Una vetrina del teatro pugliese

10 Luglio 2026

La Puglia ha un mare splendido, che rivaleggia con quello della Sardegna; un turismo in crescita impetuosa, spinto da un notevole investimento risalente già ai tempi delle giunte regionali Vendola, dal risanamento di Bari vecchia e dall’incremento dei voli low cost sul capoluogo; una cucina ormai d’esportazione, con orecchiette, parmigiane, taralli, olio, vino e chi più ne ha più ne metta. Ma qual è la situazione del teatro in quella regione?

Un quadro lo ha dato dall’1 al 4 luglio Puglia Showcase, vetrina di produzioni selezionate da una giuria nazionale. Si è svolta nei due teatri di Fasano e ha accolto circa duecento ospiti, tra operatori italiani e stranieri (soprattutto giapponesi, coreani, sudamericani, di vari paesi europei) e qualche giornalista, ospitati in tre alberghi e raccolti tutti insieme a cena nel Villaggio Puglia organizzato nella masseria fortificata Pettolecchia, decorata con luminarie da feste patronali, un gazebo (che qui chiamano “cassa armonica”) per bande di tradizione e d’innovazione e banchetti di degustazione della cucina della regione

Dodici gli spettacoli andati in scena, al ritmo di tre al giorno, conditi da incontri con altre compagnie del territorio e da un forum che riuniva i rappresentanti di varie regioni del Sud, Visioni dal Sud: cultura, comunità e connessioni. Il magnifico apparato organizzativo, dispiegato da Puglia Culture, l’organismo regionale che cura il circuito teatrale pugliese in accordo con i comuni, arrivando a gestire settantacinque teatri, permetteva agli ospiti di prendere contatto con un teatro attento, con le sue tematiche e le sue forme estetiche, ai territori di riferimento.

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Arvo Pärt vs David Bowie di Equilibrio Dinamico, ph. Stefano Sasso.

 Danza

Innanzitutto gli spettacoli di danza. Res Extensa di Elisa Barucchieri ha presentato due produzioni inserite nel Progetto delle radici: Mors e Lu baciu santu, due ennesime rivisitazioni del tarantismo. L’attenzione è ancora rivolta alle “tradizioni”, alle “radici”, quando gli esseri umani sono metamorfosi continua, e le radici le hanno gli alberi, non chi si muove continuamente in cerca di un posto nel mondo. Gli spettacoli volgono il ballo della taranta, che era cerimonia di emarginazione, di dolore, di sofferenza fisica e psichica, in spettacoli alla fine abbastanza oleografici, basati su acrobatismo e “ballettismo”. Ma il “ballettismo” è un po’ il difetto di tutto quello che si è visto: tentativi di aggiornare senza effettivamente ricercare e provare a innovare, dimenticando la nuova danza, la non danza, perfino il post-moderno, la danza di narrazione e quella concettuale, con un ritorno, più o meno dichiarato, a formati più spendibili anche commercialmente, con numeri di abilità fisica e soluzioni levigate che non scavano né inventano veramente.

Così Zugzwang si compiace di pose flash che portano i due performer, in stato di reciproca tensione e in attesa delle mosse dell’avversario (il termine viene dagli scacchi), fino a un avvicinamento finale (in scena Elisabetta e Gennaro Andrea Lauro, in una multiproduzione). Così Equilibrio Dinamico volge musiche di Arvo Pärt, dalle risonanze interiori, spirituali, fasce e pulviscoli di suoni, in un saggio di abilità che scivolano verso l’atletismo, dando più coerente interpretazione all’universo “marziano” di David Bowie, in Arvo Pärt VS David Bowie.

In questa stessa direzione potremmo considerare il Romeo e Giulietta danzato di La luna nel letto / Kismet / Compagnia Eleina D., con la regia di Michelangelo Campanale e le coreografie di Vito Leone Cassano. Ma con questo spettacolo saltiamo nel paragrafo successivo:

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Giulietta e Romeo. Il corpo di Shakespeare di Michelangelo Campanale e Vito Leone Cassano, ph. Alice Blandini.

Resti

Resti di Shakespeare, residui di Omero. E perfino di un'altra delle icone della regione, Domenico Modugno, sul quale ogni anno esce un nuovo spettacolo. Quello delle variazioni sui classici è un altro filone. Giulietta e Romeo. Il corpo di Shakespeare di Campanale/Cassano riduce la storia arcinota a cerimonia officiata da una specie di prete, che vede contrapposte in danza le due famiglie dei Capuleti e Montecchi, vestiti tutti di nero (in lutto per i morti? come mafiosi?). E la danza si esprime per immagini forti, che alla fine risultano stereotipate: quello che risalta è il contrasto, le lotte tra le due famiglie (lo sapevamo!): in compenso perdiamo molte delle sottigliezze e della poesia (ebbene sì) del testo originale, quella lotta non solo contro la società ma soprattutto contro il destino, con un impoverimento quasi intollerabile del personaggio più bizzarro, lo spadaccino sognatore Mercuzio, padre putativo, forse, di quel Cyrano di Bergerac che arrivò sulla luna. Qualche immagine forte, come il funerale di Giulietta, esibita come una crocifissa, non riscattano tale impoverimento, tutto virato, ancora, sul “ballettismo”.

Lidodissea di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari è un tentativo (inutile) di sovrapporre Omero alle questioni di una famiglia contemporanea, con scivolate di gusto alla Bombolo (“non è una ninfa è… una ninfomane”, più o meno); il Modugno prima di volare di Koreja, scritto da Angelo de Matteis con la collaborazione di Salvatore Tramacere, è un pretesto per far risentire canzoni di Domenico Modugno, con la bella voce di Emanuela Pisicchio, anche qui con una rivendicazione di “radici”: l’autore di Volare non era siciliano e tanto meno di Polignano, dove era nato: crebbe nel Salento (ma è inutile ricordare che la scalata verso il successo, e molta parte della sua formazione d’artista, avvenne a Roma).

Resti, non solo dai classici. Come Oliviero, del Teatro dei Borgia, che racconta il lavoro degli operatori sociali ed è frutto di un lungo impegno sul campo. Mette a confronto la prassi dell’assistenza, che spesso sfocia nella burocrazia, e la vita di un “assistito”, capace di smarginare, col suo stare sui confini, le previsioni, i percorsi troppo irregimentati.

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(H)amleto di Factory Compagnia Transadriatica, ph. Giovanni William Palmisano.

Ultima citazione per (H)amleto di Factory Compagnia Transadriatica, anche questo punto di arrivo di un lavoro su teatro e disabilità. In questo caso il testo più famoso di Shakespeare è riscritto, essenzializzato, da un ragazzo con sindrome di Down, Fabrizo Tana. Di Shakespeare rimangono i nodi cruciali, portati verso un notevole densità lirica, con i rovelli di Amleto affidata una voce fuori campo. Che, purtroppo, è quella di un attore, che rende quel rovistare nei pensieri del principe (e dell’autore) “normalizzato”: certo, forse Tana non avrebbe avuto una pronuncia altrettanto intellegibile, ma la sua voce avrebbe reso bene il ronzio di questo ragazzo in cerca di padre, di madre, di amici, sperso e disperso, che vediamo all’inizio raggomitolato in primo piano sul palcoscenico sotto un candelabro dalla forma labirintica. Lo spettacolo, comunque, grazie all’attenta e creativa cura di Tonio De Nitto e Fabio Tinella, si rivela smagliante, figurativamente accurato, e riserva vari momenti di forte intensità, come i numeri dei becchini nei quali – mi sembra – ci ritroviamo davanti a un attore “normale” e a uno “mattonzolo”, che varia, inventa, fugge da un copione che già nell’originale doveva essere “a soggetto”. Lo spettacolo inserisce in un insieme omogeneo attori con disabilità e senza disabilità, riservandoci una delle più belle sorprese del festival.

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Caravaggio con Luigi D’Elia, ph. Antonio Giannuzzi.

Narrazioni

Vari spettacoli sono di “teatro di narrazione”, con storie spesso di memoria, di memorie già abbastanza visitate e dissodate. Con bravi attori. Ultimo round, produzione Crest con Mente Acrobatica, interpretato dall’intenso Andrea Simonetti, autore del testo con Gaetano Colella, che firma la regia, racconta la storia del pugile sinti Johann ‘Rukelie’ Trollmann, nato ad Hannover e finito in un campo di concentramento. È un lungo, appassionato flash back che entra nella terribile storia di una parte dell’Olocausto, quello di sinti e rom.

Racconto personale mostra un attore, altrettanto straordinario, reduce da decine di repliche. Mamadou Diakite (diretto da Cosimo Severo, con la drammaturgia di Stefania Marrone) rievoca la storia del suo viaggio dalla Costa d’Avorio verso l’Italia, in cerca della speranza di una vita migliore.

Infine Caravaggio di chiaro e di oscuro, di Francesco Niccolini, compagno di molte avventure di Marco Paolini, con quel raffinato, versatile affabulatore che è Luigi D’Elia. Sulla scena incombe un drappo caravaggesco, simile a quello che domina la scena della Morte di Maria. Lo spettacolo è una ekphrasis storica, un racconto della vita e delle opere del pittore, e potremmo collocarla in quel filone che ha praticato Marco Martinelli con Bernini, storie di artisti contro il potere. Qui Michelangelo Merisi è contro i papi e la chiesa perché guarda nella realtà com’è, fatta di miseria, di piedi sporchi, perché cala la storia sacra in quella della povera gente. D’Elia, con la collaborazione di Stefano Randisi ed Enzo Vetrano, è bravo a surriscaldare in picchi emozionali una storia già raccontata in spettacoli e film e in quella superba ekphrasis che è il Caravaggio di Roberto Longhi.

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James, di Licia Lanera, ph. Manuela Giusto.

James

Poi c’è Licia Lanera. Teatro nel teatro per provare a squarciare il velo della vita quotidiana (e la finzione del teatro, fingendo), per dare voce, in modo ironico che in certi momenti raggiunge lo sberleffo, a un dolore. In James si parla di madri e figlie con attrici di diverse generazioni (ci sono anche la più che ottantenne Lucia Zotti, con la figlia Monica Contini), e tanto di teatro, come vocazione, come missione che assorbe totalmente.

La regista dichiara lo spettacolo essere una prova, e qui ci troviamo dalle parti di Pirandello. Ma un signore tutto vestito di bianco (Mino De Cataldo), non di nero, irrompe con citazioni da Tadeusz Kantor. Sullo sfondo una maschera di capra (Ermelinda Nasuto: è il capro dionisiaco?) e una testa di vacca (Andrea Sicuro). Un altro uomo, Danilo Giuva e la giovane Chiara Davolio. Chiacchiere quotidiane. Zotti si lamenta di non trovare mai scarpe adatte al suo piede, rovinato dall’alluce valgo. Licia Lanera fa Licia Lanera (troppo, fino a ridursi quasi alla macchietta di sé stessa, con la sua trasgressione facile, con un eloquio infarcito di male parole: scandalizzare, ma chi?). Nel chiacchierare a ruota libera ogni tanto qualcuno richiama al vero tema: l’immortalità. Quella, capiamo, che si acquista attraverso i figli “che riproducono quella mia fossetta…”. E chi ha scelto di dedicarsi totalmente, kantorianamente, all’arte, figli non ne ha fatti. E allora? Adottare a distanza? (E qui parla di associazioni che si occupano di bambini e di Africa con malcelata ironia). Ed ecco che appare un figlio, nero di pelle, un burattino, e l’opera va verso un finale amaro, carico di certezze mischiate a rimpianti.

Questo, forse, è lo spettacolo più riuscito, con tutti i suoi grumi, visto in questa vetrina. Certo che Lanera rimane ancorata a quell’idea di trasgressione, di provocazione, che ne sminuisce la potenzialità creativa. Non riesce a tradurre la rabbia in poesia. E di poesia, più che di provocazione, abbiamo urgente bisogno in questo mondo senza aria.

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Una banda tradizionale entra nel Villaggio Puglia.

Bande

Le serate alla masseria erano allietate da bande, innovative le prime sere, tradizionali, con repertorio classico e operistico, l’ultima sera. La macchina della Vetrina era perfetta e dava l’idea di una regione che aspira a crescere, che vuole affermarsi, ma che – a mio parere – punta ancora troppo su una rivendicazione di spazio che non corrisponde sempre a una reale capacità di conquistarselo: manca a volte, in quello che si è visto, quel fuoco, quel duende direbbe García Lorca, che dà quella che ho chiamato “poesia”, la capacità di vedere il mondo in modo differente da quello banalmente realistico (e consumista), e inventare (in-venire trovare, scoprire vie inedite), creare forme inaspettate per interpretarlo. Ricercare. Rischiare.

Dal 2012 al 2015 la vetrina del teatro pugliese era ospitata in relazione con un festival tarantino, Start Up Teatro, che metteva a confronto le produzioni locali con momenti e vertici della ricerca nazionale e in un’edizione anche con il progetto internazionale Misteri e fuochi, spalmato in tutta la Puglia (arrivarono per esempio, in quella rassegna, tra gli altri, Shirin Neshat, Angelica Liddell e Armando Punzo). Provava a dare respiro e prospettiva. Forse l’attuale impostazione totalmente regionalistica riduce gli orizzonti anche per gli stessi artisti pugliesi.

Comunque il notevole lavoro di Puglia Culture sarà premiato da un’esportazione del festival a Parigi dal 15 luglio e in autunno, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiano, e con una presenza al Festival Santiago a Mil in Cile. Il teatro pugliese è in cammino.

L’ultima immagine ritrae il Villaggio Puglia.

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