Ceanothus

Ah, che noia la mania del bianco assoluto! Negli arredi di casa: bianchi i divani, le lampade, i piatti; anche i libri, se mai ce ne fossero, solo con la costola bianca. E nei fiori: sul terrazzo bianchi i lillà, le ortensie e gli agapanto; recisi, nei vasi gli iris, le rose, i tulipani, i gigli sempre in candida livrea. Da quando Vita Sackwille-West, con il marito Sir Harold Nicolson, realizzò nel giardino del Castello di Sissinghurst nel Kent la room del suo White Garden, le essenze color latte sono divenute segno distintivo di eleganza e raffinatezza. E di snobismo floreale. Ma a Sissinghurst molte sono le stanze a tema, e quella bianca trova il suo senso, oltre che nella varietà dei verdi, nel dialogo con le adiacenti dai colori anche accesi, accostati con sapienza. 

 


Insomma, in giardino (come nell’outfit) è uggioso fare della monocromia una divisa. Com’è possibile, tra i tanti colori del maggio, rinunciare agli azzurri del Ceanothus

Arbusto rustico della famiglia delle Rhamnaceae – la stessa, per intenderci, del giuggiolo e del ranno spinello – è originario del Nord America e del Messico dove prospera nella macchia spontanea. Vuole sole e terreno ben drenato, ed è adatto per formare siepi o cespugli compatti. Numerosi gli ibridi in commercio, anche con portamento prostrato, per lo più sempreverdi, o caducifoglia come il rinomato Gloire de Versailles.

 

 

Notevole il Concha dalle piccole foglie lucide e brevi pannocchiette di micro fiori di un blu Cina raro, che ubriaca anche le api; può raggiungere dimensioni importanti, ma non si offenderà se avete l’esigenza di ridimensionarlo con una potatura di contenimento. Se proprio siete fissati, ve ne sono di bianchi, persino di rosati (Marie Simon), ma vi perdereste l’incanto di una lunga esuberante scenografica fioritura che – se giocate con le varietà – dall’oltremare può sfumare fino al cilestro del Ceanothus thyrsiflorus, noto anche come Lillà della California. Per goderveli al meglio, accostateli al rosmarino e alle lavande o, per contrasto, al giallo delle ginestre e delle phlomis, o ai prugna di certe clematidi.

Il suo tallone d’Achille sta nella scarsa longevità e nella non scontata resistenza al gelo: ma gli inglesi, che li amano assai, non si arrendono al rigore delle loro latitudini e in giardino ne fanno una presenza di carattere.  

 

 

Recente e non ancora consolidata è la considerazione che gli accordiamo in Italia, perciò trovare nella nostra letteratura un cenno al Ceanoto è impresa pressoché impossibile. Dobbiamo espatriare, o meglio “dispatriare”, a Reading con Luigi Meneghello, che ci soccorre con un siparietto gustoso proposto nel secondo volume delle Carte. La pagina, datata 10 marzo 1970, è una conferma del motto proverbiale «tutto il mondo è paese». Racconta di un dispetto di confine, questioncelle note a chi possiede un giardino e, con tono divertito, non alieno da intima soddisfazione, annota la morte dei vicini di casa per nulla socievoli, persino molesti: un bel giorno (o una notte) ci tagliò la forsizia, perché qualche ramo sporgeva, si vede, dalla sua parte, nei suoi spazi privati. La tagliò senza dircelo, castronò la fiorita, gentile bellezza dei rami…

Tra il macello di quei rami e la morte di lui cadde la morte quasi segreta della sua sposa. Nessuno l’aveva mai vista. Sapevamo soltanto che c’era. Dall’arrivo del funebre trabiccolo dedussi che doveva essere morta, l’occulta sposa, forse complice dello scempio della forsizia, forse essa stessa notturno boia, strappatasi dal letto nel folto della notte stregante, lei stessa coi forbicioni ai fioriti pennotti della nostra forsizia inferse le forbiciate castronanti… E poi morì, invisibile, e funebre carriola se la porta.

E lui vedovato rifiorì, come in una tarda primavera: più curati i panni, più lieto il viso, più vispa la voce, “mattina mattina”, e da parte mia un accenno quasi amabile di sorriso; ma uno può sorridere e sorridere e non scordare la forsizia!

 

 

Alla di lui morte i Meneghello non videro nemmeno il carro funebre. Erano in gita: «Ah, guarda!». 

Direte voi, e che c’entra la forsizia? Ci entra, ci entra. Meglio dar retta alla moglie Kati che così corregge Luigi:

 

K: «Ma non era una forsizia, era il cyanothus, coi suoi piccoli globi verde-blu, quasi viola. La più bella, la più rara pianta che avevamo in giardino». Io: «Io vedo una forsizia, il giallo fiammante…». K: «Cyanothus… l’avevamo ereditato quando ci vendettero la casa». Io: «Vero che tendeva a morire di freddo d’inverno?».

 

Ci deve pur essere stata una forsizia nel giardino inglese dei Meneghello, e forse pure di fianco al Ceanothus, nel più canonico abbinamento del giallo con il blu. Ma, se si vuole creare una tavolozza di contrasti, non vanno dimenticati i tempi delle fioriture: quando arriva il maggio, l’oro della forsizia è già svanito, andato, e senza bisogno di «funebre carriola». 

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!