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Calvino: alberi e piante

18 Gennaio 2024

“Il dramma della mia vita è stato quello d’esser nato da un padre agronomo e da una madre botanica, e d’esser invece cresciuto ostinatamente ignorante in fatto di piante. Quando mia madre scopre in un mio racconto un errore di botanica (ed è già capitato diverse volte) mi scrive lettere piene di rammarico” (Calvino, 1954, p. 406). Così Calvino risponde il 19 maggio 1954 a un lettore della rivista “Il Calendario del Popolo”, che gli segnalava una svista riguardo alle more – evidentemente sfuggita alla supervisione della madre – nella novella L’aria buona, pubblicata su “l’Unità” e poi nel volume . Sono parole utili per capire quanto il rapporto di Italo Calvino con il mondo naturale sia dipeso in primo luogo dal contesto famigliare.

Nella Strada di San Giovanni Calvino ci parla del padre, e della opposta direzione che avevano deciso di percorrere nel mondo. Quel padre che “vedeva solo le piante e ciò che aveva attinenza alle piante, e di ogni pianta diceva ad alta voce il nome, nel latino assurdo dei botanici”, e che sapeva imitare tutti i versi degli uccelli. E lui, il giovane Calvino, che di sé scrive: “Io non riconoscevo né una pianta né un uccello. Per me le cose erano mute. Le parole fluivano nella mia testa non ancorate a oggetti, ma ad emozioni fantasie presagi”. Un divario investe anche il linguaggio: “per mio padre le parole dovevano servire da conferma alle cose, e da segno di possesso; per me erano previsioni di cose intraviste appena, non possedute, presunte. Il vocabolario di mio padre si dilatava nell’interminabile catalogo dei generi, delle specie, delle varietà del regno vegetale [...] e nella terminologia tecnica, dove l’esattezza della parola accompagna lo sforzo d’esattezza dell’operazione, del gesto”. Esattezza contro immaginazione: “bastava un brandello di giornale che mi finiva tra i piedi [...] e già la mia mente aveva preso il galoppo, la catena delle immagini non si sarebbe fermata per ore e ore mentre continuavo a seguire in silenzio mio padre, che additava certe foglie di là dal muro e diceva: ‘Ypotoglaxia jasminifolia’ (ora invento dei nomi; quelli veri non li ho mai imparati), ‘Photophila wolfoides’ diceva, (sto inventando; erano nomi di questo genere), oppure ‘Crotodendron indica’” (Calvino, 1962, p. 12). Calvino è ben consapevole che questa parodia è segno di una mancata “pacificazione” con la figura paterna, di una “resistenza”, una “polemica” residua di quando toccava a lui seguire di buon’ora il padre su, per la strada di San Giovanni, quando ad attrarlo era la città.

Anche la madre si affaccia in questa prosa, una donna “senza incertezze, ordinata”. Nel medesimo scorcio è ricordato il suo giardino “etichettato pianta per pianta” da cui non usciva mai, e il “microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari” (Ibid., p. 15). La frequenza della facoltà di Agraria tra il 1941 e il 1942 è dunque un momentaneo tributo alla strada paterna, ma la abbandonerà nel dopoguerra per seguire la propria.

Insomma, quello con i genitori studiosi del regno vegetale è un rapporto irrisolto, che trova nei suoi scritti l’inevitabile, obliquo specchio. Pressocché a metà dell’arco cronologico tra la lettera del 1954 e la prosa del 1962, esce Il barone rampante (1957). La storia di Cosimo Piovasco di Rondò, che decide di salire su un leccio e di non scendere più, parrebbe il luogo adatto per mostrare una conoscenza botanica che renda giustizia a padre e madre. E in effetti, le piante e i fiori vi compaiono con nomi appropriati benché con qualche sbavatura. L’intento di risultare realistico nella ricostruzione del paesaggio vegetale della Liguria del Settecento – come dichiara Tonio Cavilla, alter ego di Calvino nell’edizione scolastica del 1965 – non sembra così riuscito. Gli alberi risultano più letterari che scientifici, per esempio là dove si accenna a pini generici o al bosco della nonna dove convivono esemplari di specie diverse e con una distribuzione quantitativa bizzarra (30 castagni, 22 faggi, 8 pini e un acero), tipica appunto del catalogo letterario. Per non dire delle assenze vistose: niente carpini o, nel sottobosco, ciclamini o altre essenze della macchia mediterranea. Ma, al di là di queste incongruenze, ciò che colpisce è che in Cosimo l’interesse per gli alberi (più che per i fiori) è finalizzato all’esclusivo uso personale, la conoscenza di ciascuna specie deve servire per la sua vita tra i rami, per reggerlo nel passaggio tra albero e albero; oppure, all’opera di potatura con cui viene in soccorso dei contadini, cui si dedica previa consultazione di manuali e testi specialistici. Possiamo vedere in questa dialettica tra sopra e sotto un omaggio al padre, che dispensava consigli da esperto agli agricoltori sanremesi, ma una vera passione per la botanica, o per una vita agreste, non è contemplata. Quel che interessa a Cosimo è stare sopra gli alberi, avere una visione sul mondo dall’alto. E c’è nel Barone anche un disagio nei confronti della natura selvaggia e di chi vi si arrende, come il tenente Agrippa Papillon e il suo drappello di ussari sprofondati “in un amalgama animale e vegetale” (Calvino, 1957, p. 761). Trasposta sul piano della scrittura, Calvino manifesta una simile impressione nei confronti del ribollente calderone della prosa di Gadda: è lo “sgomento” di sentirsi avviluppare come “una mosca sui petali di una pianta carnivora” (Calvino, 1958, p. 59). E qui la madre l’avrebbe corretto, ché di foglie-trappola si tratta e non di petali.

Ancor maggiore è il turbamento avvertito di fronte all’albero del Tule, il millenario cipresso calvo di Oaxaca, durante il viaggio in Messico del 1976 (La forma dell’albero). Quel “mostro” informe, dalla “sintassi sconvolta”, gli trasmette “una sensazione minacciosa”, mette a repentaglio le sue certezze: “Vuol dire che la trasmissione d’un senso s’assicura nella smoderatezza del manifestarsi, nella profusione dell’esprimere se stessi, nel buttar fuori, vada come vada? Per temperamento ed educazione sono sempre stato convinto che solo conta e resiste ciò che è concentrato verso un fine. Ora l’albero del Tule mi smentisce, vuol convincermi del contrario” (Calvino, 1984a, pp. 601-602).

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Invece in Giappone, e siamo sempre nel 1976, Calvino trova una natura addomesticata che meglio gli si addice. I giardini imperiali sono ben governati, tutto è studiato nel minimo dettaglio, e nonostante le molte possibili vedute e i sentieri dalle mille pietre che fanno di questi luoghi di delizia un “congegno per moltiplicare il giardino”, non ci si sente sopraffatti: “non c’è ragione per lasciarci prendere dall’angoscia: quel ciuffo di bambù lo si può vedere da un certo numero di prospettive diverse, non più e non meno, variando il chiaroscuro tra i fusti ora più spaziati ora più fitti, provando sensazioni e sentimenti distinti a ogni passo, una molteplicità che ora mi pare di poter padroneggiare senza venirne soverchiato” (Calvino, 1984b, p. 585).

Veniamo alle ultime pagine scritte nel 1985, pochi mesi prima della prematura scomparsa. In Esattezza stila un programma consono anche a un architetto di giardini giapponesi: esattezza nel “disegno dell’opera ben definito e calcolato”, nell’icasticità delle immagini, nella precisione e nella “resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione”. E confessa il medesimo disagio provato di fronte all’albero del Tule “per la perdita di forma” ormai dominante nella vita moderna, a cui cerca di opporre resistenza col fare letteratura fondato sull’“idea di limite e di misura” (Calvino, 1988, pp. 677, 679, 686).

Una ricerca dell’esattezza che “si biforcava in due direzioni”, due spinte conoscitive concorrenti: tra la riduzione e la moltiplicazione, tra astrazione e concretezza, tra uno “spazio mentale d’una razionalità scorporata” e uno “spazio gremito di oggetti” da raffigurare (Ibid., p. 691). Oggetti, cose ora non più “mute”, che chiedono l’attenzione di Calvino, secondo la lezione di William Carlos Williams, il minuzioso ritrattista delle foglie del ciclamino, o quella di Francis Ponge e dei suoi esercizi di descrizione applicati all’infinita varietà del mondo.

All’inconsapevole estremo della sua vita, in quest’oscillazione tra le due strade, entrambe perseguite con dedizione, Calvino si è forse davvero riconciliato con le istanze di ordine e catalogazione dei genitori, e può riconoscersi in quella medesima passione paterna “di dar fondo a un universo senza fine” (Calvino, 1962, p. 9), consapevole di non poterlo mai esaurire. Ma – fino alla fine – di poterlo raccontare, dandogli figura e forma di parola.

Biliografia

* I. Calvino, Lettera al “Calendario del Popolo”, 118, luglio 1954,
p. 1780, ora in Lettere 1940-1985, 2000
* I. Calvino, Il barone rampante (1957), ora in Romanzi e
racconti, vol. I, 1991
* I. Calvino, Natura e storia nel romanzo (1958), ora in Saggi
1945-1985, vol. I
, 1995
* I. Calvino, La strada di San Giovanni, in “Questo e altro”, I,
1962, 1, pp. 33-44, ora in Romanzi e racconti, vol. III, 1994
* I. Calvino, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963), ora
in Romanzi e racconti, vol. I, 1991
* I. Calvino, La forma dell’albero, in Collezione di sabbia (1984),
ora in Saggi 1945-1985, vol. I, 1995, cit. 1984a
* I. Calvino, I mille giardini, in La forma del tempo. Giappone,
in Collezione di sabbia (1984), ora in Saggi 1945-1985, vol. I,
1995
, cit. 1984b
* I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo
millennio
(1988), ora in Saggi 1945-1985, vol. I, 1995

 

Questo testo è tratto da Calvino A/Z, a cura di Marco Belpoliti, Electa, 2023

giovedì 18 gennaio 2024 ore 11
Biblioteca Casa del Parco

Alberi e piante
con Angela Borghesi

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