Aldes: Il sesso degli angeli
Due ragazze in anonime vestagliette che danno sull’azzurro. Volto intenso, mediterraneo, una. Viso ironico, l’altra, malizioso. Capelli lunghi. Un ritmo incalzante, ossessivo, tutto giocato sui bassi. Avanzano con fare militaresco, quasi un passo dell’oca dilatato, esagerato. Occhi chiusi. Una gamba slitta. Micropassi, come sussulti. La paura si disegna sui due volti. I corpi si riposizionano, come per sfuggire a fucili puntati contro. Il ritmo prosegue, implacabile. Rottura delle pose. Slancio. Occhi di tralice. Di spalle. Cambia tutto (non il ritmo percussivo). Ora sembra evocata una danza popolare, una giga o forse un saltarello. Una dietro l’altra. Un passaggio arioso. Gioioso. Un vorticare di immagini. Di emozioni in chi guarda. E se il nostro tentativo di leggere le figurazioni, di attribuire loro un senso, fosse inutile?
Interrompo la descrizione dello spettacolo. Siamo in quello che possiamo considerare uno dei ridotti del teatro contemporaneo. A SPAM! Rete per le arti contemporanee, vicino a Lucca, per la precisione a Porcari, grande comune distribuito in un numero infinito di frazioni. Questo capannone che a tutto sembra adatto tranne che a ospitare teatro è la sede operativa di Aldes, una vera e propria fucina di idee e di pratiche creata dal coreografo, danzatore e regista Roberto Castello, uno di quei giovani degli anni ottanta che fondò Sosta Palmizi, il tentativo di una danza libera, creativa, che provasse a dire qualcosa in modo non descrittivo e banale sul mondo intorno, compagnia nata dopo un intenso lavoro degli allora suoi giovani componenti con Carolyn Carlson. Con Castello dirige Aldes Alessandra Moretti, sua compagna d’arte e vita. Siamo stati, alcuni critici, a vedere Il sesso degli angeli, spettacolo del 2025 pochissimo rappresentato e con pochissime repliche in calendario. Non è obbligatorio scriverne, ma se lo vedi lo spettacolo ti costringe a farlo, perché nella sua essenzialità diretta, come un meccanismo avviato verso il moto perpetuo, tocca punti cruciali del muoversi intorno alla rappresentazione e al sistema della danza (e del teatro).
Ma prima di continuare è necessario spiegare qualcos’altro di Aldes e di SPAM! Ospita, anche in residenza, artisti giovani e meno giovani, organizza rassegne di musica, teatro, danza. È un vero e proprio ridotto culturale, tanto che questo enorme comune (sui 50mila abitanti), sprovvisto di qualsiasi apparato culturale (teatro, cinema, sala da concerti) sta avviando la costruzione di una sede decente dove continuare il lavoro.
Oltre a promuovere visioni e artisti, Aldes lavora molto ad allargare lo sguardo verso altri territori. Con Chama, per esempio, una parola africana che significa, tutto insieme, “partito politico, associazione, comunità, festa”, ed è una grande festa all’aperto con azioni e musica, per creare comunità. Una festa gratuita per spazi pubblici, dove non si paga biglietto ma si porta qualcosa in dono che viene versato ad associazioni come la Charitas. D’altra parte Castello, rigoroso esploratore di mondi artistici, più volte ha cercato di rendere popolare la danza contemporanea, per esempio nella trasmissione Rai Vieni via con me di Fabio Fazio e Roberto Saviano (2010).
Ma l’Africa, il continente colonizzato, ignorato, spogliato, sta soprattutto in un programma che unisce spettacolo, conoscenza di artisti lontani dai nostri panorami e riflessione. Si chiama Bambu e si fa da alcuni anni. Debutta al Romaeuropafestival l’8 ottobre e prosegue per circa un mese fino agli inizi di novembre, quando tra Capannori e Porcari si terrà un incontro con storici e filosofi africani, in collaborazione con Nigrizia. Gireranno, per vari luoghi della penisola, tre assoli di teatro e danza contemporanei, con tre autrici dell’africa equatoriale (Linda Sarki Johnson della Nigeria, Stéphanie Mwamba della Repubblica Democratica del Congo, Diana Odhiambo del Kenya). Affrontano questioni legate al mondo femminile, in tensione tra legami con le tradizioni e cosmopolitismo, tra improvvisazione e adesione e confronto con culture ancestrali.
Il sesso degli angeli incalza. Il gioco ben presto rivela i suoi criteri compositivi, conservando tutto il suo mistero, che a tratti sembra illuminarsi per poi tornare subito dopo indecifrabile. Un’azione ne genera un’altra, spesso per salto in una differente tensione, con accensioni drammatiche, con siparietti buffi, sempre incedendo, implacabilmente, sul ritmo iniziale, costrittivo ma aperto, capace di essere riempito di estri personali, di caratteri differenti. È un po’ come la terzina o l’ottava in poesia: sono metri da rispettare rigorosamente nella misura e negli accenti pena la ‘stonatura’, ma che al poeta sensibile forniscono un’infinita libertà: tanto da essere recuperati da alcuni, Pasolini in testa, dopo le destrutturazioni del verso libero.
“Il sesso degli angeli”, riflettiamo, è espressione che indica discussioni inutili su questioni irrisolvibili e probabilmente abbastanza futili. E questa danza incalzante o ariosa, espressionista o scanzonata, a seconda dei momenti, incarna perfettamente l’etichetta. Cosa stiamo vedendo? Una grande libertà nella costrizione, tutta azione con poca o nulla finzione, rappresentazione, con un azzeramento o un accumulo esagerato di sensi, sminuiti (o esaltati) a favore della presenze dei corpi, di quelle due ragazze che sudano nel caldo ancora torrido di questa fine estate con i loro capelli lunghissimi, che danno consistenza alle loro figure, il volto mediterraneo e tendente al drammatico dell’una, l’aspetto da folletto dell’altra, ma pronto a mostrare gli artigli, insinuando, alludendo, interpretando con trasporto, accennando fingendo perfino passi di danza, di flamenco, pose di danza classica. Distruggendo subito dopo averla creata l’immagine e trasportando altrove, in una metamorfosi continua e vorticosa che ci suggerisce: mai fermarsi, mutare, trasformarsi.
Come raccontare, allora, questo spettacolo? Provando a trascrivere, almeno alcuni dei movimenti? Ogni tanto le due interpreti tornano a quella specie di passo dell’oca. Ci fanno immaginare una fucilazione (qui è chiaro: il legame tra le azioni e il loro senso si costruisce nella mente dello spettatore). Poi il vibrare di braccia evoca gli angeli, le loro ali. Presto quei sacri volatili si esibiscono come angeli ribelli, come cattive ragazze: una si sfila all’infinito, da sotto la vestaglietta, mutande e mutande, senza mai mostrare neppure un centimetro di più del corpo rispetto a quelli offerti agli sguardi dall’inizio. I corpi, abbigliati così da casalinghe tutt’altro che disperate, si scuotono. Mosse. L’accenno a un silente urlo. Una pietà. Un cordoglio (siamo nell’astrazione, ma pur sempre in questo mondo, in questa società poco attrezzata a esistenze dignitose). Si racchiudono. Si aprono. I corpi esplodono. Deflagra qualcosa che sembra dolore e poi torna la leggerezza. Un’aria di danza. Ci sembra di essere al circo, dopo un numero riuscito. Una, la più alta e drammatica, dà un morso a un panino avvolto in uno scottex. Le braccia sembrano trasformarsi in ali. Decisamente, in una. L’altra guarda. Imita, timidamente, con le braccia attaccate al corpo, che prima tremano, poi, a poco a poco, si distendono. Incalza sempre lo stesso ritmo. Una si deforma la faccia, quasi a voler imitare un quadro di Francis Bacon. Grottesco passo militaresco. Un flauto e un altro suono come echi lontani sul ritmo ossessivo. Esibizione di segni politici: io sono mia, il pugno chiuso… Scontro lotta. Limarsi le unghie dei piedi. Guardi distanti. Come fissi in un altro mondo. Sguardi accattivanti. Sguardi maliziosi. Uno scatenamento tarantolato. Fino all’entropia, allo svuotamento, al buio.
Metamorfosi continua delle situazioni, dei corpi. Rottura – salto – dei legami sintattici. Seduzione verso il significato e negazione di esso. Accumulo che alla fine – notano gli osservatori – rivela la paura del vuoto e, contemporaneamente, fa il vuoto per troppo pieno. Abbandonarsi al flusso, creare il caos, smarginare il senso, sempre quello, che parrebbe guidarci in ogni istante e che ci lascia abbandonati come Arianna su spiagge deserte. Tanto più quanto più pare prometterci e perfino consolarci.
Perché uno spettacolo del genere non ha mercato? È intenso, bello, intelligente. È interpretato da due straordinarie danzatrici performer, Erica Bravini (l’ironica, l’ho chiamata, il folletto, ma al suo repertorio non mancano i momenti tesi, gli sprofondamenti drammatici) e Ilenia Romano (la tragica, il volto mediterraneo, l’ho definita, ma pronta al guizzo leggero). Perché la danza ha pochi spazi e chi programma la usa come riempitivo, senza osservare la qualità, senza cercarla? Perché la destrutturazione sottile che porta questo spettacolo in cui Roberto Castello firma coreografia, regia, musica (quel battere continuo, ossessivo, che diventa struttura portante, partitura per l’azione fisica) è troppo estrema? Il sesso degli angeli ha una grazia che nulla invidia alla retorica delle discussioni, appunto, sul sesso degli angeli. Con sottile strizzata d’occhi, non esibita, con una cura totale dei dettagli che diventano composizione, tanto da creare un mondo a sé, completo. Con la capacità di aprire squarci interiori e riflessioni su dove ci troviamo, come ci trasportiamo in un accumulo di azioni, di sentimenti, di vertiginose pose e trasformazioni. Che forse respirano continuamente il vento del nulla.
Piccola bibliografia:
Valentina Valentini, Valeria Vannucci, Chiara Pirri Valentini (a cura di), Nel migliore dei mondi possibili. Intorno all’opera di Roberto Castello (con saggi vari), Macerata, edizioni Ephemeria 2021.
Le fotografie sono di Paolo Porto.