C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile

“C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile”: lo sosteneva Simone de Beauvoir molti anni fa e possiamo confermarlo noi nel presente, soprattutto per quanto riguarda l’attività newyorkese dedicata all’arte contemporanea.

“Yes We Can” non è solo lo slogan coniato da Barak Obama a seguito delle primarie in New Hampshire, né soltanto la traduzione inglese del motto “Si Se Puede” della lotta degli anni Settanta condotta dal sindacato dei braccianti United Farm Worker. Sembra piuttosto la convinzione o la forza motrice di ogni attività di ambito culturale che nasce e trova sviluppo a New York. Musei dalle enormi dimensioni con collezioni vaste e diversificate, nonché con una programmazione di mostre temporanee e di eventi ricchissima; ma anche fondazioni private volte alla conservazione dell’opera dei grandi maestri del contemporaneo, così come centri per il supporto dei talenti emergenti provenienti da tutto il mondo; infine molteplici gallerie d’arte private, spazi no profit, centri culturali, lofts destinati a residenze d’artista; biblioteche specializzate; graffiti e installazioni urbane site-specific: questa e molto di più è l’arte contemporanea nella città di New York.

 

Nello specifico, in questo periodo che per i newyorkesi è già di alta stagione, sono in corso alcune esposizioni molto interessanti che meritano senz’altro una visita. Si tratta innanzitutto delle mostre accolte negli spazi del MoMA: Robert Rauschenberg: Among Friends (fino al 17 settembre); Making Space: Women Artists and Postwar Abstraction (fino al 13 agosto); Louise Lawler: WHY PICTURES NOW e Unfinished Conversations: New Work from the Collection (entrambe fino al 30 luglio). Se la mostra di Rauschenberg è di per sé imperdibile non solo dal punto di vista del valore storico-artistico dei capolavori esposti, ma anche dal punto di vista delle perfette scelte di allestimento e della cura nei dettagli, un’altra ottima esposizione è quella curata da Starr Figura e Sarah Hermanson Meister con Hillary Reder, intitolata Making Space: Women Artists and Postwar Abstraction. La mostra include circa cento dipinti, sculture, fotografie, disegni, stampe, tessuti e ceramiche di più di cinquanta artiste, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio del movimento femminista intorno al 1968. Oltre a lavori di note artiste quali Agnes Martin, Louise Bourgeois e Eva Hesse, sono presenti esemplari ancora poco noti come i collage di Anne Ryan e le fotografie di Gertrudes Altschul, nonché le recenti acquisizioni di opere di Ruth Asawa, Carol Rama e Alma Woodsey Thomas, mai esposte prima negli spazi del Museum of Modern Art.

 

Veduta espositiva della mostra Making Space: Women Artists and Postwar Abstraction, The Museum of Modern Art, New York, 15 aprile – 13 agosto 2017. Foto: Jonathan Muzikar; © 2017 The Museum of Modern Art.

 

È invece necessario spostarci nel quartiere di Long Island City per visitare il “fratello minore” del MoMA. Il MoMA PS1, accanto alla collettiva Past Skin (aperta fino al 10 settembre con opere di Cui Jie, Jordan Kasey, Hannah Levy, Abigail Lucien, Jillian Mayer, MSHR, e Madelon Vriesendorp), e alle mostre monografiche dedicate a Cintia Marcelle (fino al 4 settembre), Ian Cheng (fino al 25 settembre), Maurice Gallace e Tomáš Rafa (entrambe fino al 10 settembre), propone un’interessantissima esposizione curata da Peter Eleey, Oliver Shultz e Jonathan Lill, intitolata A BIT OF MATTER: The MoMA PS1 Archives, 1976–2000 (fino al 10 settembre). Si tratta diuna selezione di materiali d’archivio (proposte espositive, manifesti delle mostre, fotografie, corrispondenza, volantini, cartoline, domande di residenza, ephemera) relativi agli artisti che hanno lavorato ed esposto nel museo nel corso dei suoi primi venticinque anni, dalla mostra inaugurale del 1976 alla sua fusione con il Museum of Modern Art nel 2000. Le scelte allestitive facilitano la visione dei singoli documenti e rendono la visita piacevole all’occhio oltre che alla mente.

 

Veduta espositiva della mostra New York/New Wave, P.S.1 Contemporary Art Center, 1981 (MoMA PS1 Archives, III.A.18) esposta in occasione di A BIT OF MATTER: The MoMA PS1 Archives, 1976–2000, MoMA PS1, New York, 9 aprile– 10 settembre 2017. Foto: © The Museum of Modern Art Archives, New York

 

Ritornando a Manhattan, non possiamo non entrare al Guggenheim Museum che permette un confronto con i maggiori capolavori dell’arte dalla fine dell’Ottocento in poi. La mostra attualmente in corso, Visionaries: Creating a Modern Guggenheim (fino al 6 settembre), include infatti opere di artisti quali Alexander Calder, Marcel Duchamp, Paul Klee, Piet Mondrian e Pablo Picasso, Vasily Kandinsky, e non solo. Di particolare rilevanza è anche l’esposizione di Alchemy (1947) di Jackson Pollock: una grande tela acquistata da Peggy Guggenheim e mai più presentata in America dal 1969. Sempre ospitato dal Guggenheim è il meno affascinante ma comunque importante Hugo Boss Prize 2016 (fino al 5 luglio). La vincitrice Anicka Yi propone installazioni basate su concetti e tecniche scientifiche per attivare scenari immaginari volti a porci domande sulla psicologia umana e sul funzionamento della società.

 

Ma è vicino all’ingresso dell’Hugo Boss Prize 2016 che la porta chiusa di una toilette costituisce il “sipario” per un’esperienza unica: quella di America di Maurizio Cattelan. Dopo cinque anni dalla retrospettiva al Guggenheim in cui aveva annunciato il suo ritiro dal ruolo di artista, Cattelan torna negli spazi progettati da Frank Lloyd Wright con un nuovo progetto: sostituendo la toilette preesistente con una replica funzionante in oro 18 carati, egli rende usufruibile individualmente dal pubblico un prodotto di lusso, consente l’esperienza di intimità con un’opera d’arte e confuta al contempo il sogno americano “dell’opportunità per tutti”.

 

Veduta espositiva di Maurizio Cattelan, America, 2016, , Solomon R. Guggennheim Museum, New York, dal 16 settembre 2016.

Foto: Kris McKay©Solomon R. Guggennheim Foundation

 

Un ulteriore esempio di arte italiana in USA, seppur di una diversa generazione rispetto a quella di Cattelan, è offerto dal New Museum diretto da Massimiliano Gioni, dove è in corso un’eccellente esposizione dedicata a Carol Rama (fino al 10 settembre). Carol Rama: Antibodies, curata da Helga Christoffersen e Massimiliano Gioni, è la più grande presentazione del suo lavoro negli Stati Uniti fino ad oggi: riunisce oltre un centinaio di dipinti, oggetti e opere su carta che ben evidenziano l’indipendenza e l’eccentricità dell’artista il cui lavoro ha anticipato importanti questioni sociali anche inerenti alla sessualità. La mostra fornisce inoltre il giusto complemento storico delle altre esposizioni in corso nello stesso museo, dedicate invece ad artisti più giovani tra cui: Lynette Yiadom-Boakye, Kaari Upson, Elaine Cameron-Weir.

 

Veduta espositiva della mostra Carol Rama: Antibodies, New Museum, New York, 26 aprile – 10 settembre 2017.

Foto: Maris Hutchinson / EPW Studio

 

Uscendo dal New Museum e spostandoci verso il Meatpacking District, il quartiere di Manhattan dove un tempo si trovavano gli stabilimenti che lavoravano la carne, ci troviamo davanti la nuova sede del Whitney Museum progettata da Renzo Piano e inaugurata nel 2015.
Il Whitney Museum nasce negli anni Trenta in risposta al rifiuto da parte del direttore del Metropolitan Museum of Art, Edward Robinson, di esporre cinquecento opere del Whitney Studio Club, uno spazio concepito per promuovere artisti emergenti. Originariamente situato a West Eight Street, nel Greenwich Village, nel 1966 il Whitney Museum si trasferì a Madison Avenue, nell’Upper East Side, in un edificio progettato da Marcel Breuer. Nel 2004, soprattutto per esigenze di spazio, nasce l’idea di spostare nuovamente la sede progettando un nuovo e imponente edificio. Se l’architettura esterna spiazza l’osservatore per la sua monumentalità e per il suo carattere estetico molto specifico, l’architettura interna presenta spazi funzionali, aperti, omogenei, ben illuminati anche grazie alle grandi vetrate. Quello che dall’esterno sembra “un museo di se stesso” all’interno si rivela così un museo estremamente funzionale e dedito all’arte. Tra le attività ivi attuamente in corso, rilevante è la 78a Biennale del Whitney che include circa sessanta artisti e collettivi, le cui opere indagano come le tensioni razziali, le iniquità economiche e la politica polarizzante attuale influenzino il nostro io e la modalità di concepire la comunità.

 

Veduta del Whitney Museum of American Art progettato da Renzo Piano. Foto: ©Ed Lederman

 

Ulteriori due eventi espositivi molto riusciti sono la mostra di Hanne Darboven Kulturgeschichte 1880–1983 nella sede di Chelsea della DIA Art Foundation (fino al 29 luglio) e soprattutto l’installazione di Adrián Villar Rojas al Metropolitan Museum of Art (fino al 29 ottobre). Nata da una lunga immersione dell’artista argentino nel museo e da numerosi dialoghi con il suo staff, The Theater of Disappearance si costituisce di repliche dettagliate di quasi cento oggetti provenienti da diversi continenti e culture appartenenti alla collezione del Met. Le repliche si uniscono a facsimili di figure umane contemporanee, mobili, animali, posate e cibo, anch’esse realizzate mediante uno stesso materiale, bianco o nero, e anch’esse rivestite da un sottile strato di polvere. L’installazione riconfigura lo spazio del Cantor Roof del museo anche grazie all’inserimento di una nuova pergola, un grande pavimento in piastrelle, un bar e una panchina pubblica da cui è possibile godere di una meravigliosa veduta dall’alto della città.

 

Adrián Villar Rojas,The Theater of Disappearance, The MetropolitanMuseum of Art, New York, 14 aprile - 29 ottobre 2017. Foto: Jörg Baumann; courtesy l’artista; Marian Goodman Gallery; e Kurimanzutto, Mexico City

 

Ma a New York a essere attivi propulsori di arte contemporanea non solo soltanto i musei, ma sono anche le numerosissime gallerie private sparse in ogni quartiere. Tra queste, una delle più storiche e importanti è sicuramente la Marian Goodman Gallery che attualmente ospita un’interessante personale di Nairy Baghramian (fino al 10 giugno) il cui lavoro approfondisce i cambiamenti nei rapporti temporali, spaziali e sociali, in risposta alle diverse condizioni contestuali. La Marian Goodman Gallery si trova nella zona vicina al MoMA dove non a caso, a partire dagli anni Trenta, vennero aperte le prime gallerie d’arte contemporanea private. Negli anni Cinquanta e Sessanta invece, l’epicentro delle gallerie private newyorkesi si spostò nell’Uptown e poi nell’East Village, mentre a partire dagli anni Settanta numerosi artisti si trasferirono a SoHo che divenne così il centro delle ricerche artistiche più recenti. Oggi tale primato è stato senz’altro acquisito da Chelsea con le sue numerose gallerie e spazi espositivi originariamente adibiti a magazzini e fabbriche, dove ogni sera si può assistere a openings, lectures, meetings, performances.

 

Veduta espositiva della mostra Nairy Baghamian, Marian Goodman Gallery, New York, 2017: a sinistra, Dwindler_Yellow Fool, 2017; a destra, Dwindler_Updraft, 2017. Foto courtesy: Marian Goodman Gallery, New York

 

Ed è proprio a Chelsea che nel 2009 è stata fondata l’High Line Art, attualmente diretta da Cecilia Alemani e volta a presentare di anno in anno una diversa vasta gamma di opere d’arte, incluse commissioni specifiche del sito, mostre, spettacoli, video, anche al fine di promuovere un dialogo con il quartiere circostante e con il paesaggio urbano. L’High Line Art si sviluppa infatti in un luogo molto particolare da cui prende il nome: l’High Line,ovvero una linea ferroviaria costruita nei primi anni Trenta, poi andata in disuso e definitivamente abbandonata nel 1980. Nel 1999, in opposizione all’ipotesi di abbattimento dell’infrastruttura ormai invasa da una ricca e folta vegetazione, si costituì un’associazione di residenti della zona, la Friends of High Line, che propose la sua riqualificazione in una promenade verde, in seguito progettata e realizzata dagli architetti Diller Scofidio+Renfro e dallo studio di architettura del paesaggio James Corner Field Operations. Percorrendo i circa 2,4 km della frequentatissima High Line, oltre ad avere la possibilità di rapportarsi con la natura e le opere d’arte ivi installate, si può godere di una meravigliosa veduta dall’alto del quartiere di Chelsea e dunque di una momentanea sospensione dal caos del traffico cittadino sottostante.

 

The High Line, 2017.

 

Forse è con questa sospensione di arte e di verde, e con questo ritrovato connubio tra arte, natura, città e architettura, che possiamo concludere il nostro viaggio nella New York dell’arte contemporanea, tenendo però ben presente che molteplici spazi espositivi, centri culturali, studi d’artista, lectures, eventi, conferenze, si nascondono sempre dietro l’angolo in una città inesauribile e mai sazia di arte e di cultura come New York.

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