Paolo Lanaro: sui margini del niente

13 Aprile 2024

All’inizio c’era stato L’anno del secco. Era il 1981 quando l’editore Savelli pubblicava la raccolta d’esordio di un poeta vicentino di 33 anni, che credeva nel cosiddetto “impegno” ma allo stesso tempo si sentiva un po’ disorientato dall’incrocio fra le sue salde convinzioni politiche e ideologiche e il senso di scrivere versi, fra radici nel Veneto profondo e prospettive culturali allargate. Come l’autore spiega oggi, «partecipare al “movimento” era un obbligo morale, ma nello stesso tempo significava mettere da parte quel tipo di scavo interiore che la poesia, bene o male, presuppone».

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Sono passati più di quarant’anni e le convinzioni politiche di Paolo Lanaro (Schio, 1948) non sono cambiate – almeno nella loro essenza. Ma nemmeno lo “scavo interiore” si è mai arrestato. A quella prima raccolta poetica ne sono seguite altre: Il lavoro della malinconia (La Locusta, Vicenza, 1989), Luce del pomeriggio e altre poesie (Scheiwiller, Milano, 1997), Giorni abitati (Ripostes, Salerno, 2001), Diario con la lampada accesa (Edizioni del Bradipo, Lugo, 2005), Poesie dalla scala C (Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2011), Rubrica degli inverni (Marcos y Marcos, Milano, 2016) e Le ore piccole (Il ponte del Sale, Rovigo, 2020, con una postfazione di Fabio Pusterla). Ad esse si aggiungono ora i recentissimi Versi spediti a una cassetta postale (Apogeo Editore, 2024, 70 pagine, € 15).

Fra le ultime due raccolte, l’anno scorso Lanaro ha mandato nelle librerie un’auto-antologia, Un giorno dopo un altro – Poesie scelte 1981 – 2021 (Ronzani Editore, Vicenza, 2023; pagg. 190, € 18). È una proposta di pratica utilità: il lettore interessato dalle ultime prove dell’autore vicentino, può accedere a una selezione di quelle più lontane nel tempo, oggi difficilmente rintracciabili. Ma è anche una proposta chiarificatrice: nel volume si trova l’evidenza dell’ampiezza dei suoi percorsi e della complessità delle sue prospettive di stile e di contenuto, tenendo presente che gli ultimi quarant’anni hanno visto cambiamenti radicali e continui, come mai prima. E che la poesia è l’osservatorio più mediato ma anche più profondo per cogliere il tumulto dei tempi. Così, scorrendo questa auto-antologia si può cogliere quanto nei versi di Lanaro, da quelli meno recenti a quelli dell’altro giorno, domini la saldezza di uno sguardo colto eppure vicinissimo alle tradizioni, sofisticato di allusioni filosofiche e sorridente di ricorsi alla saggezza popolare. Denso della consapevolezza che deriva da scelte letterarie di inoppugnabile chiarezza, sempre nettamente personali.

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L’itinerario è raccontato da Lanaro in una decina di pagine, una premessa “A chi legge” che è allo stesso tempo rapido sketch autobiografico, illustrazione di intenti, riflessione sulla natura della poesia e affermazione di principi creativi mai abbandonati. Una prefazione nel senso etimologico del termine, un discorso fatto prima per offrire a chi legge gli strumenti adeguati a orientarsi in quel che troverà poi. La breve storia di una sintomatica educazione poetica che parte da Carducci, Pascoli e Manzoni (ma anche da Enrico Panzacchi, Ugo Betti e Angiolo Silvio Novaro) e conosce la prima rottura con Allen Ginsberg («Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia…»), relegando sullo sfondo gli ermetici ancorché da Nobel: «Ungaretti e Quasimodo – annota Lanaro – nel giro di poco tempo diventarono pietanze un po’ rancide».

Mentre studiava filosofia all’università di Padova (e filosofia insegnerà per tutta la sua carriera di insegnante nelle scuole superiori di Vicenza), il contatto con l’avanguardia letteraria italiana dei Balestrini e dei Sanguineti scompigliava ancora le carte; poi, i rapporti diretti con il concittadino Fernando Bandini, suo primo mentore, e con Roberto Roversi, Vittorio Sereni, Giovanni Giudici e Paolo Volponi hanno rimesso ordine nel tavolino su cui Paolo Lanaro si accingeva ad apparecchiare la sua poesia. Libera da quel momento in poi di affermare rapporti letterari d’elezione, oltre che con gli autori citati, con Auden ed Enzensberger, con Larkin e Lowell, con Caproni e Montale. 

Informato sulle “affinità letterarie” di Lanaro (e anche su rapporti culturali che tanto affini non sono, ma restano imprescindibili), grazie alla premessa il lettore può quindi inoltrarsi nella sua opera poetica cogliendone le metamorfosi tematiche, ma anche la sostanziale omogeneità di stile dentro alle mutazioni del pensiero: lasciato alla giovinezza l’impegno “rivoluzionario”, i versi di questo autore scorrono fra il polo della malinconia (da lui definita la “costellazione-guida” di Gozzano ed Emily Dickinson, Sylvia Plath e Goffredo Parise) e quello della memoria. E più passa il tempo, più la seconda appare sempre più chiaramente come una forma di speculazione filosofico-letteraria di forte connotazione psicologica, capace di offrire panorami interiori di fascinosa complessità. Ma capace anche di delineare immagini poetiche di sorridente evidenza, grazie a una complice quanto stilizzata rievocazione del mondo della sua infanzia e della sua adolescenza, che poi è Malo, il paese immortalato da Luigi Meneghello nel suo epocale esordio letterario, pubblicato quando Lanaro aveva 15 anni e già da 12 era diventato un maladense doc. Un’esperienza fra l’altro rievocata anche nella lucida prosa di due memoir di godibilissima lettura (Una tazza di polvere, 2014 e Ogni cosa che passa, 2019, entrambi pubblicati da Cierre Edizioni), nei quali emergono – sempre miscelati – l’ironico distacco e la mai rinnegata sintonia con questo luogo del Veneto profondo lungamente al centro della sua vita.

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Nella raccolta più recente, Versi spediti a una cassetta postale, questa poetica appare ancora più rifinita, elaborata con magistrale finezza fino a diventare talvolta affilata, non priva di amarezza. E provvista di una sottigliezza anche formale che arriva evidentemente da una chiara intenzione espressiva. Il nucleo è costituito da dieci composizioni, com’era già accaduto nelle Ore piccole, uscite quando infuriava il Covid, nella primavera del 2020. In quella pubblicazione, i dieci componimenti cruciali erano quelli contenuti in una sezione con lo stesso titolo del libro e seguivano un ordine determinato dagli orari attribuiti a ogni brano nell’arco di una lunga giornata, dalle 7.45 alle 24. Si trattava di poesie che offrivano complesse riflessioni dentro a una impostazione a suo modo musicale (secondo la logica delle Variazioni), nella quale il linguaggio di Lanaro si frangeva in una scansione quasi anarchica.

A quattro anni di distanza, non ci sono orologi di mezzo, ma solo numeri romani, da I a X. La sezione centrale (e cruciale) nella nuova raccolta ha un titolo che suona quasi provocatorio, nell’epoca dell’eclissi del congiuntivo: Chi fossimo. E come esergo il lettore trova una singola parola con la firma di Andrea Zanzotto: “Accontentiamoci”. Auspicio comprensibile ma fallace, alla luce di questi dodecaedri poetici, tutti tranne due costruiti quasi tridimensionalmente in dodici versi, tutti di grande forza soggettiva. In queste poesie si riflette sul mondo che ci sta attorno, sulla storia antica e recente e sull’attualità, si dipingono realtà possibili, si ingaggia un testa a testa con la memoria ma la speranza sembra ridotta a immaginarsi come “il comandante di una nave che in mente / ha tre cose: un porto, la vecchiaia, la luna”.

Il pensiero non lascia spazio a concessioni rassicuranti, il ciglio è asciutto:

“Ma – te lo dico – ogni ora del passato
appartiene alla morte.
Quando sia così non devi aspettarti
maggiore fortuna. E che il giradischi offra
una marcetta viennese o che i muri siano stati
ridipinti di fresco o che le leggi adesso
siano meno disumane, questo non basterà a redimerci
e a vedere nello Spirito la salvezza”.

Il poemetto, di questo si tratta, propone una meditazione aliena da qualsiasi illusione, nella quale l’ironia lascia il passo a una disincantata consapevolezza esistenziale, che per quanto appaia spesso amara è comunque sempre lontana dal nichilismo. La coinvolgente nitidezza, la lucidità analitica e la ricchezza linguistica del poeta vicentino sono ben evidenti anche dentro alla complessità filosofica delle riflessioni: le sue immagini sono quasi tutte interiorizzate, il prediletto ambiente naturale, spesso altrove oggetto di sapide annotazioni, appare come uno sfondo per certi aspetti sfocato. Singolarmente coinvolgente, disegnata in tutti i dettagli, è la contrapposizione fra pensiero e materia: “Basta voltarsi e dietro c’è un dolore muto, vero, / che è durato non si sa quanto, come quel cappotto / rosso, sciancrato, di panno toscano”.  Oltre le “spente e abiurate occasioni”, la saggezza consisterà dunque nell’accettazione e nel superamento di quello che è stato: “Questo voglio dire e ripeto senza ombra / di errore: lasciateli andare i bei giorni…”.

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Prima e dopo Chi fossimo, con la sua innovativa dimensione stilistica e di contenuto, la raccolta offre comunque la sempre personalissima scelta dei temi e la sofisticata maniera poetica che hanno fatto di Lanaro una delle voci significative della poesia italiana negli ultimi quarant’anni. Una caratteristica evidente fin dall’originale titolo “postale”, che evoca un mondo un tempo abituale ma ora in via di sparizione e insieme una concezione “comunicativa” dello scrivere in versi, di lignaggio nobile e antico.

La mobilità linguistica si riflette in quella formale, i piccoli quadri disegnati in ogni poesia lasciano intravvedere grandiose vastità, il personale quotidiano e l’universale s’incrociano incessantemente e suggeriscono risposte implicite o esplicite al grande punto di domanda che accompagna le nostre esistenze: “La domanda è: da dove viene ciò che è? / La pinna caudale, i giornali, l’entrecôte, / i mocassini, il piede-di-porco, J.S Bach, / il fascismo, il cadmio, il Levopraid” (…)

La comprensione genera equilibrio e viceversa. La chiarezza dello sguardo sulla quotidianità afferma la sua centralità e fa sembrare il poemetto un sogno un po’ cupo, per quanto lucidamente ricostruito. E tuttavia, la “Nota introduttiva” dello stesso Lanaro fornisce la rassicurazione per così dire anticipata rispetto al possibile sottile sgomento: «Se cerchiamo di scendere nel fondo della nostra esperienza vitale, là dove c'è forse la radice dei significati di cui abbiamo bisogno, probabilmente non troveremo nulla di più di un suono, di un colore, di un'immagine antica. Ecco, la poesia ha a che fare con tutto questo, è un parlare sui margini del niente, anzi è una linea difensiva nei confronti del niente». Magari un po’ di inquietudine rimane, ma conta di più sapere che una “linea difensiva” ci protegge dal Nulla.

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