Alejandra Pizarnik, il cuore messo a nudo
Poesia completa, l’opera omnia in versi di Alejandra Pizarnik (Crocetti editore, 2026, a cura di Matteo Lefévre, con uno scritto di Concita De Gregorio) si offre al lettore, nelle sue sequenze, come una sinfonia eseguita dal primo all’ultimo tempo. L’indice del libro comprende le seguenti raccolte: La terra più estranea (1955); Un segno nella tua ombra; L’ultima innocenza (1956); Le avventure perdute (1958); Albero di Diana (1962); Altre poesie (1959); Le opere e le notti (1965); Estrazione della pietra della follia (1968); L’inferno musicale (1971); Poesie non raccolte in volume. 1956-1960; I piccoli canti.
Non sempre è indispensabile conoscere l’opus totale di un poeta. Leggendo questo libro possiamo anche immaginare altri inediti di Alejandra – poemi, diari, frammenti, appunti, lettere: l’universo di un poeta, ramificato e imprendibile, rifugge l’idea del progetto totale. Ma il centro di Alejandra, oggi, intero, fragile, ossessivo, magnetico, è qui, in Poesia completa. Partiamo dalle sue stesse parole: «Un luogo/ non dico uno spazio/ parlo di/ ciò che/ parlo di ciò che non è/parlo di ciò che conosco/ non il tempo/ solo tutti gli istanti/ non l'amore/ no/ sì/ no». Solo tutti gli istanti: ecco la sua ansia insaziabile, mai risolta, irrisolvibile. Troppe, per Alejandra, le parole; crepitano e fanno rumore; ritte contro il muro bianco del foglio, hanno occhi scuri e corpi neri. Promettono carezze ma sempre interdette, segrete. Non parlano di speranza ma di desideri irrisolti, di inquietudini sconfinate. Come si può scrivere attraverso di loro? Utilizzando un inflessibile rigore. Scrive a Rafael Squirro, il 20 febbraio del 1970: «Mi piace il linguaggio esatto, le mot juste, le cose corrette, terribilmente visibili...Il sogno, sì, ma dotato della qualità del teorema, La metafora, sì, ma esatta, che non sia possibile modificare un “questo” e renderlo uguale a un “quello”, ma formularlo come si alza nell’oscurità una mano stretta a un pugnale». Non è di certo una vaga dichiarazione di poetica: è piuttosto il manifesto di un’artista posseduta dal suo duende.
Ad Antonio Beneyto, il 26 ottobre 1969, confida: «È mezzanotte e mi sento confusa, dopo aver passato 4 ore immersa dentro un libro su J. Bosch. O forse sono più lucida che mai. Anche io amo la notte o, come disse Rilke, io credo nella notte. Sono – fatalmente – figlia della notte, così come anche tu sei un figlio della notte»
Dalle corsie del Pirovano, l’ospedale psichiatrico dove è ricoverata, scrive nel 1970 a Julio Cortàzar: «...Ho esagerato, suppongo, amico della tua vecchia Alejandra che ha paura di tutto salvo (ora, oh Julio), della pazzia e della morte. (Sono due mesi che sto in ospedale. Eccessi e poi tentativo di suicidio... fallito, hélas). La pazzia, la/ morte. Nadja non scrive, /Don Chisciotte, neanche./ Julio, odio Artaud (bugia)/ perché vorrei non sentire/ così sospettosamente bene/ le sue possibilità dell’ìmpossibilità// Julio, sono andata così in basso. Ma non c’è fondo/Julio, credo che non sopporto più le “cagne parole”. PS In ospedale imparo a convivere con gli ultimi rifiuti. La mia migliore amica è una cameriera di 18 anni che ha ucciso suo figlio».
Impossibile, per Alejandra poeta e creatura, non scorticarsi viva per eccesso di lucidità. La sua veggenza è vedere il fondo, sempre più nero, della sua natura vulnerabile e offesa: il punto da cui nessuna salvezza è possibile, neppure attraverso le “cagne parole”. Ma è proprio dentro la parola che Alejandra compirà il viaggio senza ritorno, non odisseico, che la porterà allo stato definitivo di “figlia della notte”: «Se anche la voce (dimenticarlo/ è un gorgo di naufraghe che sono io)/ recita in un giardino pietrificato//ricordo con tutte le mie vite/ perché dimentico». In “tutte le vite” di Alejandra vibra l’attenzione spasmodica all’indicibile. In una lettera ad Antonio Porchia, il più misterioso degli scrittori argentini, autore dei frammenti intitolati Voci, il 20 aprile 1963 scrive: «Caro amico Antonio Porchia, come parlare dell’indicibile? Solo attraverso le Voci. Soltanto esse sono riuscite a rendere pieno questo linguaggio, solo esse hanno saputo riempire di sangue le parole e trasformarle nella Parola, l’unica vera. Se non avesse mediato il mio grande affetto per lei forse non le avrei inviato queste righe. Una cosa è parlare delle Voci a un pubblico anonimo e un’altra cosa è al suo autore. Non è possibile – perlomeno nel mio caso – spiegarle o commentarle; posso solo dirle che mentre le leggevo loro – che contengono tutte le risposte – hanno generato in me un’eco muta di dolce consenso. Un’eco che sembra provenire da tempi immemori, come se rinviasse alle nostre origini, al fondo del fondo della vita...»
Era impensabile che Alejandra non fosse posseduta da questo libro, che contiene le domande e le risposte al suo interrogativo essenziale: essere poeta, nell’io e nel mondo, e rischiare la vita per questo compito assoluto. Nanni Cagnone, se avesse parlato della lingua di Alejandra, avrebbe accennato a una «lingua sconosciuta, esagerata, insieme beffarda e sacrale, che chiede di condividere un compito assoluto: dire troppo per disfare ogni dire, e congegnare ogni senso solo per dissolverlo».
Alejandra Pizarnik (Avellaneda 1936-Buenos Aires 1972), nata da una famiglia ebrea di origine russa, inizia a scrivere versi nella Buenos Aires degli anni sessanta, influenzata dal surrealismo, dall’esistenzialismo, dalla psicoanalisi. Vive per lunghi periodi a Parigi. Conosce Georges Bataille, Julio Cortàzar, Octavio Paz. Si scrive con Antonio Porchia, Juan Liscano, Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares, Cristina Campo, Jean Starobinski. Il tema della follia è centrale per comprendere la sua figura di poeta ma occorre attraversarlo liberi da ogni pregiudizio ideologico su malattia o salute. Alejandra esprime sempre, con chiarezza, il suo pensiero potente: ogni poeta, solo per il fatto di essere poeta, si estrania dalla normalità degli umani: «Ho disteso il mio abbandono/ sopra il tavolo, come una mappa./ Ho tracciato il cammino/ verso il mio posto al vento./ Chi arriva non mi incontra./ Chi attendo non esiste». Per Alejandra la poesia è, come lo fu per Lorenzo Pittaluga (1967-1995), frutto delle «insensate voglie/di uomini insofferenti/ all’ordinario fluire/ delle cose». Questa “insofferenza” ontologica è la sua psicosi, il suo modo di essere-nel-mondo, che questo modo generi o non generi arte. La malattia psichica crea una sensibilità prodigiosa, da scorticati della percezione, come se non ci fosse più lo schermo della pelle a proteggere dal mondo esterno e lo schermo delle rimozioni a difendere dal mondo intimo. Si vive nudi, in uno stato impossibile da tollerare, come guardando senza ciglia, gli occhi in piena luce. Versi e frammenti del 1972, tratti da Il tavolo verde, mostrano questa nudità irrimediabile: «Ma la mia notte non la uccide nessun sole». «E niente sarà tuo fuorché l’andare verso dove non c’è un dove». «Ecco che si agita lo spazio come un pazzo furioso». «Maschere della notte in quale luogo perduto che nessuno più di me conosce». «Invitata a non andare che fino in fondo». «Il mare nasconde i suoi morti. Perché ciò che sta sotto deve restare sotto». «bussano le ombre/ le ombre nere/ dei morti//nient’altro che bussare//e si è pianto// nient’altro che bussare».

Alejandra non ferma la sua voce al di qua del dicibile. Entra nell’indicibile e lo grida: lei è le verità fisiche e psichiche che la straziano: «il centro/ di una poesia/ è un’altra poesia/ il centro del centro/ è l’assenza// nel centro dell’assenza/la mia ombra è il centro/ del centro della poesia». La sua lingua, nominando ossessivamente il centro, lo dissolve. Alejandra vive l’invocazione di Antonin Artaud quando scrive: «non voglio più spirito/mentale/cervello/intelligenza/anima/ cuore/non voglio più fluido/ spazio aperto//pestare/ aprire senza fine porte insospettate/non rispondere più direttamente a niente». Scrivendo, Alejandra emette il suo grido di terrore: «ci sarà sempre la paura di altre voci/ la paura di altre voci». Leggerla è ustionante, come essere arsi da un sole nero. Per lei il mondo è una allarmante folla di nemici: «si sono nascosti/ tra i suoni della notte». Questa poesia cerca nel lettore un essere affine, un visionario che voglia essere sopraffatto da una lingua sconsolata, stupefatta, erotica, infelice: una lingua modulata nelle sue nude forme – poesia, prosa, lettera, frammento, biglietto, disegno. Forse Alejandra avrebbe voluto erigere una barriera fra sé e se stessa, proteggendosi dalla catastrofe psichica. Ma non ha mai ritratto la mano: al contrario l’ha levata su se stessa, assumendo a trentasei anni la dose letale di Seconal, e così mettendo fine a una guerra interna di cui percepiamo nei suoi versi il paesaggio infernale. «Bisogna ricoprire di poesia le fratture, le crepe, i buchi». Non c’è altra soluzione. La psicosi di Alejandra è l’eccesso di vista interiore sui propri stessi abissi. Abbacinata da una luce mentale imperiosa che non ammette altre luci, Pizarnik avrebbe forse voluto (forse potuto) guarire, ricostruirsi, rinascere, però la sua insaziabile angoscia non trovò mai l’altro da sé ma solo un muro-specchio che le rimandava la sua immagine infranta: lei, per non esserne divorata, ricopriva quell’immagine di parole, versi, diari, frammenti. «Merda! Sono lucido» (Fernando Pessoa). Il terrore allaga la sua mente senza che sia concepibile un ritorno: «il tempo ha paura/ la paura ha tempo/ la paura//passeggia nel mio sangue/ strappa i miei migliori frutti/devasta le mie desolanti mura//distruzione di distruzioni/ solo distruzione//e paura/ molta paura/paura». Il terrore di Alejandra è vedere la propria ferita senza che nessun canto possa ricucirla. Ama le parole perché rappresentano la paura, le odia perché non possono lenirne l’angoscia. Ma presagisce un ulteriore abisso: «Viene un giorno in cui la poesia si fa senza linguaggio, giorno in cui sono convocati i grandi e piccoli desideri disseminati tra i versi, riuniti di colpo in due occhi, gli stessi che tanto magnificavo nella frenetica assenza della pagina in bianco». In una delle più brevi poesie, Ballata della pietra che piange, Pizarnik rivela la verità estrema del suo dire (che non può dire): «la morte muore dalle risate ma la vita/ muore di pianto ma la morte ma la vita/ ma niente niente niente».
Al di là della sua transe poetica Alejandra Pizarnik espresse fin dalla giovinezza il suo desiderio di scrivere in prosa. Da sempre fu lettrice di diari di scrittori, spesso quelli di Katherine Mansfield, Virginia Woolf e Franz Kafka, tradotti a Buenos Aires negli anni Cinquanta. Il “diario” è il suo preferito “luogo di apprendimento”, ma nessuna pagina dei suoi diari è una “confessione”. Alejandra non parla mai in prima persona, ma utilizza un genere neutro, una “terza persona” che mette in scena un racconto, disperato e ironico, all’inseguimento dell’io, un racconto in cui spera di trovare la sua pace: «È decisa a raggiungere l’indifferenza. Il suo più grande desiderio è che le sia tutto indifferente. Non aspettarsi niente dal mondo. Non credere né nella consolazione né nella salvezza […] Sapere che la speranza è una bugia, che l’assoluto è l’unica aspirazione legittima e che è irraggiungibile. Rivelarsi sempre che la salvezza non è possibile, che l’amore non è per lei, né la fortuna né il benessere. Ma che sia una rivelazione nuda di pianto, che sia una certezza affermata con naturalezza e anche, se possibile, con senso dell’umorismo. Negare la speranza, l’attesa e il sole. Agonizzare con gli occhi chiusi, senz’appello».
Leggendo Alejandra Pizarnik sentiamo come le sue parole ci consentano di frantumare la penultima maschera che protegge l’io e di sprofondare, come uomini e poeti, nell’abisso: immergersi è pericoloso, non esiste la garanzia di un ritorno. Ma Alejandra, armata di un coraggio assoluto, non smette di vedersi e di ammutolire dentro le sue acque profonde, senza smettere di essere poeta. Nel carteggio tra lei e Leòn Ostrov, lo psicoterapeuta che la curò in passato, vibra un’atmosfera di felice confidenza, come è raro vedere. Alejandra, libera dal vincolo terapeutico, diventa essere totale e creaturale, “cuore messo a nudo” aperto al dialogo con le parti più luminose e più oscure di sé. All’amico confida che la psicoterapia con lui è stata una forma di conversazione, non sa se le sia giovata o no; però ammette che il suo corpo si è snellito e mutato in modo stupefacente e le mani non sono più quelle di prima. Non smette di delirare se stessa poeticamente, anche in presenza di chi avrebbe dovuto lenire la sua sofferenza psichica. Le vie della terapia sono molteplici, come quelle della poesia. Alejandra si è curata attraverso le parole e la presenza di Ostrov, ma non è bastato per guarirla e salvarla dal suicidio. Restano le sue parole, a dirci del viaggio compiuto, come quelle del “Diario” di giovedì 28 aprile 1960, quando scrive: «Se mi avessero chiesto: vuoi andare al freddo, verso l’ignoto, a ciò che abbandona e sconvolge, a ciò che dà fame e sete e voglia di abbracciare qualcuno che sia poco più di un’ombra, poco più di un po’ di niente? Allora io avrei detto no». Quel no diventa il sì potente della sua sradicata, infelice poesia, che instilla l’ordine visionario della parola nel caos della sua esistenza terrena. Leggiamo ancora, da Poesia completa, questi versi, commossi ma ineluttabili: «un’idea fissa/ una leggenda infantile/ una spaccatura// il sole/ come un grande animale scuro//non c‘è altri che io/ non c’è altro da dire». E ancora, nell’ipotesi di una rinascita dal dolore: «la notte dice mai in una poesia». Questo mai è testimoniato, dal primo all’ultimo verso, in questo libro. Nel “Diario” di una domenica di marzo del 1958 leggiamo: «Mi dissolvo nell’irrealtà. Ho intravisto. Ho visto. Era una luce nera dietro il vetro. Ha predetto la possibilità di vita. Mezzogiorno. Ha chiamato il vento atroce. È la solitudine assoluta. E tu lo sai, Alejandra. Puoi impazzire o morire». Alla fine, cercando l’unico frammento che possa rivelarci la realtà inappellabile di Alejandra Pizarnik, leggiamo questo autoritratto, dove la logica della conoscenza è il tremore della dissociazione: «Ma il silenzio è vero. Per questo scrivo. Sono sola e scrivo. No, non sono sola. C’è qualcuno qui che trema».
Libri consultati:
A. Artaud, Questo corpo è un uomo. Quaderni 1945-1948, Neri Pozza editore, Vicenza 2024.
A. Pizarnik, L’altra voce. Lettere 1955-1972, Giometti & Antonello, Macerata 2019.
A. Pizarnik, Il ponte sognato. Diari, volume I, 1954-1960, La noce d’oro, Frascati 2022.
A. Pizarnik-L. Ostrov, Lettere 1955-1966, Joker, Novi Ligure 2024.
A. Pizarnik, Poesia completa, Edizioni Crocetti, Milano 2026.
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Giorgia Antonelli, Il ponte sognato di Alejandra Pizarnik
Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Cristina Campo e Alejandra Pizarnik: Anelli di cenere
Francesca Ruina, Alejandra Pizarnik e il pharmakon del linguaggio
Francesca Ruina, L’altra voce di Alejandra Pizarnik
In copertina, Alejandra Pizarnik fotografia di Sara Facio - Wikimedia Commons