Naza: il buio osceno che ci riguarda

28 Settembre 2026

Distribuito da I Wonder Pictures, arriva al cinema, da oggi (28 settembre) e per tre giorni, Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor (a questo link le sale in cui verrà proiettato). Dal momento in cui ha ricevuto l’applauso più lungo della Sala Grande e il Premio speciale della giuria alla 83esima Mostra internazionale del cinema di Venezia, due settimane fa, Naza è stato oggetto di una violenta e controffensiva mediatica e politica da parte del governo israeliano, che ha accusato gli autori di alto tradimento e ha proposto la revoca della cittadinanza. Di conseguenza, qualche giorno fa Yuval Abraham ha annunciato su X  che il film sarà diffuso in rete a partire da novembre (la data precisa ancora non è nota): «A causa dell'interesse e dell'importanza pubblica della questione, io e Rachel abbiamo deciso, insieme al Guardian, che il film Naza sarà disponibile gratuitamente su internet, senza limiti di tempo, affinché chiunque possa vederlo e ascoltare le testimonianze dei soldati». 

Perché questo in effetti è lo scandalo inaccettabile: a rivelare al mondo il genocidio in corso stavolta non sono occhi e voci palestinesi, bensì israeliane. Siamo tirati fuori da quello che nel loro libro sul cinema documentario (Immaginari incarnati, Quodlibet) Marco Bertozzi e Daniela Sacco chiamano comfort-continent.

La coincidenza dei suoni richiamata dal titolo del film ci fa subito pensare a Gaza, naturalmente, ma la variazione, in effetti, oltre che una famigliarità anticipa uno sconfortevole schema a specchio del terrore. “Naza”, nel gergo dell’intelligence e delle milizie israeliane, è l’acronimo con cui riferirsi ai “danni collaterali” delle azioni di aggressione, vale a dire ai civili che rimangono uccisi nelle azioni di bombardamento dei palazzi di Gaza: due, tre, anche cinquecento persone alla volta. Per raccontare questo orrore normalizzato, i registi hanno intervistato, di nascosto, nottetempo, sui tetti di Tel Aviv, per tre anni, ventiquattro agenti – donne incluse - che hanno partecipato alle azioni. Con stile impassibile, proteggendo i testimoni camuffando digitalmente le loro voci e fisionomie.  

Avevamo già parlato di Naza qui, in occasione della sua presentazione a Venezia; ma abbiamo deciso, con la redazione, di ampliare la riflessione sul film anche in solidarietà con i registi e con il Guardian che lo ha prodotto; e, al tempo stesso, per spiegare meglio come Naza, che è un il film documentario di grande qualità formale, vada proprio visto adesso, al cinema, che è la casa madre del buio, sia perché l’oscurità ambientale è un elemento chiave del film, sia perché la sala cinematografica è uno spazio in condivisione, dove guardare significa stare accanto, sentirsi parte di un corpo sociale.   

Yuval Abraham e Rachel Szor fanno parte del collettivo israelo-palestinese che già aveva realizzato No Other Land, premiato agli Oscar 2025: il film, girato prima degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, raccontava gli sforzi di un gruppo di attivisti palestinesi di opporsi alla distruzione del loro villaggio natale di Masafer Yatta, in Cisgiordania, da parte delle forze di difesa israeliane. Lo sterminio, lì, era guardato dalla parte di chi stava perdendo tutto. Così come succede nel film La voce di Hind Rajab (2025), della regista tunisina Kawthar ibn Haniyya. Stavolta invece la cancellazione del popolo palestinese è guardata dalla parte di chi uccide, svuotando il racconto di ogni elemento di identificazione emotiva. Naza, per la maggior parte del tempo, non ci fa piangere, e nemmeno ci fa vedere quello che ci aspetteremmo. Ci fa ascoltare e immaginare, usando suoni e parole che stavolta non sono quelli della lingua araba o inglese, ma, prevalentemente, ebraica. 

I registi Yuval Abraham e Rachel Szor all'83ma Mostra del Cinema di Venezia. Ph. Ondine Goat - Wikimedia Commons.

Naza, è, assurdamente un film bello, in senso tanto cinematografico quanto etico-politico. Assurdamente bello perché parla di morte, ma, soprattutto, per il linguaggio all’opera in questo film. L’esperienza che stiamo compiendo, durante la visione di Naza, agisce come situazione straniante di sabotaggio delle immagini e delle storie già date di distruzione o di giustificazione dell’orrore che non riusciamo più a vedere o ascoltare veramente, e che dunque, di fatto, sotto forma di immagini di sottofondo, recepiamo, accettiamo, lasciamo che esistano, sempre più indifferentemente. 

Lo scenario raccapricciante delle decine di migliaia di morti che passano quotidianamente sui nostri schermi, in immagini ormai bruciate dalla sovraesposizione, stavolta invece è messo fuori campo, spostando al centro ciò che di solito sta fuori, ma adesso diventa, paradossalmente, l’osceno in scena, vale a dire: la disumanità incarnata delle tecnologie intelligenti, che da illuminante forza strategica dell’intelligence più potente del mondo diventa, anche visivamente, un mondo oscuro fantasmatico e perturbante.  

I materiali utilizzati nel documentario provengono da un lavoro di inchiesta, condotto tra il 2023 e il 2025 dalla rivista israelo-palestinese +972 Magazine, dal portale in lingua ebraica Local Call e dal Guardian – che ha anche prodotto il film. Gli effetti di disorientamento percettivo prodotti dal racconto e dal montaggio – che in tre importanti momenti interrompe il flusso delle testimonianze creando degli accostamenti scioccanti – sono l’elemento più originale di Naza.   

Assistere a Naza, infatti, è un po’ come assistere a una Masterclass di genocidio. La freddezza dell’assassinio è trasformata in principio formale. La banalità del male agisce qui come impersonalità dell’orrore. Si ripensa, talvolta, per esempio quando vediamo un blocco di carta bianca dove un pennarello disegna lo schema di un attacco, a El sicario – Room 164 (2010), di Gianfranco Rosi – dove un ex killer al servizio dei cartelli della droga messicani spiegava i propri metodi di tortura. 

Guardando il film, ascoltiamo i racconti degli agenti, mentre la macchina da presa ci fa vedere e in un certo senso anche spiare gli interni domestici dei palazzi circostanti della capitale israeliana. Sono case dentro le quali si consumano i riti della vita normale di tutti: c’è chi rientra, chi prepara la cena, chi si prepara per dormire. Anche in senso formale, Naza, cinematograficamente, è un esperimento della banalità dell’orrore ai tempi della sua riproducibilità grazie all’intelligenza artificiale: proprio qui sta la sua grandezza. Il film infatti compone un sistema agghiacciante di sdoppiamenti paradossali, nel senso che per consentire alle persone intervistate di parlare senza rischi, la regia ha alterato la loro voce e i loro volti servendosi dell’intelligenza artificiale, che però è anche la medesima risorsa grazie alla quale i sicari israeliani hanno potuto entrare dentro i telefoni degli obiettivi palestinesi. Esattamente come stiamo facendo durante la visione del film, gli agenti israeliani hanno così potuto spiare le vite degli abitanti di Gaza, e capire, per esempio, che se tra i dialoghi spiati dai satelliti arrivava una voce di bambino che chiedeva: «Quando arriva papà?», ecco, quello era il momento giusto per preparare i droni al lancio delle bombe. 

Migliaia di vite di civili sono state distrutte così: mentre cenavamo, giocavano, preparavano una festa, chiamavano un animale domestico. Questo terrorismo così disumano, sia perché consumato con indifferenza, sia perché realizzato con intelligenze esterne ai corpi, è tenuto in scena, per tutto il film, con una fotografia livida; tranne che nel momento finale, quando il fuori campo dei corpi palestinesi sotto le macerie è messo davanti ai nostri occhi, come se finalmente li rivedessimo; con uno stile impassibile che si serve del linguaggio documentario per trasformare l’impersonalità – di un genocidio – in tema di fondo. Nell'osceno che ci guarda. 

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