità per aver preso voti religiosi, ad esempio, scelta che spesso le porta a occuparsi, istruendoli o curandoli, dei bambini degli altri. Alcune lo avranno fatto deliberatamente e in coscienza, altre vi saranno state costrette, come la Monaca di Monza e tutte le infelici cui nei secoli dei secoli è stata imposta la segregazione conventuale. E poi ci sono le donne che con sforzo consapevole e rigoroso hanno deciso di non dedicarsi alla castità ma nemmeno di orientare la loro vita verso la maternità; hanno deciso invece di diventare non-genitrici e non-madri, di vivere libere da figli, childfree. Scelta tutt'altro che facile quando la società si presenta compattamente, almeno a parole, pro famiglia e pro maternità e tutti se ne fanno un feticcio costruendovi intorno una mitologia. Perché non rendersi conto che molti problemi devastanti per le persone nascono proprio dalla vita familiare? Come scrive cinicamente un'autrice americana che ha compiuto la scelta di vivere childfree, un «orfanotrofio ben organizzato sarebbe meglio di tante famiglie odierne»( Susan S. Lang, Women without Children, Adams Media Corporation, Holbrook 1991, p. 21). 

«Non riceverò mai un biglietto d'auguri fatto a mano per la festa della mamma né scruterò il volto rugoso di un neonato per leggervi le somiglianze di famiglia; non riceverò il sorriso di un bambino, non lo accompagnerò a scuola il primo giorno, non andrò alla sua cerimonia di laurea e nemmeno al suo matrimonio. E quando morirò non lascerò dietro di me eredi o discendenti». Più o meno così scrive Jeanne Safer, un'altra autrice nordamericana che ha optato per la vita childfree, per non avere figli non volendone avere, aggiungendo che per lei va bene così perché «mi sento meglio con gli adulti perché parliamo la stessa lingua mentre coi bambini mi sento a disagio» (Jeanne Safer, Beyond Motherhood. Choosing a Life without Children, PoketBooks, New York 1996, passim). Safer non si sente una donna sterile, vuota dentro, senza vita, né tanto meno una donna fallita; ritiene di aver fatto una scelta di libertà che la porta a essere senza figli non perché mancante, ma perché di figli libera. Non desidera che il rapporto col suo partner sia disturbato da un neonato né vuole che un bambino la costringa a occuparsi di cose che non le piacciono.

 

 

Teme che il suo benessere verrebbe leso da presenze che la limiterebbero, per lei la vicinanza fisica e psichica con un bambino giorno e notte è respingente, non allettante: desidera concentrarsi sulla vita propria, non prendersi cura della vita degli altri. Le coppie senza figli, sostiene inoltre Safer, funzionano bene e resistono a lungo; sono felici, coese, sodisfatte e sessualmente appagate; hanno interessi comuni, dividono i lavori domestici, godono di un rapporto d'amore esclusivo col partner senza ostacoli di mezzo. E poi le donne senza figli vivono più a lungo e hanno, pare, maggiori probabilità di non ammalarsi (Jessica Berens, Ich bereue nichts, in «myself», 12.2011, pp. 178-180. Ringrazio Evisa Gallman per questa citazione). Purtroppo le società prevedono quasi esclusivamente genitori e famiglie, e le religioni pure: alcune chiese non benedirebbero mai un matrimonio i cui contraenti dichiarassero che non vogliono figli; per altre chiese la sterilità della donna vale come motivo di ripudio da parte del marito. Le donne che scelgono la vita childfree preferiscono lasciare tutto lo spazio alla vita di coppia, alla vita lavorativa e alla creatività, impossibili, sostengono, in presenza di figli.

 

È comunque un fatto che oggi una  numerosa comunità di donne, in continua crescita, abbia deciso di dedicare la vita al lavoro e all'arte escludendone la maternità; e quando queste persone si sentono giù di corda, non lo attribuiscono alla mancanza di figli, non ancora venuti o già volati via, bensì alle condizioni del tempo, al lavoro, al raffreddore o all'influenza, o alle condizioni deprimenti dell'umanità. Muovendosi nella direzione opposta a quella che afferma la centralità del figlio e anzi la necessità del figlio per far senso alla vita, le donne childfree il senso della vita lo trovano altrove.

 

Il rimpianto delle madri pentite

 

Le madri pentite cui Donath dà la parola in questo testo coraggioso sono doppiamente deficitarie nei confronti dell'attuale contesto sociale: perché si pentono di uno stato del quale nessuna donna dovrebbe mai pentirsi, cioè l'aver avuto figli; e perché rimpiangono la condizione passata di senza figli, e il rimpianto, o desiderio di annullare l'irreversibile, è un sentimento che le nostre società neoliberali orientate al successo e alla resilienza considerano inadeguato. Dunque, se già il rimpianto non va bene, figurarsi il pentimento materno! Fuori discussione. Eppure le pentite non sono donne che odiano i propri figli, anzi. È la condizione di madre, che odiano, perché non appaga i loro bisogni, non fa per loro. È quindi essenziale distinguere l'essere pentite della maternità dall'essere pentite dei propri figli, spiega l'autrice, che ha ricevuto moltissime critiche per le sue posizioni; è importante distinguere tra il rimpiangere lo stato di non avere figli e l'amare i figli che si hanno. 

Questo è un libro sul malessere di alcune donne per la maternità, ma è anche un libro che rivaluta il rimpianto e il suo ruolo nei confronti del cambiamento. Non è vero che ciò che è fatto è fatto e che «le cose senza rimedio non meritano considerazione», come dice Lady Macbeth. Il pensare al passato può far capire il fatto che si possa desiderare una vita di donna senza figli semplicemente perché non si vuole essere madre e per null'altro. Anche essendo la donna più ricca della terra e godendo di tutto l'aiuto necessario.

 

Una versione più breve di questo testo è uscita sulla Domenica del Sole 24 Ore del 4 marzo. Orna Donath, Pentirsi di essere madri. Storie di donne che tornerebbero indietro. Sociologia di un tabù, Torino, Bollati Boringhieri, 2017, pp. 208.

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