Democrazia e passioni oscure

16 Ottobre 2026

“Listen to the fear. Maybe it’s your friend / Ascolta la paura. Forse è tua amica,” fa dire William Gibson a un navigato personaggio di Neuromante (Neuromancer, 1984). Anche nel mondo fagocitato dal cyberspazio, di cui quel grande romanzo fornisce una delle più avvincenti e inquietanti rappresentazioni, anche in quel tempo e in quel mondo che forse sono già incominciati, la paura e le altre passioni oscure che abbiamo intorno (e dentro) svolgono un ruolo cruciale.

Come da sempre, peraltro. Anche se a volte, specie in periodi in cui siano più controllate, vengono sottovalutate o considerate residuali, relitti di epoche superate. È un segno della ricorrente “ingenuità” della democrazia, una delle sue “vulnerabilità”, sostiene William Arthur Galston (1946), docente e filosofo della politica, consigliere di vari leader democratici statunitensi, in particolare di Bill Clinton.

Già nel suo lavoro forse finora più noto, Anti-Pluralism: The Populist Threat to Liberal Democracy, del 2018 (La minaccia populista alla democrazia liberale, Castelvecchi, 2019), sottolineava il ritorno di questa insidia, a causa della perdita di efficacia delle democrazie liberali e della loro crescente difficoltà di garantire un vitale pluralismo in una cornice di convivenza e senso civico.

Nel recente Anger, Fear, Domination: Dark Passions and the Power of Political Speech, del 2025 (Rabbia, Paura, Dominio. Passioni oscure e potere del discorso politico, Castelvecchi, 2026) Galston radicalizza e sviluppa la tesi, così come, osserva, si è radicalizzato ed esteso il rischio che “rabbia, odio, umiliazione, risentimento, paura e brama di dominio” plasmino la vita politica al punto da condizionarla e da snaturare, se non demolire, la democrazia liberale. Verso la quale dichiara la propria netta scelta di campo: “Nonostante i suoi limiti, è la migliore scelta di governo possibile nelle circostanze attuali. Nel corso dell’ultimo secolo, ogni tentativo di sostituirla con qualcosa di diverso ha condotto a qualcosa di peggiore e non vi è motivo di pensare che il prossimo secolo sarà diverso”.

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Qui, in realtà, Galston sottovaluta non i limiti o le debolezze, a cui infatti allude, ma certe prepotenze e ottusità della stessa democrazia liberale, che l’hanno a volte portata a contrastare esperienze e tentativi di allargarla e renderla più partecipata ed equa, accogliendo (e magari rielaborando, ma in modo condiviso) forme e contenuti che grazie ad essa potevano nascere e crescere ma che poi chiedevano più spazio e potere, un’evoluzione della forma e della qualità democratica. Si pensi, per restare al caso italiano, a come siano stati in generale ignorati gli esiti di referendum, promossi da una estesa e capillare rete civile, come quelli del 2011 sull’acqua pubblica che, in effetti, erano sulla gestione dei servizi pubblici locali, cioè contro la loro privatizzazione. Ma i casi sono molti, a cominciare dall’economicismo che prevale sistematicamente su istanze come una maggiore equità sociale o una maggiore attenzione all’ambiente e al clima. Lo stesso Galston rileva come “sia necessario (…) un dibattito approfondito sulle riforme economiche, sociali e istituzionali” per “migliorare la democrazia liberale”.

Non sottolinea altrettanto, però, forzature e strategie imperiali e neo-imperiali che certe democrazie liberali hanno conosciuto nel tempo, quando non siano state che l’involucro ideologico che, a fronte di una democrazia interna garantita, non abbia ricoperto altro, sulla scena internazionale, che la sempiterna politica di potenza. Cioè la “brama di dominio” che Galston inserisce fra le “passioni oscure”.

Galston è più convincente, invece, quando analizza i rischi interni: “L’attacco alla democrazia liberale è oggi più diffuso che in qualsiasi altro momento dagli anni Trenta in poi. Nonostante il rafforzamento dei suoi nemici esterni, tale forma di governo è più esposta al rischio di crollare dall’interno: per l’insoddisfazione pubblica per le sue vulnerabilità, per la capacità dei demagoghi di mobilitare le passioni popolari contro di essa e, soprattutto, per la miopia e l’ingenuità dei suoi difensori”.

La storia della seconda metà del XX secolo, in realtà, più che della rimozione di queste passioni è stata a lungo la storia di come le si sia affrontate con una consapevolezza inaudita. Guardando, cioè, alle loro cause e anche ai fantasmi che producevano, specie nella forma dei capri espiatori. Razzismo e antisemitismo, come la caccia alle streghe, sono anche rielaborazioni di paure e rabbie proiettate su “nemici” che le circostanze storiche contribuiscono a definire come ideali. Quando, in risposta a enormi problemi sociali ed economici, nasce il moderno welfare, di cui quello britannico degli anni Quaranta è l’anticipazione, il Rapporto predisposto nel 1942 da William Beveridge, che ne pone le basi, oltre a definirne le linee strategiche e i contenuti, individua le cause delle grandi questioni da risolvere. Lo fa in modo singolare, dando un volto ai problemi da contrastare, prodotti da “cinque giganti malefici” (Five Giants Evils): il Bisogno (Want), la Malattia (Disease), l’Ignoranza (Ignorance), la Miseria (Squalor), la Disoccupazione/Inoccupazione (Idleness).

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Quei problemi avevano di nuovo scatenato le “passioni oscure” al punto da travolgere le democrazie e favorire la nascita e il trionfo dei nazifascismi, oltre allo scoppio delle stesse catastrofi belliche. Beveridge, cogliendo l’origine di quei foschi sentimenti, offrì ad essi dei bersagli, i “cinque giganti malefici” appunto, insieme potentemente simbolici e seccamente concreti. Alle spalle, non sempre consapevolmente, il welfare moderno (Beveridge più Keynes) ha Marx e Freud: il disvelarsi delle radici strutturali ed esistenziali, sempre storicamente determinate, delle “passioni oscure”. Galston preferisce parlare più di Hobbes e di Sant’Agostino, ma tutta la sua analisi spinge a ritrovare le grandi lezioni sulla condizione umana che all’alba del ‘900 la illuminano di nuova chiarezza e aprono nuove strade alla sua conoscenza e al modo di confrontarvisi anche da parte dello Stato.

Decodificare le passioni – “ascoltare la paura”, come dice Gibson – significa capire la condizione umana in una determinata epoca. Questo ascolto va coltivato, addestrato, in particolare dalle istituzioni e da chi le rappresenta. Galston sostiene che nel lungo XX secolo, soprattutto verso la fine, dopo l’89 e il presunto trionfo della democrazia e la presuntissima “fine della Storia”, si sia invece persa questa capacità. Si è data la democrazia per scontata, insieme al consenso di sistema, anche quando, invece, soprattutto nella crisi di inizio secolo, con la nuova Grande Recessione, milioni di persone e di famiglie precipitate in drammatiche difficoltà si sono sentite sole, abbandonate, senza speranza, anche se pur provando “rabbia, umiliazione, risentimento e paura faticavano a manifestare pubblicamente questi sentimenti”.

È in quegli anni che, mentre i “progressisti” si appiattiscono su tali accidiose “democrazie”, prendono forza i nuovi demagoghi, a cominciare da Donald Trump negli Usa e da altri in Europa, perché, “come accade quasi sempre, fu il discorso pubblico a mobilitare tali passioni e a trasformarle in forza politica”. Magistrale, in questo senso, secondo Galston, il discorso di Trump alla Conservative Political Action Conference del marzo 2023 contro “le forze sinistre che cercano di uccidere l’America” trasformandola in una “discarica socialista per criminali, tossicodipendenti, marxisti, delinquenti, radicali e pericolosi rifugiati che nessun altro Paese vuole”.

Il nemico, il capro espiatorio, è servito. Le destre radicali, ma anche di governo, europee, applaudendo il discorso di Trump, ne seguono in patria (nelle diverse patrie) le linee guida. Sempre più, da allora, il linguaggio politico si è posto su una tale sintonia e tutto il linguaggio pubblico di conseguenza. Tanto più in un paese come l’Italia in cui la chiacchiera politica si intreccia costantemente con l’intrattenimento e dove non si è mai stati capaci di approvare leggi sul conflitto di interessi neanche nel settore delicatissimo dei media. Il loro controllo – e, ora, il controllo dei grandi social media – da parte di potenti tecno-tycoon, alleati del tycoon per antonomasia, sta facendo debordare il discorso demagogico da ogni argine che prima incontrava.

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Su questo punto è piuttosto stimolante un altro testo appena uscito, Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario (Einaudi, 2026, ed. or. Cyberpunk. Le nouveau système totalitaire, 2025) di Asma Mhalla, specialista di geopolitica della tecnologia, sulla “collusione brutale e instabile tra la potenza delle tecnologie e il potere politico” in cui “l’alleanza tra una frangia tecnoreazionaria e un miliardario demagogico e autoritario tratteggia l’ombra di un possibile (tecno)fascismo del XXI secolo”. Con l’auspicio: “A meno che non finiscano per mangiarsi tra loro”.

E a meno che non riprendano energia le forze che alla democrazia tengono ma che sanno che solo da una evoluzione che ne riprenda le promesse può venirne la salvezza. Galston cita Roosevelt e la sua capacità di immaginare politiche nuove ma anche di raccontarle, evocarne il senso, al pubblico più vasto, al popolo americano, con le celebri Conversazioni al caminetto (Fireside Chat). A un certo punto, poco prima e poco dopo la sua prima vittoria (con lo slogan “Hope and Change” e l’esortazione “Yes We Can”), Barack Obama era sembrato possedere una simile capacità. Poi le cose sono andate diversamente, dentro la grande crisi la proposta democratica ha stentato a prevalere e la figura di Trump si è fatta strada.

Perché, infine, non bastano slogan anche efficaci e discorsi magari ben fatti e neanche solo leader con qualche dose di carisma. Alla fine, servono politiche concrete, strategie che intervengano nel vivo della realtà, nella vita delle persone e sulle strutture materiali che vi influiscono. Dietro l’allegoria dei Giganti malefici e l’invenzione del Welfare c’era la consapevolezza dei guasti e di chi li provocava e la lotta contro di essi, come il New Deal rooseveltiano, era ed è questione di programmazione e indirizzo di risorse in quantità senza precedenti per sostenere la qualità della vita. Di conseguenza, per rafforzare la democrazia, “nella piena consapevolezza della minaccia che il lato oscuro della natura umana continuerà sempre a rappresentare”.

In coertina, Donald Trump, fotografia di Gage Skidmore - Wikimedia Commons.

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