Speciale
Coetzee traduce la sua traduttrice
Si dice, e non senza ragione, che la traduzione è sempre un rendere presente qualcosa che appartiene al passato. È la riformulazione in un’altra lingua e in un’altra cultura di un testo che già esiste; e poco importa se la distanza che intercorre fra i due testi è di 3000 anni o di poche ore: è sempre un passato che si fa presente. Ma ci sono casi limite, a loro modo eccentrici, in cui la traduzione, entrando in una relazione dialogica con il testo di partenza, lo trasforma e finisce addirittura per sostituirlo.
È quanto ci raccontano J.M. Coetzee, lo scrittore apolide per vocazione e postnazionale nativo del Sudafrica, e la sua traduttrice in spagnolo, l’argentina Mariana Dimópulos, nell’agile e ricco dialogo Parlare in lingue, edito da Einaudi nella versione italiana di Maria Baiocchi. Il libretto che, come dichiarato dai due interlocutori, “non è stato scritto da o per specialisti”, affronta con seria competenza e acume una quantità di problemi rilevanti della traduzione letteraria, a partire dalla resa di espressioni idiomatiche e proverbiali proprie solo di una cultura, o di termini offensivi (razzisti, misogini, omofobi), fino alla restituzione del genere di termini che in una lingua possono essere neutri, come doctor o nurse in inglese, ma che in un’altra lingua, per convenzione o pregiudizio, sono tradotti declinando il genere con dottore e infermiera. Ci sono altri casi in cui la restituzione di forme della grammatica o del lessico concettualmente inesistenti in un’altra lingua è impossibile senza una scelta interpretativa, e quindi critica, da parte del traduttore. L’esempio più ovvio è il semplice pronome inglese you che nelle lingue romanze può valere per tu, lei, voi ecc. A volte chi traduce è costretto a disambiguare ciò che l’autore avrebbe potuto intenzionalmente lasciare indeterminato, come quando deve tradurre “fratello” in una lingua, come il vietnamita, in cui non esiste un termine generico, ma solo parole che indicano se si tratta di “fratello maggiore” o “fratello minore”. Ci si trova in una situazione non così diversa da quella raccontata da Umberto Eco, quando il regista John Huston dovette decidere se la gamba mancante a Gregory Peck fosse la destra o la sinistra visto che in Moby Dick Melville non dice quale mancasse al capitano Ahab.
Sono esempi tratti da Parlare in lingue, dove uno spazio centrale è dedicato anche alla riflessione sull’etica della traduzione, sulla lingua della letteratura postcoloniale e sui rapporti fra lingue minori e lingue dominanti: fra le lingue delle madri, che ciascuno impara naturalmente, pensiamo ai dialetti o a una delle 6000 lingue attualmente parlate nel mondo, e le lingue dei padri, imposte dal sistema educativo, da quello coloniale, dalle esigenze economiche della globalizzazione. È il caso dell’inglese, lingua che lo stesso Coetzee ha appreso come lingua seconda, e che ha poi assunto per la scrittura dei suoi romanzi e dei suoi saggi.
Uno dei punti più interessanti di questo ampio spettro di problemi traduttologici affrontati nel dialogo fra Coetzee e Dimópulos è la descrizione di un singolare esperimento di creazione e ricreazione il libro di Coetzee The Pole, uscito in Australia nel 2023 e tradotto in italiano nello stesso anno, sempre da Maria Baiocchi per Einaudi, con il titolo Il Polacco. Il romanzo tuttavia era apparso per la prima volta in Argentina nella traduzione spagnola di Dimópulos nel 2022, e per otto mesi El Polaco era stata l’unica versione esistente del libro. Nelle intenzioni di Coetzee la versione spagnola non doveva essere subalterna e secondaria a quella inglese non ancora pubblicata, bensì l’originale che eventualmente sarebbe stato poi tradotto in altre lingue, con la conseguenza che la stessa versione inglese finale dello scrittore sarebbe stata una traduzione tra le altre. Durante il processo della traduzione dal primo testo inglese allo spagnolo, Coetzee si era reso conto dei problemi traduttivi determinati dagli idiomatismi che rendono una lingua incarnata e localizzata. Siccome, per una sua precisa scelta poetica, voleva che il suo inglese fosse invece il più possibile “disincarnato e non localizzabile” – anche come risposta polemica e di rottura per la preoccupante “forza politica globale dell’inglese” – aveva spesso cambiato il testo di partenza, rispondendo alle sollecitazioni della traduttrice argentina che si trovava, nell’atto del tradurre, a dover disambiguare il testo inglese. La traduzione insomma trasformava l’originale e si poneva essa stessa come nuovo originale.
Il piano di Coetzee, come scrive in Parlare in lingue, è fallito, “sconfitto da una forza superiore”, quella “dell’industria editoriale mondiale”. I vari editori “in Polonia, Francia, Giappone e altri paesi si sono rifiutati di tradurre il romanzo dal testo spagnolo”, perché per loro quello non era il testo originale: per loro “tradurre solo e soltanto dall’originale era un articolo di fede”. Ma, continua Coetzee sollevando una questione politica ed etica che riguarda il rapporto di forza fra le lingue, “se il libro fosse stato scritto in albanese e tradotto in spagnolo, gli editori sarebbero stati pronti ad abbandonare il dogma della lingua originale e a commissionare le traduzioni dallo spagnolo. Perché allora l’impasse? La risposta: perché ‘l’originale’ non era in albanese, una lingua ‘minore’, ma in inglese, una lingua ‘maggiore’”. Il tema della scrittura postcoloniale si intreccia quasi inestricabilmente qui con quello della traduzione e della poetica.
Per rendere meno astratto il discorso conviene soffermarsi seppur brevemente sul romanzo e sulle sue varianti interlinguistiche. Il Polacco, a una prima lettura, potrebbe sembrare una patetica e un po’ cervellotica storia d’amore fra Witold, un anziano e affermato pianista polacco, e Beatriz, una signora riservata ma annoiata, quasi cinquantenne, dell’alta borghesia di Barcellona. Una favola con una trama da romanzo rosa dozzinale, con riferimenti colti a Dante, Beatrice e alla Vita nova, e alle modalità di esecuzione dei brani di Chopin, di cui il Polacco è interprete originale, che aggiungerebbero alla vicenda qualche tocco di alta cultura. Ma se le storie d’amore e di morte sono spesso sempre le stesse, quello che fa davvero la differenza è il modo in cui sono raccontate, lo stile con cui l’autore restituisce quella vicenda e costruisce il carattere dei personaggi. E qui entra in scena la maestria di Coetzee. La sua intenzione era di assumere una scrittura minima, il più possibile asettica, senza corpo, e senza luogo. Non ci sono espressioni idiomatiche, né abbellimenti fonetici, la sintassi è semplice, la lingua funzionale, senza descrizioni o coinvolgimenti emotivi. Lo stile compresso, ripetitivo, tende a quello che si potrebbe definire il grado zero della scrittura. Non una lingua ibridata o opaca, gergale o abbassata su un registro di una oralità non sorvegliata e impulsiva, ma una lingua rastremata, essenziale, sempre consapevole di avere a che fare con la restituzione in inglese – “la lingua del padrone”, di mediazione, non naturale – di situazioni che prendono voce e significato in altre lingue [ma sul romanzo si veda l’ampia e puntuale recensione di Paolo Landi].


Un esempio minimo. All’inizio del romanzo Beatriz dovrebbe incontrare Witold, a Barcellona per un concerto, insieme all’amica Margarita, che però all’ultimo momento è costretta a disdire. Così Coetzee: “On the morning in question Margarita telephones to say that she has fallen ill. That is the rather formal term she uses: caído enferma, fallen ill. What has she fallen ill with?” Si sente immediatamente quanto il linguaggio sia caratterizzato da un registro quasi burocratico (On the morning in question), da termini corretti ma ingessati (telephones anziché calls o phones), dal rendere evidente ai lettori che la telefonata è avvenuta in spagnolo, e che il narratore, aderendo strettamente al punto di vista di Beatriz, è attentissimo all’uso delle parole, al punto da cogliere nell’espressione caído enferma, fallen ill, qualcosa di affettato, forse reticente. L’espressione di per sé, sia in inglese sia in spagnolo, è relativamente idiomatica, ma la domanda che segue (What has she fallen ill with?), con la ripetizione della metafora, rende l’espressione strana e curiosa. Questa la resa di Maria Baiocchi: “Quella mattina Margarita chiama per dire che sta male. L’espressione formale che usa è: caído enferma, si è ammalata. Si è ammalata di che?” Nella traduzione ‘originale’ di Dimópulos-Coetzee si legge invece: “La mañana en cuestión, Margarita llama por teléfono para decir que ha caído enferma. Esa es la expresión bastante formal que utiliza: «he caído enferma». ¿De qué ha caído enferma?” Può essere divertente continuare a giocare al passaparola e restituire in italiano questa frase, magari tenendo presente l’invito di Coetzee a rispettare il testo da tradurre essendo però anche creativi. Scrive Coetzee: “Vedo il principio della fedeltà sempre sospeso sulla testa delle traduttrici. Chi traduce può fare un sacco di errori cercando di essere fedele all’originale, ma i rischi sono maggiori se cerca di liberarsi dalle costrizioni del testo guida (…). Quando si parla dell’etica della traduzione, il primo punto è capire l’equilibrio da tenere fra fedeltà e libertà perché, a mio avviso, l’ago della bilancia non può sempre pendere dalla parte della traduzione letterale. Nella traduzione letterale, rispettare un testo significa anche essere creativi per rendere una certa bellezza, un determinato ritmo e persino l’intenzione dell’autore (esiste qualcosa del genere?) nella lingua di arrivo. Il che diventa del tutto impossibile se chi traduce resta attaccato alla lettera” (pp. 60-61). Ecco un tentativo che mette ancora più in evidenza come la voce narrante sia focalizzata sulla protagonista, una sorta di Madame Bovary del terzo millennio: “La mattina in questione, Margarita telefona per dire che è stata colta da malattia. Questa è l’espressione piuttosto formale che usa: “Sono stata colta da malattia”. “Da quale malattia è stata colta?” Piccolissime varianti che rendono il gioco della traduzione forse pedante, ma spesso divertente, almeno per chi è ossessionato dalle parole, e che sembra fatto apposta per scombinare le carte e seminare incertezze, a partire dalla nozione di originale e di autorialità.

In una bella intervista con Valerie Miles del 2023, facilmente reperibile in rete, Coetzee elogia la sua traduttrice tedesca Reinhild Böhnke, sostiene che le sue versioni in tedesco non sono per nulla inferiori all’originale inglese e si chiede: “Se io e lei ci dovessimo scambiare i ruoli, se i suoi testi dovessero apparire in tedesco come testi autoriali e poi, in seguito, i miei testi apparissero in inglese come mie traduzioni di quei testi tedeschi, sarebbe possibile individuare i nostri veri ruoli?”. La risposta: “Ne dubito!”. È questa di Coetzee, senza dubbio una dichiarazione di grande modestia.
“Modesta” è uno degli aggettivi che Witold, il pianista polacco, utilizza per descrivere Beatriz. È una parola che, come tante altre usate in quel romanzo scritto in punta di lingua, scivola, dice e non dice e potrebbe essere fraintesa. In inglese il termine è Modest che vale certo per umile, non presuntuoso né superbo, ma anche per pudico, misurato, sobrio. Così può valere anche nell’italiano di Dante. Mentre oggi, nell’uso dell’italiano contemporaneo, uno dei significati è anche mediocre, ordinario, limitato. Questa parola corre il rischio di perdere l’ambiguità e la profondità semantica che ha in un altro sistema linguistico o nella storia. Ma è il gioco delle lingue e della letteratura, e a questi giochi Coetzee e Dimópulos, con il loro sollecitante Parlare in lingue, ci invitano a partecipare con modesta e misurata consapevolezza.
Recensione J.M Coetzee, Mariana Dimópulos, Parlare in lingue, traduzione di Maria Baiocchi, Einaudi 2026.