Collezione di polvere
Scendevo da solo nel cortile del condominio, ogni giorno, in quella primavera di fine anni Ottanta. Mamma mi lasciava andare giù, ma non portavo la bicicletta, non m’incontravo con gli amici per giocare con le automobiline o a fare il mercato. Erano cose che faceva mio fratello, quello normale, il futuro assicuratore. Compivo un rito solitario. Solo molti anni dopo ho scoperto che certi esercizi d’osservazione sono stati definiti “cacce sottili” dallo scrittore ed entomologo tedesco Ernst Jünger.
Natura maxime miranda in minimis scrisse Plinio il Vecchio, citato poi da Linneo, da Dohrn Padre e da molti altri naturalisti: nel libro della vita discendiamo come citazioni, variate, di testo in testicolo, non senza errori e mutazioni di senso e forma. La mia decina d’anni, forse neppure compiuti, non mi consentiva di avere le chiavi di casa. Oggi i dettagli appaiono inezie. Tutto è andato in polvere.
Calavo dal lindo appartamento dell’ottavo piano fino al prato, tanto curato da sembrare sintetico. Le aiuole erano contornate da filari di rose. Lo spazio s’estende ancor oggi, rimpicciolito nelle proporzioni, tra due palazzi di cemento, uno grigio l’altro marrone, speculari. Oltrepassata la portineria a vetri attraversavo il piazzale di mattoni seguendo un sentiero di pietre bianche, ornamentali, fino a giungere all’appuntamento.
Durò poco quest’andirivieni, non più d’una settimana, ma nel tempo sospeso del ricordo sembra un’eternità. Nello stesso luogo, sotto al cipresso diventato alto quasi quanto i condomini, ricordo che si davano di notte appuntamento i drogati, come in un sabba. E che le siringhe venivano appuntate sulla scorza. Una di esse causò una grave malattia a un compagno di scuola che, si dice, si fosse ferito giocando. Ogni tanto per strada qualcuno sparava. Quella era l’Italia degli italiani, senza immigrati.
Eppure ero innocente: mio fratello cercava di sedurre una ragazzina mora e timida del palazzo accanto e andava a giro con stucco e cerbottana. Ignorava il mio quotidiano elogio della polvere. Non è solo per rendere conto al bambino che siamo stati che in età adulta ci s’impegna a soddisfare certi desideri irrealizzati dell’infanzia, come sostiene lo scrittore francese Pierre Bergounioux. C’è anche altro, qualcosa di meno psicanalitico. Una questione da regolare con l’adulto che si è, o si dovrebbe essere, al momento dei fatti.
Sono quindi tornato sul luogo. Come in un delitto irrisolto, ho riaperto il caso perché, dunque, a qualcuno dovevo ancora rendere conto. Qualcuno mi avrebbe giudicato. Giunto alla pianta di pitosforo, poi al cipresso, ho visto la finestra di quella che fu la mia camera. Il fusto, scevro di aghi metallici, è incoronato da sterili frustoli dorati, squame verdi triangolari fittamente sovrapposte, che sfarinano pulviscolo, frutto della divisibilità della materia.
Veniamo al punto. Qui incontravo l’oggetto del desiderio: il cadavere d’un passerotto. Con rigore anaffettivo ogni giorno lo analizzai, dal primo che lo vidi ancora fresco e piumato, con l’occhio quasi vivo, ma pure inerte. Non per seppellirlo, come magari avrebbe fatto appunto mio fratello, bensì per osservarne il disfacimento. Non provavo alcun coinvolgimento emotivo. Stavo solo cercando i necrofori.
Ero affascinato dal Necroforo rosso e nero. Sapevo che in città non lo avrei trovato, il Nicrophorus vespillo, come pure il parente N. vespilloides – o le specie consimili N. investigator e N. interruptus – coleotteri della famiglia dei Silfidi di colore scuro con bande arancioni, in alcune specie. Possiedono zampe fossorie, tibie spinose che, se trattenute, pizzicano la pelle della mano. Si cibano di carogne, sotterrando i cadaveri degli animali in tane e cunicoli. Il rituale, che comprende la spelatura e la sezione, è officiato dalla madre che si prende cura delle larve. Selvatici, abitano in campagna, di certo non nella periferia urbana.
Rimasi stordito nell’immaginare l’apertura nella carne, nel mezzo del corpo giacente sul prato del giardino. Fu quella forse la prima volta che immaginai la morte, la carne esposta al cielo azzurro delle tre del pomeriggio, su un giaciglio cosparso di sassi. Le mosche ronzavano sul ventre putrido e le larve colavano in un liquido denso. Non provavo pena scrutando quel simulacro alla mercé delle elitre, solo curiosità analitica. Aprivo un varco nella carne di bestia morta, nella carogna senza vita.
Il cielo osservava la carcassa schiudersi come un fiore. Il rosso e il nero del buco nella carne e, dentro, il lucido Necroforo color del sangue e della terra, della carne. Ma l’apertura finiva per non svelare nient’altro se non il vuoto, la parodia di uno pseudo Lautréamont. Dovettero passare anni per incontrare un Necroforo. In campagna io e il babbo mettemmo delle trappole lungo un sentiero tra il prato e il bosco. Erano tubi di carta igienica riempiti di fegato e stoppa e, se non ricordo male, issati con dello spago e un contrappeso sui rami d’una grande quercia contorta, colpita da un fulmine, perché altrimenti a terra li avrebbero mangiati i cinghiali, i cani selvatici.
Lì, in quei tubi, di Necrofori ne vennero molti, belli e brulicanti: N. vespillo, N. inumator. Li conservo ancora in collezione come reliquie: nomi da far impallidire i gruppi metal che avevo iniziato ad ascoltare: Sepultura, Putrefaction, Carcass, Necroticism, Terrorizer. Nella scatola avrei scritto i nomi in caratteri gotici. In testa martellavano ritmi fulminei, blast beat di brani brevissimi, chitarre iper-distorte e urla gutturali che mandavano in tilt la sopportazione dei miei genitori. Quella musica non piaceva neppure a mio fratello. Io invece non potevo farne a meno.
Ma non divaghiamo. Ho solo dieci anni e davanti a me un passerotto, morto. Lontano dalle tempeste ormonali dell’adolescenza, il mondo era ordinato, chiuso tra le mura di casa, il quartiere, il condominio. E c’era questo tenerissimo volatile e io che andavo per trovare i Dermestidi. Mi accontentavo infatti di incontrare i Dermestidi, che sono altri Coleotteri, come i Necrofori, ma più piccoli e dal colore scialbo, simili a bottoni di vecchi cappotti o pillole marroncine. E una moltitudine di formiche.
Altro che occhio di Buñuel, che quando l’ho visto al cineforum del liceo si vedeva bene che era falso! Quanto ci avranno messo? Non so, non ricordo, una settimana, dieci giorni. Prima gli occhi, poi gli organi interni, infine anche le piume. Non rimase niente, neppure le ossa cave adatte al volo. O meglio, ricordo la testa, le orbite vuote. Quelle sì, e il becco. Il piccolo becco. Strano che non mi sia venuta voglia di tenere lo scheletro polito, di riassemblarlo con la colla per poi metterlo sotto una campana di vetro.
O meglio – ci mancherebbe – ho fatto pure questo, ma dopo, da grande, sempre da adulto, per il solito debito d’infanzia, è ovvio, e per far rabbia a mio fratello, che stava a lavorare in ufficio e di queste cose non ne voleva sentir parlare. Rimesto nel passato con atti di pacata, accorta necrofilia. Pulvis et umbra sumus, sarebbe troppo facile riproporre il vecchio adagio. Ho compiuto quest’esperienza di tassidermia con un pullo d’un falco però, trovato morto nel giardino del torracchione di Montegonzi.
Torniamo a noi. La versione infantile di me aveva delle pinze e dei guanti da giardinaggio. Estraevo Dermestidi, manipolavo il corpo del passerotto. Ci scavavo, osservavo il disfacimento della carne, delle piume, degli organi. Pullulavano le larve, creature pelose, tozze, animate da movimenti a scatti. E poi fori, buchi, fenditure nella carne spolpata. Che sognavo ogni notte senza paura, col richiamo anzi, con la promessa del Necroforo.
In aula a scuola provavo fastidio per lo sfarfallio delle luci al neon, il prurito della lana sulla pelle era insostenibile, per non parlare dell’irritazione cutanea causata da ogni specie d’erba, il senso di costrizione dato dai vestiti. Avrei voluto camminare sempre scalzo, in punta di piedi, sfarfallando le mani per la gioia, saltando sul posto. Su ogni sedia ero insofferente, mi sentivo costretto ogni volta che un adulto mi diceva di star fermo. Avevo una scarsa propensione a parlare e una struggente, languida voglia di ritirarmi da solo, in un angolo, a vedere il mondo da fuori, a vedere gli altri vivere.
Introversioni, alcune risolte col tempo, altre superstiti, dissimulate. Avevo i miei amici di chitina, liberi e non assoggettabili a un utile umano. Tra loro proprio i Dermestidi, che vedevo con la supervista, il sesto senso che solo io credevo di possedere. Ricordavo alla perfezione ogni dettaglio superfluo degli insetti amati, dimenticando così anche l’ovvio e il banale, il necessario. Questo fatto tutt’oggi mi punge, è uno spillo che trapassa.
Ricordo anche che nel ricordo ricordavo la scoperta dell’estate precedente, al mare, quando vidi per la prima volta l’imbuto di finissima polvere d’una clessidra, la tana che scava la larva di formicaleone in attesa che qualche formica rotoli giù per la china farinosa fino alle sue pinze appostate. Intorno, il terreno sabbioso era costellato di fleoli, piumini di code di lepre. Il passerotto si stava decomponendo, si era già ridotto in polvere.
Il tempo passava sempre più velocemente, risucchiato da quella creatura terrificante a fauci aperte in fondo all’imbuto. Ma sto ancora una volta divagando. Nella camera all’ottavo piano, la mattina, la luce filtrava dalle serrande abbassate e mentre indugiavo nel letto, fantasticavo osservando la danza dell’invisibile nube di pulviscolo dentro cui ci muoviamo e che si rivela di colpo grazie a un raggio di sole. Sottili elementi fluttuanti nell’aria confusi tra le miodesopsie. Ogni cosa, anche la più dura, si erode e si polverizza, anche le chitine che compongono gli esoscheletri degli insetti. Non solo la pelle si squama, i pollini galleggiano nell’aria, ma fluttuano frammenti di capelli, epiteli d’animali, batteri, muffe e altre migliaia di materiali eterogenei.
Per questo mia madre spolverava ogni giorno in maniera maniacale, usanza che non ha perso neppure in vecchiaia. A sua insaputa portavo a casa i Dermestidi, grandi mezzo centimetro, scuri e vellutati, non ricordo la specie (ma potrei determinarla adesso) e sul tavolo lindo, senza un granello, stendevo quelle creature tra le altre cose, in ordine al loro posto: le matite bene appuntate, il sussidiario, il quaderno a righe, i pennarelli e i trasferibili, la merenda. Li portavo a casa chiusi in scatoline trasparenti – ma non tutti, solo alcuni, giacché non volevo estinguere la colonia – e li osservavo zampettare. Poi li lasciavo liberi, fuori dalla finestra.
Pochi giorni fa ho ritrovato dei disegni che feci anni prima. Puerili tavole entomologiche. Ragazzate. Insetti copiati dai manuali di entomologia: chiunque fosse interessato alla natura a quell’età ha ricevuto l’imprinting collezionistico dalla mania linneana di riordinare tutto in contenitori, in scatole, scomparti con dentro piume, pietre, conchiglie e insetti, appunto. Forme esili, alla maniera di Baruchello e del primo Pablo Echaurren. Era strano perché sì, è vero, come accade ai bambini e ai neofiti, mi piacevano di più gli insetti grandi e colorati, dai colori vividi e accesi, però apprezzavo anche il saio smorto e le marezzature dei Dermestidi, mi piaceva il loro stare a contatto con la morte. Per questo non li uccidevo.
L’entomologia, un’occupazione infima, che suscita inquietudini, fatta di momenti passati che ritornano presenti. Quindi sì, scesi giù in giardino molti giorni di seguito, a osservare questi tarli della morte, più ancora degli Anobi. E ancor più volte sono tornato negli anni col ricordo alla carcassa del passerotto. Una vita trascorsa a rimestare sempre nello stesso punto. Nacque forse allora la mia passione per gli odori forti, di putrefazione, di selvaggina, di decomposizione, che a tutti fanno generalmente schifo. A me quell’odore dolce faceva invece piacere, era naturale, completava il quadro, rappresentava la vita, m’inseriva nel panorama della morte e del tempo fermo, che non scorre. Finché i resti del pennuto non scomparvero del tutto. Forse li mangiò un gatto, forse li spazzò via il giardiniere. Fatto sta che l’esperimento si concluse. Cacciatori e collezionisti vivono spesso molto a lungo. Non so se augurarmi altrettanto, se continuare a portarmi dentro questo ricordo, se continuare a farlo rivivere ancora e ancora nella mia mente, in cicli continui, ossessivi. Sono stanco di contenere una collezione di polvere. È un lavoro ingrato, umbratile, basato non solo su combinazioni raffinate ma su una smania di possesso, il lavoro della memoria, il lavoro del sogno.
Anche adesso quasi invisibili Psocotteri e Antreni divorano le collezioni entomologiche. Non riesco a sbarazzarmene se non scrivendo. Ha ragione mio fratello: si tratta d’una fatica vana, del tutto inutile. Ogni forma è collezionabile, ogni segno significa qualcosa e la fatica di catalogare diventa col tempo una sfida improba. Non ho più nessun debito nei confronti del ragazzino di meno di dieci anni che andava ad osservare i Dermestidi pullulare nella carcassa di passerotto. È piuttosto vero il contrario: se ricordo questi fatti è per cancellarli. Cancello, scrivendo, per liberarmene definitivamente.
Ci sono delle cose che sono di fronte a questa pagina aperta. Lo scrittore Corrado Costa si sarebbe divertito a leggere tali fumisterie entomologiche, questa conversazione da solo? Sono tutte cose collegate, collegate a cose che mancano, che sono venute, nel frattempo, a mancare. Al centro c’è quest’insetto e al mio posto, invece, si sa, non c’è nessuno.
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In copertina, Tommaso Lisa, "XXXIV CANTO DEI TARLI – Immaginare Corrado Costa tra arte e poesia" (assemblaggio di materiali in scatola entomologica, 53x39, 2026).