Girasoli

Se c’è una donna-girasole nella letteratura italiana questa è Clizia, senhal di Irma Brandeis, protagonista di alcune delle più belle poesie di Montale. Ma quando nel 1907 Klimt dipinse il suo girasole ispirato all’amica Emilie Flöge, non credo avesse in mente il verso del sonetto a Giovanni Quirini attribuito a Dante, che figura in esergo alla Primavera hitleriana: «Né quella ch’a veder lo sol si gira…». In un mosaico verde e blu picchiettato d’oro, su un piedistallo di piccole corolle multicolori, si erge la piramide del fiore dalle grandi foglie a cuore, con il capo lievemente inclinato. Qui, in realtà, tutto sembra girare intorno al grande occhio bruno circondato dalla corona dei petali gialli (meglio, con proprietà botanica, ligule). I critici d’arte vi hanno visto la somiglianza con una fotografia scattata da Klimt nella stessa estate in cui lavorò al quadro, dove Emilie compare sola in un lungo abito dalla foggia a trapezio.

Due donne per lo stesso fiore, due capolavori che ci riportano al mito, cantato da Ovidio nelle Metamorfosi, della ninfa Clizia innamorata di Apollo, auriga del carro del sole e dio delle arti, e da lui trasformata in eliotropo, così da poterlo per sempre seguire con lo sguardo nel suo corso diurno. Cristofora come la Beatrice dantesca, ecco la Clizia del poeta ligure:

 

 

[…] Guarda ancora 

in alto, Clizia, è la tua sorte, tu 

che il non mutato amor mutata serbi,

fino a che il cieco sole che in te porti

si abbacini nell’Altro e si distrugga 

in Lui, per tutti. […]

 

Ma molte sono le piante eliotropiche e quella del mito non può essere il girasole che tutti ammiriamo a schiere nei coltivi, o nell’isolato rigoglio degli orti. La portentosa erbacea annuale (Helianthus annuus), dell’innumere famiglia delle Compositae, è infatti originaria dell’America del sud, e fu importata in Europa verso la fine del sedicesimo secolo. Plinio ci parla di una Clythia dai fiori blu, ma forse l’essenza del mito è l’Heliotropium europaeum (famiglia delle Boraginaceae), un’erba dal fiore bianco, modesta ma graziosa e dall’alone magico. 

Giusto per non farci mancare niente in tema di tensioni celesti, eccovi anche il Blake di Ah! Sun-flower (dai Songs of Experience):

 

 

Ah, Sun-flower, weary of time,

Who countest the steps of the Sun,

Seeking after that sweet golden clime

Where the traveller’s journey is done:

 

Where the Youth pined away with desire,

And the pale Virgin shrouded in snow

Arise from their graves, and aspire

Where my Sun-flower wishes to go.

 

Ah, Girasole, il tempo ti affatica,

mentre devi contare al Sole i passi,

volgendoti alla dolce aurea terra

dove il cammino del viandante ha termine:

 

dove il Giovane sfatto dalla brama

e, nel sudario niveo, la Vergine

dalle tombe si levano agognando,

al luogo a cui il mio Girasole tende.

 

 

Il girasole è stato a tal punto citato che, come sempre accade con un surplus di riproduzione, invece che il fiore in natura si ha in mente una sua rappresentazione artistica: da Van Gogh a Giorgia, se mi è permesso l’accostamento forse un po’ troppo pop. 

È raro vederlo nei giardini, e anch’io mai ne ho seminato nel mio. Ma ne ho visti torreggiare alcuni in una piccola e ordinata enclave collinare che me n’è venuta colpa, meraviglia e voglia di averne la prossima stagione. Alto ben più d’un uomo, dal fusto irsuto, vigoroso ma dal midollo tenero, su cui si innestano alterne e picciolate, anch’esse pelosette, le grandi foglie dall’ovale dentato. L’infiorescenza (calatide) reca fiori periferici gialli a linguetta e sterili, oltre a quelli tubolosi del disco, bruni ed ermafroditi (cinque stami intorno allo stilo), inseriti in un sistema a spirali. 

 

L’intera pianta trova impieghi nella farmacopea per le proprietà emollienti e antiflogistiche, e nella fabbricazione della carta, di fibre tessili e di coloranti. Ma sono i frutti maturi – un migliaio per ogni disco di acheni scuri striati di grigio – a racchiudere la piccola mandorla dal valore nutritivo già noto agli Inca, e sfruttata dall’industria alimentare ed energetica. Ne vanno ghiotti i pappagalli ma, abbrustoliti, anche gli umani on the road. Chissà se piacciono anche a Tornasol, la nera bizzosa cavallina che s’è rifiutata di entrare nei canapi al palio della Madonna di Provenzano. Mi ha conquistata: gliene porterei una secchia!

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