Giuliano Scabia: assalto al cielo

9 Ottobre 2026

Suonare le nuvole. Non: suonare alle nuvole. Suonare fiori e piante. Suonare l’acqua.

Siamo nei beati “tempi dell’eterno andare / quando era possibile figurarsi due traveggole che, / in forma di arcangeli / s’intromettevano nelle cose umane / in terra, in aria, dappertutto”. Siamo nel mondo incantato di Giuliano Scabia, il poeta teatrante, l’angelico viandante passato nel mondo accanto ormai un lustro fa. Ogni anno la Fondazione a lui dedicata, animata dalla moglie Cristina Giglioli, lo ricorda con varie iniziative. In questo 2026, per l’Estate fiorentina, ha creato, con la cura di Andrea Mancini, un ponte tra alcune delle sue prime opere, datate inizi anni settanta, e l’ultimo romanzo, Il ciclista prodigioso (Einaudi), uscito postumo a compimento del ciclo intitolato appunto “Dell’eterno andare”.

Suonare le nuvole. Scalare il cielo e trasformarlo in quello che è, nelle nostre fedi e mitologie, il più grande teatro dell’universo, con la Commedia armoniosa del cielo e dell’inferno.

La rassegna ospitata in vari luoghi di Firenze si intitola Commedia armoniosa per un drago nascente e avvicina, con questa denominazione, due momenti dell’attività di Scabia: la commedia regolare che vinse il Premio Pirandello nel 1972 e una delle sue attività di dilatazione del teatro di quello stesso anno, quel Forse un drago nascerà che si era svolto in vari luoghi d’Abruzzo, coinvolgendo ogni volta per tre giorni ragazzi. Arrivavano gli artisti e chiedevano di immaginare una città nuova, di costruirla con materiali poveri, di popolarla con burattini, poi di portarla per le strade della città o del paese con un teatrino a forma di drago cinese che veniva, a un certo punto, affrontato da un cavaliere. Il drago avrebbe dovuto essere una materializzazione del male delle città reali, ma i ragazzi non vollero mai farlo sconfiggere, perché lo avevano costruito loro, perché era diventato il custode dei loro desideri, delle loro fantasie.

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 Il Teatro Vagante.

Questo lavoro, ai prodromi di quella che venne chiamata “animazione teatrale” (dalla quale poi Scabia avrebbe preso le distanze notandone la riduzione a ripetizione di formule, senza più ascolto delle singole situazioni), è stato raccontato in un libro del 1973, ripubblicato da Babalibri, con la cura di Francesco Cappa, nel 2022. Il drago questa estate è stato rimesso in vita per bambini e bambine nel giardino della Biblioteca Ca Nova all’Isolotto di Firenze il 26 settembre. Quella esperienza la trovate narrata ancora, sempre dalla tersa scrittura diaristica di Scabia, nel secondo volume del suo Teatro, intitolato Teatro Vagante 1971-1973, pubblicato da Marsilio nel 2025.

Là leggete anche la Commedia armoniosa del cielo e dell’inferno, il viaggio di un gruppo di militari del “più potente Esercito della Terra” nell’Oltremondo, continuamente illusi, sedotti, abbacinati, trascinati per gli spazi interstellari da un gruppo di attori che su una carretta chiamata Teatro Vagante mettono alla prova le proprie capacità di magica rappresentazione, e inganno, figurando negli spazi interstellari con teli e cartapesta il paradiso, l’inferno, il padre Adamo, angeli e demoni.

È un testo lungo, difficile, come molti di quelli concepiti in quegli anni. Pieno di riflessioni filosofiche, politiche e metateatrali, chiama in campo la guerra e le possibilità immaginative, trasformative, del teatro; può risuonare ancora oggi, immaginando quei militari alla deriva tra le galassie non più come yankee morti nelle giungle del Vietnam ma come soldati di qualcuna delle sporche guerre nostre contemporanee, in Iran, in Ucraina, in Palestina, in Libano…

È debitore di Mistero buffo di Majakovskij, del poema di Rudyard Kipling con protagonista il servo Gunga Din, a cui furono ispirati vari film, e del testo di Ali Mirfrekvandi, No Heaven for Gunga Din, pubblicato in inglese nel 1967, che racconta di un paradiso popolato da un gruppo di generali. Si conclude con la presa di coscienza di Gunga Din e con il suo distacco dai padroni-militari e con la discesa dell’Angelus Novus di Walter Benjamin, l’angelo che vola sulle rovine della storia guardando sempre altrove, avanti, oltre quel paesaggio di rottami causati dall’umanità.

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Un burattino della Commedia armoniosa.

Ma è utile ricordare a questo punto il complesso ruolo della drammaturgia nell’opera di Scabia.

Lui occupa una posizione fondamentale di sperimentatore, di inventore di azioni che, basandosi su un canovaccio iniziale che chiamava “schema vuoto”, tendevano a dilatare gli spazi e le possibilità del teatro e la partecipazione al fatto scenico, trasformandola da passiva ricezione in attività creativa, che in modo dilettevole e con amore voleva trasformare la rappresentazione in gioco, in esperienza di implicazione totale (una sua invenzione romanzesca, nel ciclo di Nane Oca, è la Fantastica Compagnia Dilettantistica Amatoriale).

Ma queste caratteristiche, riscontrabili nelle azioni compiute nei quartieri di Torino, a Sissa, in Abruzzo, al manicomio di Trieste, sull’Appennino reggiano e in molti altri posti, tra paesi e periferie, non devono far dimenticare un dato centrale.

In un sistema teatrale come il nostro del dopoguerra, incentrato sulla figura del regista, in relazione più o meno virtuosa con l’attore, spesso ridotto a ingranaggio della sua creazione (Claudio Meldolesi parlava di “attore funzionale”), o viceversa enfatizzato in mattatore, Scabia come pochi altri ha coerentemente, continuamente, dato un ruolo centrale alla drammaturgia. È in questo senso, prima della rinascita di una drammaturgia italiana negli anni immediatamente prima del 2000, per molto tempo è rimasto, al fianco di Dario Fo, principale se non unico testimone di una necessità dell’autore, come indagatore e testimone del tempo e dei linguaggi.

Lo “schema vuoto”, da una parte, e la commedia, dall’altro, hanno indicato all’avanguardia teatrale, persa, a volte, in esperimenti puramente linguistici, una strada per una drammaturgia dinamica e collegata per vie infinite, a volte misteriose, al magma del reale. Una via che metteva in questione i linguaggi acquisiti, e il ruolo di chi creava l’evento artistico o a esso partecipava. La scrittura è diventata quindi, sempre, scrittura per la scena e in questo modo si è materializzata in strada per interpretare il mondo e i suoi linguaggi, in modi differenti, mettendo alla prova la realtà e ogni sua possibilità fantastica.

La scrittura è stata per Scabia un mezzo per capire la lingua del mondo contemporaneo, ossia il modo in cui si creano, si disfano, si contraddicono le relazioni, le appartenenze, la stessa definizione delle cose e i loro aloni fantastici.

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 Allestimento della mostra: i burattini tra i fiori.

E però, proprio per questa sua caratteristica, di essere nei tempi, la scrittura invecchia. L’annuncio dell’Angelus Novus, alla fine della Commedia Armoniosa, sulle orme di Bertolt Brecht riporta le reazioni degli attori della compagnia del Teatro Vagante:

È avvenuto quello che doveva avvenire – disse il drammaturgo della compagnia. – Noi siamo stati gli attori di un'epoca, l'abbiamo rispecchiata e abbiamo tentato di trasformarla. Ora i tempi sono cambiati. Ogni epoca sogna la successiva, e sognando urge al risveglio: ma il sogno è quasi sempre deforme come l’epoca da cui nasce.

Ma allora la nostra visione, la nostra rappresentazione, non era esatta, non era scientifica? – gridò il giovane attore.

E una voce disse – Lo era. Ma in relazione ai tempi. Ora lo sappiamo.

La commedia ebbe una strana sorte (lo racconta Scabia stesso in una amara lettera a Tullio Kezich, allora direttore della rivista “Sipario”, riportata in calce alla Commedia nel volume Marsilio). Sfidava le capacità produttive dei teatri con un’immaginazione scatenata. E la fama di innovatore di Scabia non rassicurava certo i direttori, sempre poco propensi a rischiare. Messa in cartellone dal Teatro Stabile dell’Aquila, peraltro in quegli anni uno di quelli dallo sguardo più acuto, venne bloccata dopo pochi giorni di prove. A Scabia venne consigliato di mettersela in scena alla maniera “magico-scabiana”: raccontandola, da solo, con un cantastorie. Intanto era stata registrata e trasmessa dalla Rai con la voce di un tenore e con attori come Massimo Castri, Stefano Satta Flores, Tino Schirinzi, Teresa Ricci e altri.

Ma quel testo e il suo destino sfortunato continuavano a ingombrare la fantasia del poeta, che davvero, alcuni anni dopo, arrivò a costruirsi espressionistici burattini, un cantastorie, e un canovaccio per andare a raccontarla da solo.

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Cantastorie della Commedia armoniosa.

A Firenze abbiamo potuto ascoltare la trasmissione Rai e una lettura dal vivo dell’opera. E visto una mostra, negli ambienti del MAD nell’ex carcere delle Murate.

La lettura, a opera di Silvia Guidi e Michele Anselmi, è anche un accurato, sfoltito adattamento drammaturgico: inizia dalla clausola finale dell’Angelus Novus e scorcia i passaggi del testo, senza nulla togliergli, andando a interpetrarlo con acuta sensibilità, capace di far rifulgere i caratteri dei militari e l’aspetto metateatrale, affidato agli attori del Teatro Vagante, protagonisti di ogni sorta di teatrali inganni, capaci di determinare i comportamenti. Restituisce al testo il carattere di doppia, o tripla, illusione: quella della ferocia guerresca, quella delle possibilità del teatro di trasfigurare realtà e sogno, quella di credere nelle finzioni e di ricavarne linee di condotta.

In un’altra sala del MAD si trovano i burattini e il cantastorie costruiti da Scabia, ambientati in un giardino di segatura e di fiori che sbocciano da supporti di legno. “Allegri e fantastici” come li voleva il poeta, che suggeriva di riferirsi al giardino futurista di Giacomo Balla, ai fiori di Jannis Kounellis, ad Andy Wahrol e alla “levità di certi materiali reinventati da Luzzati”. L’idea espositiva è di Andrea Mancini, con la collaborazione all’allestimento di Claudio Cinelli. La mostra proietta davvero oltre le stelle, in un mondo fantastico, ma anche in un momento irripetibile della nostra cultura, quello a cavallo tra anni sessanta e settanta.

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La lettura dal Ciclista prodigioso.

Suonare le nuvole. Del Ciclista prodigioso è stata data la lettura solo di alcuni passaggi: quelli che vedono il protagonista suonare elementi naturali, cercare di riprodurli col suo violoncello. La scelta dei testi estratti dal romanzo e il loro montaggio è opera di Gianfranco Anzini, allievo di Scabia, accompagnato alla chitarra e alla fisarmonica da Gandolfo Pagano e Luca Venitucci. “Accompagnato” è limitativo: i due musicisti con i loro strumenti davvero si fanno rumore, suono, idea, passione, ricerca, esplorazione, vagabondaggio, ritrovamento, facendo risaltare le parole, recitate in modo concentrato, affettuoso, smagliante da Anzini.

La rassegna è stata molto più ampia: dalla presentazione di alcune scene di Maggio drammatico, forma di teatro popolare che Scabia amava e che molto ha studiato, dalla Compagnia Maggistica Monte Cusna (RE), a interventi del clown contemporaneo Leo Bassi, alla rappresentazione di Gli spaventapasseri sposi interpretato da Andrea Brugnera e NatsukoTomi, con l’allestimento e la drammaturgia di Antonio Utili.

E subito dopo questa rassegna è iniziata una mostra con gli oggetti, cartepeste, cantastorie, burattini, che il poeta costruiva nel suo laboratorio di via delle Conce (a Firenze) e che usava nelle sue fantastiche azioni, ospitata dal Teatro della Pergola. L’esposizione, Giuliano Scabia artigiano del profondo, ancora firmata da Andrea Mancini con la collaborazione di Walter Sardonini, si può vedere fino al 15 novembre il martedì dalle 15.30 alle 18.30, il sabato dalle 10 alle 13 e in occasione di spettacoli ed eventi.

Per informazioni sull’intensa attività della Fondazione Giuliano Scabia, che gestisce il lascito del poeta, digitalizzandone l’archivio e rendendone viva la memoria con numerose iniziative. Qui.

Riferimenti bibliografici:
Giuliano Scabia, Forse un drago nascerà, Milano, Babalibri 2022;
Giuliano Scabia, Teatro. Teatro vagante 1971-1973, Venezia, Marsilio 2025;
Giuliano Scabia, Il ciclista prodigioso, Torino, Einaudi 2022

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Le immagini che illustrano l’articolo, salvo diversa indicazione, sono riprese dalla mostra citata.

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