Hartmut Rosa: la democrazia e la religione
Insieme a Rahel Jaeggi, Hartmut Rosa è considerato l’esponente di punta della quarta generazione della Scuola di Francoforte, quella che, per intenderci, viene dopo la prima di Horkheimer, Adorno e Marcuse, la seconda che ha fatto capo a Jürgen Habermas da poco scomparso, e la terza di Axel Honneth, tuttora in attività, come ha saputo ben raccontare da ultimo Giorgio Fazio nel suo Ritorno a Francoforte. Le avventure della nuova teoria critica (Castelvecchi, 2020). La comune appartenenza non cancella tuttavia importanti differenze tra due diversi modi di rilanciare l’impulso emancipativo francofortese. Sia l’una che l’altro si sono formati con Honneth e recuperano categorie della prima teoria critica, alla ricerca di criteri per la comprensione e la critica delle società contemporanee. Jaeggi muove però dalle pratiche e dalle «forme di vita», ripensa la reificazione e l’alienazione, definendo quest’ultima come un rapporto di appropriazione fallito, e valuta istituzioni e assetti sociali in base alla loro capacità di affrontare problemi, apprendere dalle crisi e trasformarsi. Rosa prende invece le mosse dalla qualità del rapporto con il mondo. Accelerazione, alienazione e risonanza descrivono modi complessivi nei quali soggetti e società fanno esperienza della realtà. Jaeggi si domanda come una forma di vita fallisca e possa essere trasformata, mentre Rosa si chiede quando il mondo diventi muto o torni a rispondere.
Nato nel 1965 a Lörrach, nel Baden-Württemberg, Rosa si è formato fra filosofia e sociologia, con una tesi di dottorato sul pensiero di Charles Taylor, ed è oggi professore di sociologia generale e teorica all’Università di Jena. Come ha confessato lui stesso in una puntata della trasmissione Klassik, Pop et cetera della radio tedesca intitolata “I Pink Floyd, per me erano dei veri e propri dèi” (Deutschlandfunk, 1° gennaio 2022), ha trascorso la giovinezza a Grafenhausen, nella Foresta Nera, dove parlava il tedesco alemannico locale e suonava l’organo nella parrocchia protestante. È difficile non ripensare a questa esperienza di una comunità locale coesa e radicata in antichi rituali di tipo religioso, quando prendiamo tra le mani l’agile libretto, uscito in italiano lo scorso autunno e nato da una conferenza tenuta nel 2022 per un incontro diocesano (Diözesanempfang) a Würzburg, nel quale Rosa ci invita a domandarci Perché la democrazia ha bisogno della religione (il Mulino, 2025, con una presentazione di Mauro Magatti).

Il testo si interroga sulle condizioni prepolitiche della democrazia, lasciando sullo sfondo tanto il ritorno della religione a fondamento dello Stato quanto la restaurazione della sua autorità normativa nello spazio pubblico. La domanda è piuttosto questa: quali disposizioni, pratiche e forme di relazione permettono a cittadini portatori di interessi e convinzioni differenti di riconoscersi come interlocutori, ascoltarsi, rispondersi e trasformare almeno in parte le proprie posizioni?
Seguendo la direzione indicata già nel sottotitolo dell’edizione originale – su una peculiare relazione di risonanza – il volumetto andrà collocato nel percorso teorico che Rosa ha sviluppato dalla diagnosi dell’accelerazione sociale alla grande costruzione di Resonanz (2016). La modernità, nella sua interpretazione, si svolge entro un regime di «stabilizzazione dinamica», secondo il quale le società moderne possono riprodursi soltanto attraverso una crescita, un’accelerazione e un’innovazione continue. Ne deriva un atteggiamento aggressivo verso il mondo, reso disponibile, controllabile e utilizzabile. Natura, tempo, lavoro, conoscenza e relazioni personali vengono sottoposti alla logica dell’accrescimento e dell’ottimizzazione. Viviamo dunque più in fretta perché il nostro rapporto con ciò che ci circonda si organizza sempre più secondo il modello dell’appropriazione e del dominio (si veda su Doppiozero, M. Belpoliti, Accelerare per competere).
Di chiara origine musicale, la nozione di risonanza risponde a questa diagnosi. Essa si precisa come una relazione nella quale qualcosa ci raggiunge, ci interpella e provoca una risposta capace di trasformarci, pur sfuggendo al nostro pieno controllo. Differisce perciò dall’armonia, dal benessere soggettivo e dalla semplice intensità emotiva. Rosa insiste sul suo carattere indisponibile, in base al quale nessuna tecnica può produrla o garantirla come risultato.
Nel libro questa categoria viene trasposta sul terreno politico. Una democrazia vitale presuppone cittadini capaci di parlare e ascoltare, di sostenere i propri interessi e di esporsi alla voce altrui. L’immagine biblica del «cuore che ascolta» (p. 90) indica una disposizione essenziale per la vita religiosa e per quella democratica. Ed è qui che la religione entra nell’argomentazione. Le tradizioni religiose, infatti, sono ritenute custodire un repertorio di pratiche, rituali, narrazioni e posture corporee nelle quali la relazione con il mondo eccede il controllo. La preghiera, il rito, il canto comune, il silenzio e l’esperienza di essere interpellati da una realtà indipendente dalla propria volontà esercitano una disposizione risonante. La verità di un credo determinato non è in questione qui, conta semmai la capacità della religione di insegnare a chi le si affida che la relazione possiede un’autonomia sottratta a ogni pretesa di sovranità assoluta.
Nell’intervista radiofonica sul libro a Katja Weise per NDR Kultur (31 ottobre 2024), Rosa ha precisato questa proposta attraverso il termine Anrufbarkeit, traducibile come «capacità di essere interpellati» o «disponibilità all’appello». La crisi delle Chiese e quella della democrazia manifesterebbero entrambe la crescente incapacità di lasciarsi raggiungere da una voce altra e di risponderle, prima di classificarla come conferma o minaccia. Anrufbarkeit appare per certi versi più incisivo della stessa risonanza, perché mette in primo piano la passività e l’esposizione che precedono la risposta. Il soggetto democratico può prendere la parola e decidere perché può anzitutto essere toccato da ciò che non ha prodotto. Come dichiara Rosa, la democrazia ha bisogno della «capacità di lasciarsi interpellare»: occorre «rivolgersi pienamente a un altro, disponendosi a essere toccati, ma senza accettare passivamente ciò che gli altri fanno», così da poter rispondere e «trasformarsi insieme in direzione di qualcosa di comune».

Le due prefazioni che hanno accompagnato il testo, rispettivamente in edizione tedesca e italiana, ne orientano però la lettura in direzioni sensibilmente diverse. Nell’edizione tedesca, Gregor Gysi, avvocato e uomo politico tra i fondatori della Linke, dichiara subito di voler lasciare al lettore il giudizio sul libro e costruisce un percorso autonomo attraverso Hegel, Feuerbach, Marx e Benjamin. Traduce la risonanza in «prassi riuscita», comunicativa e cooperativa, la colloca nella storia filosofica dell’alienazione, in cui il riferimento religioso vale come espressione di una socialità desiderata ma ostacolata nella sua realizzazione. Gysi conduce infine l’argomento sul terreno direttamente politico, dove la democrazia vive di idee di libertà, uguaglianza e bene comune, mentre capitalismo e mercato producono estraniazione e non generano da soli valori vincolanti. Le religioni conservano risorse morali collettive, ma le condividono con le pratiche solidali di matrice umanistica, comunitaria, socialista o conservatrice. La presentazione italiana del sociologo Mauro Magatti, intitolata Modernità, secolarizzazione, risonanza (pp. 7-27), segue più da vicino l’architettura teorica di Rosa. Colloca la tesi sulla religione dentro la vicenda della modernità e interpreta la secolarizzazione come trasformazione delle condizioni in cui gli individui elaborano il senso, più che come semplice estinzione del religioso. Al centro mette la tensione tra l’espansione moderna delle possibilità e l’impoverimento dei legami prodotto da una società dominata dall’accelerazione, dalla prestazione e dal controllo. La risonanza indica allora la possibilità di una relazione ricettiva con l’altro e con il mondo, mentre la religione conserva linguaggi, simboli e pratiche capaci di formare questa ricettività. Magatti accentua l’aspetto antropologico e culturale; Gysi rende più espliciti il conflitto sociale, la critica del capitalismo e il nesso con l’alienazione. La prefazione italiana accompagna Rosa dall’interno della sua teoria della modernità, quella tedesca lo affianca con una genealogia filosofico-politica che amplia e in parte sposta la sua domanda.
Questa doppia cornice illumina la forza della proposta e ne rende visibili le difficoltà. La prima riguarda il passaggio dalla diagnosi alla prescrizione. Nelle opere maggiori Rosa presenta la risonanza come una modalità fondamentale della relazione con il mondo e avverte che essa sfugge alla programmazione. Nei testi recenti la categoria acquista però un valore sempre più normativo, in forza del quale ascolto, apertura e disponibilità vengono opposti alla modernità aggressiva. La teoria oscilla così fra descrizione delle relazioni sociali, criterio per giudicarle e proposta di trasformazione individuale e collettiva. Il registro analitico tende a convertirsi, a tratti, in esortazione.
Una seconda difficoltà riguarda la costituzione del mondo comune. La teoria della risonanza descrive con efficacia la qualità di una relazione, ma dedica minore attenzione ai processi storico-sociali attraverso i quali il mondo acquista un significato condiviso. Quel mondo appare spesso già dotato di oggetti di valore, linguaggi, rituali e immagini capaci di rivolgerci un appello. Non occorrerebbe invece spiegare come tali configurazioni diventino plausibili, riconoscibili e capaci di orientare l’agire, a maggiore ragione se la religione assume la funzione di riserva di forme risonanti?
Il confronto con Rahel Jaeggi precisa questo limite. Nella sua rielaborazione dell’alienazione, Jaeggi la definisce come un rapporto di appropriazione fallito, in forza del quale non si riesce a fare propria una forma di vita che pure si contribuisce a riprodurre. La prospettiva si sposta dalla qualità immediata dell’esperienza alle pratiche e alle istituzioni entro cui essa prende forma. Una relazione risonante diventa stabile, condivisa e trasformabile attraverso mediazioni sociali che distribuiscono potere, possibilità di parola e capacità di risposta.
«Risonanza» e «alienazione» trovano un terzo termine di confronto nella «perdita». Richiamandosi anch’egli all’eredità della teoria critica, Andreas Reckwitz ha recentemente proposto un’analisi delle perdite ecologiche, biografiche, politiche e culturali come ormai irriducibili a costi provvisori dello sviluppo (Verlust, 2024). Le tre categorie offrono così accessi distinti alla difficoltà incontrata da soggetti e collettività nell’abitare significativamente il proprio mondo. Rosa attribuisce alla religione un ruolo peculiare, ma il termine oscilla fra istituzione storica, insieme di pratiche e rituali, riserva simbolica di modalità risonanti. Questa oscillazione libera la religione da una definizione soltanto confessionale e, insieme, rischia di assegnarle una funzione unitaria che nelle società moderne è distribuita fra istituzioni e pratiche differenti.
Il titolo del libro risulta così stimolante e, al contempo, problematico. La democrazia richiede più delle procedure, giacché vive di fiducia, riconoscimento, conflitto regolato e immaginazione di un futuro comune. Questi presupposti maturano in pratiche sociali e forme simboliche che le istituzioni politiche possono sostenere, ma non stabilire per decreto. La religione ne custodisce alcune fra le più durevoli, altre si formano nelle associazioni, nei movimenti, nei rapporti di cura e nelle esperienze di solidarietà. La stessa analisi di Rosa sembra condurre a una funzione più generale, quella cioè di produrre e trasmettere forme nelle quali gli individui imparino a rapportarsi a qualcosa che li precede, li eccede e può tuttavia diventare parte della loro vita comune. Il contributo del libro sembra consistere proprio nel rendere politicamente urgente questa tensione, chiedendosi come la ricettività verso ciò che si presenta come altro ed estraneo possa tradursi in pratiche democratiche capaci di incidere sui rapporti sociali. Seguendo il suggerimento di Fazio nel libro citato in apertura, si può quindi rilevare che, assumendo la risonanza come parametro antropologico e transculturale, Rosa rinnova l’impulso della prima teoria francofortese, ma rischia di lasciare in secondo piano conflitti, disuguaglianze e mediazioni istituzionali.
Il merito maggiore di Perché la democrazia ha bisogno della religione consiste forse nel condurre oltre la formula del titolo. Se la nozione di risonanza nomina un’esigenza reale, ma lascia inspiegate le sue condizioni sociali, simboliche e istituzionali, la domanda cruciale sembra riguardare le forme storiche oggi capaci di generare ascolto, sostenere orientamenti condivisi e rendere esperibile un mondo comune, nel pluralismo sempre più conflittuale delle società contemporanee.
In copertina, Göttingen – Resonanzen, parete esterna della Johanniskirche, maggio 2026 – foto AB