L’arte di Trevor Paglen

Cloud

Confondiamo spesso l’invisibile con l’immateriale. Qualcosa che si sottrae alla vista diventa presto, nella nostra mente, qualcosa privo di materia. L’universo digitale rappresenta senza dubbio il caso più eclatante: virtuale è sinonimo di effimero, d’intangibile, di qualcosa che esiste ma è senza sostanza, è presente ma invisibile. Approcci scientifici recenti quali l’archeologia dei media e il nuovo materialismo tentano di correggere la presunta smaterializzazione delle tecnologie più avanzate, Internet in primis. Il network delle telecomunicazioni ha una densità materiale pari a quella del nostro mondo.

 

Eppure è difficile immaginare e, ancor più, dar corpo a Internet, che sembra esistere solo in quanto funziona – operor ergo sum. Con la sua spinta all’ubiquità, Internet si sottrae facilmente alla vista. Le immagini e il vocabolario per descriverlo sono imprecisi quando non fuorvianti: la rete, il campo, lo spazio cibernetico, la “cloud” (o il “cloud”, non sappiamo neanche se è maschio o femmina). Nessuna tecnologia era stata così eterea, simile all’aria che respiriamo. E questo nonostante i ben informati ci abbiano avvertito che ormai in tutti i continenti sorgono immensi data center. Una carenza di visualizzazione che va di pari passo a una scarsa comprensione.

 

Data center della Microsoft, Dublino. 

 

Come funziona esattamente Internet? e soprattutto, se non è una nuvola, dove è? Questi e altri sono gli interrogativi che da tempo assillano Trevor Paglen (1974), uno degli artisti più interessanti attivi in America dopo l’11 settembre, ancora poco conosciuto in Italia. Paglen, che non ama attardarsi sulla sua biografia, ha trascorso l’adolescenza nelle basi militari in Germania e Stati Uniti seguendo il padre, oculista per l’air force americana. Senza mai dimenticare la sua cultura punk DIY e l’esperienza in un gruppo di noise rock (Noisegate) in cui suonava il basso e il sampler, ha una doppia formazione, come artista (Art Institute of Chicago) e come geografo. A Berkeley infatti s’interessa alla sorveglianza digitale, su cui scrive un dottorato, poi pubblicato (Blank Spots on the Map. The Dark Geography of the Pentagon’s Secret World, Dutton 2009).

 

Con un’attrezzatura propria alla fotografia astronomica, comincia a fotografare basi militari segrete, prigioni della CIA in Afghanistan, stazioni d’intercettazione delle comunicazioni (Echelon), la sede della NSA (National Security Agency), la cui ultima immagine risaliva agli anni settanta e che Paglen ha reso di pubblico dominio. Fotografa inoltre droni di guerra e aerei nel Nevada Test Site o Area 51, un’area militare inaccessibile grande come la Svizzera; e anche satelliti terrestri nell’orbita geostazionaria. Non soggetti alla pressione atmosferica, questi resteranno in orbita per un tempo infinito, ultime vestigia una volta scomparsa ogni traccia dell’uomo e della sua civiltà. Il lavoro di Paglen compare infine nel documentario Citizenfour (2014) che Laura Poitras ha realizzato con e su Edward Snowden.

 

Panglen, They Watch the Moon, 2010. 

 

Cartografie sottomarine

Con il recente Deep Web Dive (2016), Paglen affronta direttamente la geografia politica di Internet. L’idea gli viene studiando i cavi di fibra ottica che attraversano continenti e oceani, Alaska e Groenlandia inclusi. Nel caso dell’oceano Atlantico, i cavi sottomarini raggiungono l’Europa in due punti e la costa est degli Stati Uniti in quattro, tra cui primeggiano Miami e New York. Se il percorso segue quello della prima linea telegrafica transatlantica che risale al 1858, oggi sono più di 343. In un primo momento Paglen fotografa le spiagge in cui arrivano i cavi delle telecomunicazioni digitali (Cable Landing Sites). Mare, litorali, costiere: all’apparenza niente di più classico, una genealogia visiva familiare, quella dei paesaggi marini di cui è piena la storia dell’arte. Solo che sotto quel lembo di spiaggia fotografata passano, invisibili allo sguardo, dei bagnanti e degli spettatori, i cavi sottomarini. Solo in un secondo momento si chiede se sia possibile realizzare delle fotografie dei cavi sottomarini.

Paglen raccoglie la sfida, l’ennesima, di fotografare l’invisibile, consapevole delle difficoltà logistiche, perché nessuno ha mai visto questi cavi sottomarini. La loro localizzazione precisa è conosciuta solo dal NSA (National Security Agency) che, come la cronaca ha reso noto, intercetta, analizza e registra l’ingente massa di dati che vi passa attraverso. Attraverso questi rubinetti dell’informazione passano le nostre conversazioni scritte e orali, telefonate e posta elettronica, foto e download. Niente sfugge al traffic analysis di dati e metadati. Paglen non si stanca di ripeterlo: Google conosce a menadito i nostri segreti, la nostra vita più intima meglio delle nostre famiglie. Gli aspetti più intimi della nostra esistenza, i nostri archivi personali passano sotto l’oceano, accanto a creature marine indifferenti, a meno che prendano il cavo per un prelibato filamento commestibile. Ci riguardano, questi archivi e ciononostante, restano inaccessibili.

 

Paglen si appassiona e comincia a raccogliere informazioni e a incrociare dati: a partire dalle mappe dei cavi sottomarini, che trova sul sito di TeleGeography, e le carte marittime di navigazione, piene di indicazioni preziose, all’apparenza innocue, come quelle linee ondulate in cui non si può gettare l’ancora o le limitazioni per i pescherecci. L’artista passa poi al setaccio le licenze per la comunicazione via cavo, i resoconti sull’impatto ambientale e persino la presenza di barriere coralline: ci sono chance che lì i cavi spuntino fuori dal fondo marino. Gli viene infine in aiuto il Cable Master List, un documento segreto dagli archivi di Snowden, con cui condivide l’idea che Internet non è più un forum per la democrazia a venire ma un campo minato. Come un detective, incrocia i dati e individua alcune zone da esplorare. Non prima di aver preso il brevetto da sub, esercitandosi in una piscina di Berlino.

È difficile rendere visibile l’invisibile, così come mettersi nelle condizioni di guardare: “Per cominciare, devi lavorare duro per metterti nella posizione che ti permetta di vedere una di queste cose. Non sai se vedrai qualcosa o meno, ma devi comunque trovare un punto dal quale puoi vederla” (Financial Times, 31 dicembre 2015).

 

Geografia sperimentale

“Essere sott’acqua è bellissimo: è un ambiente completamente diverso, dove ci si può muovere avanti, indietro, verso il basso e verso l’alto allo stesso tempo. Anche la luce, inoltre, è completamente diversa, perché il rosso e il verde non penetrano dalla superficie. I colori sono basati sul blu, per via della sostanziale assenza di luce rossa dopo due metri di discesa” (in Wired, 30 settembre 2016). Per un attimo Paglen è stregato dal mondo sommerso ma sa che non è qui per nuotare dietro ai pesci ma in missione, alla ricerca dell’infrastruttura di Internet. E l’infrastruttura – e la sua immagine – è il vero rovello di Paglen, al di là del corpo mistico di Internet (the Cloud) e di ogni sublime tecnologico. Routers, commutatori, fibra ottica sono le vene e gli organi di Internet. È curioso che, per farne esperienza in tutta la sua più viscerale materialità, bisogna perlustrare il fondo dell’oceano, la parte della Terra meno esplorata. Una prova schiacciante dell’inutilità della metafora marina della navigazione in riferimento a Internet: la distesa d’acqua in superficie è un’immagine ancora troppo sulfurea.

 

Paglen, Deep Web Dive.

 

Spedizione scientifica, campagna fotografica, giornalismo investigativo, performance artistica? Deep Web Dive è, come il lavoro di Paglen, tutto questo insieme. Il suo riferimento è quello che ha chiamato, sin dal 2002, “geografia sperimentale”. Lontana dalla barbosa disciplina positivista che studiavamo al liceo, quella delle capitali e degli affluenti del Po, è più vicina alla produzione dello spazio (Henri Lefebvre) e allo studio dei modelli del mondo (Franco Farinelli). “Direi che la questione fondamentale della geografia riguarda il modo in cui gli esseri umani hanno dato forma alla superficie terrestre e il modo in cui siamo formati, a sua volta, dal modo in cui abbiamo modellato la superficie terrestre” (Financial Times, 31 dicembre 2015). Se la critica e la teoria d’arte non lo interessano, perché ragionano sui segni e i significati dei testi visivi dimenticando il luogo in cui questi si producono, si sente vicino alla teoria critica della scuola di Francoforte e all’institutional critique. In quest’ottica non vi è opera d’arte senza un’architettura museale, un biglietto d’ingresso, un consiglio d’amministrazione, una politica culturale, un’agenda ideologica, un rendiconto economico, un’istanza sociologica e così via.

Paglen non è un hacker e, quando guida una comitiva di critici, curatori e collezionisti sott’acqua per vedere i cavi di Internet, si raccomanda, scherzando, di non toccare. Tuttavia se il suo agire resta nei limiti della legalità, non per questo è meno critico e politicamente efficace. Paglen difende quei diritti che, in una società democratica, ogni cittadino è libero di esercitare. È una questione di trovare, collegare e decrittare le informazioni.

 

Se molte sue azioni fanno pensare al controspionaggio e all’attivismo politico, Paglen ribadisce di essere un artista che realizza e condivide metafore visive. In un’epoca di meccanizzazione della visione, le immagini non sono più dominio degli artisti: “viviamo sempre più in un mondo in cui la maggior parte delle immagini sono prodotte da macchine per delle macchine e non sono mai viste dagli esseri umani”. Non a caso il suo progetto attuale s’interroga sul modo in cui le macchine vedono le immagini e ne estraggono informazioni (How to See Like a Machine).

 

In quanto artista, Paglen si serve della storia dell’arte, come dimostrano le sue foto di grandi dimensioni e sfocate, e quel senso d’incertezza che ne scaturisce e che è lontano dalla foto documentaria: “mi servo di molti riferimenti storico-artistici, così da suggerire in che modo delle forme contemporanee del vedere (e del non vedere) entrano in consonanza con altre circostanze storiche cui gli artisti rispondono” (Intervista con Julian Stallabrass, October, 138, novembre 2011).

 

Untitled (Reaper Drone) (2010), ad esempio, raffigura un deserto all’alba; le sfumature rosso, blu e viola sono simili a un quadro astratto se non fosse per quel punto nero in alto a destra che, a uno sguardo più attento, si rivela essere un drone. Per un geografo come Paglen, il drone trasforma il nostro senso della visione e della distanza: “Per me vedere il drone nel XXI secolo è un po’ come per Turner vedere il treno nel XIX secolo” (in un articolo di Jonah Weiner sul New Yorker, 22 ottobre 2012).

 

Paglen, Untitled (Reaper Drone), 2010.

 

Nuovi coralli

L’arte, ripete Paglen a più riprese, deve mostrare il momento storico in cui viviamo. Oggi è segnato da una strisciante minaccia contro la privacy, come dimostra il cloud computing, che non considera prioritaria la riservatezza dei dati. È l’epoca dell’open secret, come l’ha definita Pamela Lee (Artforum, maggio 2011), di un’invisibilità visibile al cuore delle politiche d’informazione, di un segreto che annuncia la sua clandestinità mostrandosi in pubblico.

 

Torniamo sott’acqua. Dopo vari tentativi, Paglen e la sua troupe intravede qualcosa di chiara manifattura umana sul fondo marino: il corpo di Internet! Ora, chi s’immaginava un oggetto altamente tecnologico resterà deluso: il cavo – o meglio l’armatura, perché i cavi in sé sono sottili come un capello – è poco più che un tubo incrostato, ricoperto di piante marine.

 

In un primo momento Charles Darwin sembrava prediligere l’immagine del corallo piuttosto che quella dell’albero per illustrare l’evoluzione. Dopo aver osservato gli atolli corallini del Sud Pacifico (1831-36), Darwin osservò che, rispetto all’immagine arboriforme che evolve in una sola direzione verso l’alto delle chiome, l’immagine corallina è segnata da una proliferazione di elementi che si spinge in tutte le direzioni. Così argomenta Horst Bredekamp in uno dei suoi libri più originali (I coralli di Darwin. I primi modelli evolutivi e la tradizione della storia naturale, Boringhieri 2006).

 

I coralli mostravano, per Darwin, la storia evolutiva dell’uomo. I cavi in fibra ottica mostrano, per Paglen – un situazionista col rigore di uno scienziato – un’altra tappa di questa storia, sciolta ormai dalla natura. Eppure all’interno di questi nuovi coralli passa una parte decisiva della nostra vita sociale.

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