Caramore: sento dunque penso

14 Agosto 2026

C’è il corpo che sente e pensa, e c’è la profondità interiore che non può non esserne influenzata. La percezione di questo è essenziale per la nostra vita, capire come funzioniamo fuori e dentro, e il dentro grazie al fuori e il fuori grazie al dentro. Mi piace ricordare un passo di Clarice Lispector che ritengo autrice fondamentale per una riflessione sulla percezione:

“Ho perso una cosa che mi era essenziale e che non lo è già più. Non mi è necessaria, così come se avessi perduto una terza gamba che finora mi impediva di camminare ma che di me faceva uno stabile treppiedi. Quella terza gamba ho perduto. E sono tornata ad essere una persona che non sono mai stata. Sono tornata ad avere quanto non ho mai avuto: null’altro che le due gambe. E so che soltanto con due gambe io posso camminare. Eppure l’inutile assenza di quella terza gamba mi manca e mi spaventa, era proprio quella gamba a fare di me una cosa reperibile a me stessa e senza neppure aver bisogno di cercarmi.” (La passione secondo G.H., Feltrinelli, 1991-2025, p.11)

Per tutto ciò trovo quanto mai necessaria la riflessione sul corpo che Gabriella Caramore propone nel suo Ciò che in me sente sta pensando (Utet, 2026). Nel tempo in cui siamo, riprendere in mano la nozione della dimensione corporea diventa cruciale perché la dinamica fisica e quella mentale si stanno ridefinendo in un grado di complessità completamente inedito e dunque carico di infinite incognite, di dimensioni che sono in formazione e di cui non possiamo che avere vaghe intuizioni. E dunque mettere a fuoco che i nostri corpi stanno partecipando di questo divenire è fondamentale. “Il corpo – scrive l’autrice – è davvero l’involucro che contiene una singola vita, il perimetro che delimita un individuo separandolo da ogni altro, o è quella linea porosa, sfrangiata, attraverso la quale il mondo fuori entra nella singola carne e interagisce con essa, trasformandola? O è la nostra più intima interiorità che lascia impronte magari invisibili, ma consistenti, nella materia celeste fuori di noi? E in che modo i due movimenti si intersecano? E poi. Un corpo non lo si coglie mai nella sua staticità. Sempre diviene.” (p.10-11). Ecco il sottotitolo del libro: Sul divenire dei corpi. L’intuizione espressa nel titolo, del resto, viene da Fernando Pessoa, uomo capace di essere plurimo, di essere eteronimo, di crearsi e vivere interloquendo con i suoi sé: Tutti noi abbiamo / Una vita che è vissuta / E un’altra che è pensata, / e l’unica vita che abbiamo / è quella che è spartita / tra la vera e l’immaginata.

Il corpo è un affascinante casino, una miscela, in cui l’interloquire dei sensi genera nell’individuo coscienza e conoscenza di sé e del mondo. Il tatto, la vista, l’udito, l’odorato, il gusto, ma anche “gli altri sensi” come il desiderare, l’errare, il soffrire, il ricordare, il finire: tutto concorre al nostro vivere. “Ma si può fare di più – dice Caramore –, indagando la sfera emotiva, creativa, relazionale della persona umana. E forse si possono aggiungere altri sensi proprio intersecandoli con la carnalità del pensiero. Anche l’eros agisce sia nei sensi che nel pensiero. Anche il dolore. Anche l’errore. Anche la memoria. Anche la fine. E chissà quanti altri ancora.” (p.26)

Ecco la pregnanza di questo libro: il Vedere, ad esempio, nel nuovo millennio, scrive Caramore, significa vedere in un mondo che si sta ridefinendo e in cui “fatichiamo a pensarci dentro la luce” da sempre simbolo del bene e della ragione. Eppure “quanto è facile lasciarsi travisare da luccichii ingannevoli. Masse di individui si lasciano incantare da ciò che a loro appare come vero. Si fanno sedurre da false promesse, da illusioni di grandezze, da un connubio malefico di potere e forza, dallo sbeffeggiamento di ogni legge, indifferenti alle miserie e alla infelicità di migliaia e migliaia di esseri umani senza più diritti, senza più patria, senza più casa e protezione, gli affetti smembrati, la vergogna della fame, la devastazione dei corpi, le menti impoverite dalla paura, l’assenza di progetti, vite strappate, regole di convivenza stracciate.” (p.46)

In questo sfondo si tratta di percepire la percezione che si muove, e raccoglierne i frutti e leggerne la moltitudine. I sensi non sono che i veicoli. Il libro mostra come sia decisivo il superamento del pregiudizio che lo spazio e il tempo siano eterni e immutabili. L’autrice cita “un saggio narrativamente avvincente” dello scienziato Guido Tonelli secondo cui è il pensiero scientifico che lo ha assodato: la caducità della creatura umana “è un tratto comune all’intero mondo materiale. […] Non c’è nulla di eterno e immutabile. La nostra esistenza può arrivare a durare quasi un secolo, la vita di un pianeta o di una galassia si prolunga per miliardi di anni, ma niente può sottrarsi a questo destino di caducità, seppure su scale temporali diverse” (Materia. La magnifica illusione, Feltrinelli, 2023, p.23).

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Quanta Arte e Letteratura inevitabilmente si trovano coinvolte in questa “rassegna” sulla sensibilità umana. Quante volte la rigidità della physis si trasforma nell’etere artistico, perché l’una è l’altra. C’è in questo libro come un percorso artistico-letterario in cui le riflessioni più grandi sono convocate, a testimoniare una sorta di gemellaggio imprescindibile tra Scienza e “coscienza” artistica.

Cosa c’è – per fare un altro esempio – di più coinvolgente del “senso” del Ricordare, uno dei “sensi interni” come li definiva Tommaso d’Acquino? Tutto e tutti passano dal ricordare, ogni esperienza personale e collettiva filtra dentro e si mescola ai vissuti già acquisiti. Ed è così che si forma la collettività, il sociale, in costante elaborazione; ecco perché, osserva l’autrice, “Quando a prevalere è la forma di una identità chiusa, sorda alle differenze, che uniforma identità distinte sotto un unico simbolo o parola d’ordine, anche la memoria soffre”. Il ricordo è materia prima di lavorazione per ciascuno di noi e generativa per l’Arte in ogni sua declinazione.

E il senso del Desiderio: desiderare è muoversi in un campo aperto di contraddizioni, dice Caramore: “Del resto, ci sono tante parole per determinare il campo semantico del desiderio: voglia, bramosia, fame, sete, aspirazione, anelito, nostalgia, amore. […] I desideri nascono. I desideri muoiono. I desideri si riformulano. Per questo sono dentro la vita, e per questo ci riguarderanno finché ci sarà vita umana” (p.99).

E poi c’è l’Errare, il Soffrire, il Finire: come dire, questo siamo noi, esattamente questi “sensi” con cui proviamo ad andare avanti, e questo libro ci prende per mano e ci conduce nella visita guidata tra di essi.

C’è un’ultima, si fa per dire, riflessione che vorrei proporre e che in qualche modo suffraga una visione culturale sempre più olistica del nostro mondo presente. È un pensiero dello scienziato Federico Faggin, inventore del primo microprocessore al mondo (l’Intel 4004) che ha dato inizio alla rivoluzione della Silicon Valley. Dice Faggin che “il problema della coscienza rimane irrisolto e che non è affatto chiaro in che modo sensazioni e sentimenti […] possano emergere a partire da segnali elettrici e biochimici del cervello. A tutt’oggi, nessuno scienziato è riuscito a fornire una spiegazione completa di come questo fenomeno possa avvenire.” Continua Faggin: “mi interrogavo sull’origine dei sapori, degli odori, dei sentimenti, dell’amore che provavo o della sofferenza che stavo attraversando. A partire da queste domande, maturò in me la decisione di comprendere tali fenomeni, sia per ragioni personali sia per un interesse conoscitivo in sé, non finalizzato in quel momento alla realizzazione di un prodotto. In questo contesto ho vissuto un’esperienza di coscienza straordinaria, che ha modificato radicalmente la mia vita. La racconto perché ritengo importante trasmettere l’idea che ciascuno di noi possieda, attraverso la propria coscienza, la capacità di accedere a conoscenze che la scienza potrà successivamente verificare. Prima ancora di poterle verificare, è necessario farne un’esperienza vissuta.” (Chip e coscienza eterno dilemma, “Il fatto quotidiano”, 25.7.2026)

Mi pare molto coerente con il tema del “divenire dei corpi” proposto da Gabriella Caramore: le esperienze vissute dai corpi rimangono un principio di conoscenza, un principio oggettivo di cui la ricerca scientifica stessa deve prendere atto.

P.S.: Non posso qui non ricordare la mia “Storia di una mano”, alcune paginette di un diario adolescenziale, ahimè evaporato nei diversi traslochi, in cui scrivevo la storia della mia mano, quella prevalente, la destra, guardandola come contenitore della miscela della mia vita, di quando ero piccino e toccavo il mondo per la prima volta, di quando acquisivo le diverse abilità, di quando facevo le prime carezze a chi volevo bene, di quando arpeggiavo sulla chitarra… E un giorno forse potrei pure raccontare la (lunga) storia successiva della mia mano, chiedendomi, con Pessoa, che cosa “starà pensando”.

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