Cantare e ballare Dante
Quando Massimo Recalcati mi ha chiesto di andare a Perugia a tenere una “lectio”, un incontro con gli studenti dei licei e degli istituti superiori della città, nell’Anteprima in settembre del suo festival KUM, edizione 2026, ho risposto subito di sì. Quando sono entrato nell’Auditorium Aldo Capitini di Perugia, la mattina del 16 settembre, e ho visto la platea stracolma di studenti, rumorosa e agitata come sono inevitabilmente le platee stracolme di studenti, circa 500 a detta delle organizzatrici, il cuore mi è sceso nelle scarpe, e ho pensato: forse oggi non ne uscirò vivo. E dire che, da più di 30 anni, ho affrontato adolescenti di ogni età e classe sociale, lingua, nazione, continente, e me la sono sempre cavata. Ma come? Giocando. Giocando quel gioco serio e furibondo che in Grecia 25 secoli fa hanno chiamato “teatro”, un gioco nato nel nome di Dioniso, il dio che rovescia le carte e incendia gli animi. Più che affrontarli, più che a fronte, li ho sempre messi in cerchio, e io nel mezzo. E da lì, da quella forma-archetipo, si è sempre cominciato a cantare insieme, a gridare il proprio nome, a saltellare. “L’origine del gioco sta nel saltello dei cuccioli di animali”, scrive Platone. Appunto: e si sa che in diverse lingue (francese, inglese, tedesco, norvegese etc.), non a caso per dire “recitare” si dice “giocare”. Mi ero riproposto, arrivando all’Auditorium Capitini: proverò a coinvolgerli come da anni vado facendo in giro per l’Italia. Mi spiego: l’ho chiamata Mi ritrovai ed è una “azione corale”. Avviene così, che io arrivo in città nel pomeriggio, incontro un piccolo gruppo di 20–30 persone di cittadine e cittadini di ogni età – che magari neanche si conoscono tra loro, ma, una volta saputo della “cosa”, hanno scelto di condividere con me tale esperienza – e mi limito a dar loro poche indicazioni su quello che avverrà in serata, e la sera stessa ci ritroviamo insieme sul palco di un teatro, davanti agli spettatori lì apposta convenuti. E davanti a quel pubblico recitiamo-giochiamo i primi due canti dell’Inferno di Dante. Ora, potete immaginare che le indicazioni del pomeriggio servono soprattutto a tranquillizzare i miei compagni di avventura: “Ma come, andremo su un palcoscenico tra poche ore, davanti a un pubblico, senza neanche provare?” Sì, è così: andremo senza provare. La prova sarà lo starci insieme, lì, su quelle assi di legno come sui carboni ardenti, sul palco come su un gioioso patibolo, sorretti dai versi di Dante. “Sì, va bene”, mi rispondono ansiosi, “ma poi che faremo?” Vi dovrete limitare a ripetere gli endecasillabi che io reciterò, e non solo i versi, anche i gesti che farò li dovrete ripetere, e badate bene che io mi prenderò anche la licenza di improvvisare all’interno di quella musica sublime, se quindi io mi fermerò su una parola, quell’”Ahi” del quarto verso del primo canto, quel grido di dolore, quell’invocazione disperata, se io la griderò dieci volte anche voi la ripeterete dieci volte, e se io, il corifeo, la guida del coro, nel gridarla mi getterò a terra dieci volte anche voi vi getterete a terra dieci volte, e se mi inventerò una battuta lì per lì, perché l’aria tutta attorno a me la ispira, anche quella battuta la dovrete ripetere, e se poi, nel vedere la luce all’uscita della “selva oscura”, io mi metterò a cantare gli endecasillabi saltellando e ridendo e agitando le braccia come un ossesso, anche voi li ripeterete saltellando e ridendo e agitando le braccia come ossessi, sia che abbiate otto come ottanta anni, saltellate come potete ma saltellate, provateci, provatevi, perché, nel nome di Dioniso, si è cuccioli di animali a otto come a ottanta anni. “Ma sembreremo tutti matti!”, mi viene spesso obiettato. Sì, è così, rispondo io, e cercando autorevolezza metto in mezzo Aristotele: “In ogni artista c’è un ramo di pazzia”. Sul palco tireremo fuori i nostri rami, li faremo cantare. E voi, che all’apparenza siete un gruppo indifferenziato di persone, vi trasformerete in un coro, per fare della sofferenza e della gioia di stare al mondo una voce sola.

Così, più o meno, li ho sempre tranquillizzati, i miei compagni di avventura. E soprattutto li ha tranquillizzati il saltellare la sera sul palco, perché quando saltelli non pensi. Quando saltelli vibra e pensa il tuo corpo. Il tuo corpo-anima. Quando saltelli scolpisci l’aria attorno a te. Quando saltelli sei musica. Quando saltelli scacci l’ansia. Ma a me, quella mattina del 16 settembre, chi mi poteva tranquillizzare? I 500 mi sembravano davvero le tre belve feroci al limitar del bosco, lonza, leone e lupa, decise a farmi a pezzi. Marco, ma cosa vai a pensare? Ti sembrano “belve” quegli adolescenti, guardali bene quei volti, guardali uno per uno, chi beffardo a scambiar battute col vicino, chi a parlar di calcio, chi a confidarsi con l’amica, chi già annoiata all’idea di ascoltare uno che parlerà di Dante per due ore, tanti ad affogare l’attenzione nello smartphone… ti sembrano belve? Non sono belve feroci, lo so. Sono cuccioli di animali, creature desiderose di un vero saltellare. Di far saltellare il Vero.

Ezra Pound ha dato una definizione insuperata di quell’uomo smarrito nella “selva” delle sue paure e dei suoi fallimenti: “the everyman”. Tutti noi siamo quell’uomo che teme di esser fatto a pezzi, che già si sente a pezzi: Dante è il simbolo dell’intera umanità. Attenzione: non si tratta di “letteratura”. Si tratta di Vita. Di viscere. Si tratta di una selva “tanto amara”, che “poco è più morte”. Si tratta di un Amore misterioso, che muove l’universo. Se non comprendiamo, già dai primi versi dell’Inferno, che il poema immenso è stato scritto per noi, per ciascuno di noi, e che al cuore di ciascuno di noi si rivolge, a noi e ai nostri giorni inquieti, maledetti, al nostro oscillare tra la catastrofe e il miracolo, meglio non aprirla neanche, la Divina Commedia. Meglio ignorarla. Potete anche saperli a memoria, i 14.000 e passa endecasillabi, ma se non varcate la soglia, se il cuore non vi batte all’unisono con quel ferito a morte, se non vi sentite anche voi persi in esilio in quella “dark forest”, non capirete mai nulla di quel capolavoro. Nulla. Quando Dante Alighieri, nella XIII Epistola, rivela a Cangrande della Scala perché ha scritto la Commedia, usa parole da “pazzo”, nel senso aristotelico appena citato: l’ho scritta, dice, non per vincere un premio, il lauro in San Giovanni o lo Strega che dir si voglia, non per accrescere il conto in banca o i like dei follower, ma “per rimuovere i viventi dal loro stato di miseria e condurli alla felicità”. Solo un pazzo, o meglio, solo un poeta può nutrire un desiderio così smisurato. Dante è il ferito a morte che anela alla Luce, come i suoi fratelli di ogni epoca e fede, come l’ateo Vladimir Majakovski, l’ortodosso Dostojevski, l’ebbro Rimbaud, la oracolante Emily Dickinson. Come Sorella Anastasia, da adolescente campionessa di tennis, oggi teologa raffinata come poche, autrice di Grembi che danzano, uno studio sulle figure femminili nella Bibbia che leggo e rileggo, di stanza nel Monastero delle Carmelitane di Ravenna. Sapendo del mio incontro perugino con una sala gremita di adolescenti, mi aveva ricordato giorni prima che “Kum” è parola aramaica antica, un imperioso comando di Amore che ci fa sollevare la testa nei momenti di sconforto, di tenebra: “Alzati!”.

Più o meno queste parole ho detto ai 500, quella mattina del 16 settembre 2026, raccontando la “selva oscura” che avevo evocato tante volte in giro per il mondo, nei palazzi sventrati delle periferie di Napoli, in un liceo bene di New York, tra i rifiuti di uno slum di Nairobi. E poi ho chiesto: “C’è qualcuna o qualcuno tra voi che se la sente di venire qui, sul palco, a provare a cantarli quei versi? A saltellare con me mentre ci facciamo attraversare da quella musica?” Figuratevi l’azzardo! La platea ha cominciato a rumoreggiare, a ondeggiare: sghignazzi, battute, i più che chinavano la testa come per nascondersi, per farsi piccoli, invisibili, come a scuola quando si teme di essere interrogati, chi indicava platealmente l’amico, lo spingeva con forza, “viene lui!”, e le prof e i prof sorpresi, che non se lo immaginavano un fuori programma, che non erano stati avvisati, che si aspettavano la normale “lectio” frontale, seria e istruttiva come deve essere una “lectio”, altro che saltellare! Ma Dioniso è sempre fuori programma.

Alla fine sono venuti su in tanti. Timorosi, eccitati, chi con lo sguardo basso, chi baldanzoso. Non li ho contati, ma se ben ricordo una trentina e passa a recitar giocando il primo canto dell’Inferno, a questi poi se ne sono aggiunti altri quindici per il secondo. Si sono affidati alle mie stramberie di corifeo, e io mi sono affidato alla loro grazia strampalata, e molti in platea – quanti? Non lo so! Non posso saperlo! – molti li ho sentiti vibrare insieme a noi, e alla fine molti in platea si sono alzati e hanno cominciato a ripetere anche loro i versi fuori programma della salita al monte del Purgatorio, il coro sul palco e il coro in sala, a specchio, perché questo sempre avviene – e io non so davvero come ringraziare che avvenga – avviene che non siamo noi a fare, ma che all’interno dell’esser coro siamo fatti dalla stessa poesia che inneschiamo, da quelle parole che mettono le ali, le ali del “disìo”, da quella armonia, da quella “pace” che Dante cerca ostinatamente in tempi di guerra feroci come i suoi, come i nostri, tempi di violenze inaudite, di pestilenze e orrori, i suoi come i nostri, e mentre stavamo lì a cantare a un tratto mi è tornato alla mente che eravamo nell’Auditorium Capitini, e non ho potuto fare a meno di improvvisare, in mezzo agli endecasillabi, un paio di battute su questi due italiani, Dante Alighieri e Aldo Capitini, l’esule condannato a morte dai politici della sua Firenze e il Gandhi umbro del secolo scorso, entrambi profeti inascoltati, entrambi ispirati dal ribelle santo di Assisi, Francesco, irriducibili testimoni che dalla “selva oscura” possiamo uscirne. Vivi.

La decima edizione di Kum! festival 2026, la rassegna ideata e diretta dallo psicoanalista Massimo Recalcati, con la curatela scientifica di Federico Leoni, si terrà dal 23 al 25 ottobre a Perugia. Il tema è "La tentazione della violenza".