La Fame di Rossini

La famiglia abita due stanzette che devono essere state modestissime anche nella Pesaro papalina dell’epoca. Il padre musicista nella banda cittadina e fervente rivoluzionario, la madre cantante: sono già presagi sufficienti di una vita che è preceduta dalla sua ombra. Restano queste due stanze spoglie, per pavimento una specie di selciato. Sono contornate da altre, ben organizzate e ricche di materiali, che raccontano del successo del piccolo Gioacchino. Sembra però che nemmeno il museo abbia avuto il potere di dissipare quell’ombra: l’ombra della povertà, delle ristrettezze, degli ingaggi promessi ma non ottenuti oppure sì, ottenuti ma non pagati, se non forse dopo mille insistenze. Anche incastonate dentro la cura del museo, quelle stanze emanano ancora oggi un grigiore invincibile, una nudità che non reca altra traccia del passato se non la sua stessa nudità. 

 

 

Da qui la difficoltà in cui ci troviamo con la fotografa che mi accompagna: come fotografare la povertà? Come fotografare una miseria che non è più, ma i cui segni sono in un certo senso ancora qui, tangibili perché incancellabili? Eppure non sono visibili: la loro presenza è data unicamente dal fatto che non c’è nulla da fotografare. Ma come mostrare tutto questo? Prima ancora che la fotografia è lo sguardo stesso a vacillare, non trovando su cosa poggiarsi. È tuttavia singolare che in un’esposizione dedicata al canto e alla musica (bellissimi gli spartiti originali, come i bozzetti dei costumi di scena), anche la parola esiti. 

 

Se nulla testimonia la povertà se non il fatto di non aver lasciato dietro di sé tracce degne di nota, è forse nell’ossessivo riferimento rossiniano al cibo che la tensione tra l’umiltà delle origini e i trionfi del successo trova una chiave espressiva felice. Il motivo del cibo lo si ritrova già al bookshop d’entrata, nelle celebri caricature del Rossini grasso e goloso degli anni di Parigi, ma soprattutto nelle ordinazioni di cibarie che il musicista si faceva spedire dall’Italia all’indirizzo di Villa Rossini nel Bois de Boulogne.

Le caricature del gioviale Rossini che i giornali francesi non erano avari nel pubblicare, raccolte nelle teche del museo, ricordano la giovialità del Maestro e ne fanno al tempo stesso un personaggio operistico, quasi un elemento di quel gran teatro a cui Rossini lavora e contribuisce con la sua invenzione. La caricatura, con il suo tratto greve, anche quando amabile, appartiene a un mondo che, più che alle vette dell’opera, fa pensare al baraccone errante di un circo o almeno a quell’opera comica che è la vita. È a questo mondo approssimativo e rumoroso, disordinato e assurdo, che i ritratti satirici inscrivono Rossini. L’Abbondanza trova qui il suo contraltare fragoroso e caciarone. Se come i biografi hanno riconosciuto, la vita di Rossini è stata caratterizzata da due velocità diverse – quella della fase dei successi pressoché immediati del suo lavoro e l’altra, della vita appartata a Parigi – il cibo pare costituirne il ritornello di sottofondo. 

 

 

Eppure niente come l’opulenza celebrata in mille modi pare essere la memoria più fedele del suo contrario, la Fame. È la Fame la stele di Rosetta di queste stanze natali, altrimenti impenetrabili nella loro nudità. Si prenda il disegno dei capelli di prete contenuto in una lettera a un fornitore modenese. Rossini annota: “Nella vignetta che segue segno la sagoma a scanso di equivoci”. Il disegno, nato per servire al fine di un’ordinazione più precisa possibile, si scioglie dalla sua utilità e raggiunge la vetta di un arabesco. Qui gli zamponi o i cotechini sono meno un ornamento casalingo e più una cifra esistenziale. Quei disegni fatti dalla mano del Maestro sembrano dire: la Fame, esperienza rara a lor signori oggigiorno, alle loro latitudini, una volta che vi ha presi, non vi molla più.

 


Come in Fantasia di Walt Disney, le pietanze del desiderio prendono vita autonoma: le loro immagini – oniriche o fantastiche, poco importa – popolano lo spazio di una vita, anche quando a questa arridono la Fama e il Successo. Anche dal porto sicuro di Parigi Rossini non smetterà di ordinare prelibatezze dell’Italia. Ma quanto questo desiderio porti su di sé la traccia di quell’antica indigenza pesarese, non è dato saperlo con certezza. Rispetto all’estensione pur sempre modesta di una vita, nella luce del Successo che tuttavia resta un’apparizione aleatoria, l’Abbondanza fa funzione di scongiuro. Serve a lasciare fuori dalle case della maturità la Mancanza che abitava queste stanze della casa natale pesarese.

 

E così i cibi in vendita nel museo sono altrettanti numi propiziatori del benessere. Come i Lari familiari nelle case romane proteggono questa casa, ormai vuota e senza abitanti, dall’intempestivo ritorno della Povertà. Il museo compie là il suo esorcismo laico. È quello che corrisponde più fedelmente possibile alla memoria del figlio che lì nacque e da lì partì.

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