La Macondo d’Armenia

4 Ottobre 2026

All’inizio è una donna, vive da sola in una fattoria semisperduta dove coltiva piante e alleva animali; compie azioni semplici, ognuna con una qualche prospettiva di continuità e conservazione – il becchime ai polli, l’acqua all’orto, la protezione contro il possibile temporale, le provviste da tenere al fresco per un’altra stagione – poi si mette a letto e, vittima di un sanguinamento che non si arresta, si prepara ad accogliere la morte. E tuttavia, ogni volta, non muore. Inizia così, la storia di Sevojants Anatolija, in una casa ai margini del borgo di Maran, paese di pochi abitanti nascosto tra le alture del monte Manis Kar, nell’Armenia immaginaria che fa da sfondo al vibrante romanzo della scrittrice Narine Abgarjan: E dal cielo caddero tre mele, uscito nel 2015 in Russia, dove l’autrice vive da trent’anni, poi in Italia nel 2018 per Francesco Brioschi Editore e di nuovo nel 2026 per Einaudi, sempre nella traduzione di Claudia Zonghetti.

Il romanzo si divide in tre parti distinte da un titolo rivelatore: Una per chi ha visto, Una per chi ha raccontato, Una per chi ha ascoltato. Tutto ha inizio dalla vicenda di questa donna sanguinante, che da un po’ ha superato i 50 anni, ogni notte aspetta un destino che non le appartiene, nonostante lei creda il contrario, eppure si posiziona sul limite della vita continuando a osservare i rituali della quotidianità: c’è un domani, nella sua esistenza che crede giunta alla conclusione. Ma di questo romanzo Anatolija non è la vera protagonista, o non solo: come avverrà poi nel successivo – ma precedente, di questa edizione – Simon (Brioschi, 2021), a rappresentare il centro della vicenda, che anche in quel caso ha origine dalla morte e dalla sua bizzarria, è un coro di personaggi; Abgarjan intreccia storie concentriche, il cui punto nevralgico è il paese, allo stesso tempo magico e reale, di Maran. Non si può allora non correre con la fantasia alla Macondo di Gabriel Garcia Marquez, quel microcosmo di avvenimenti e relazioni che supera le epoche ma mantiene saldamente una filigrana invisibile attraverso lo spazio e il tempo. Gli abitanti di Maran, la cui comune occorrenza è la diffusa anzianità, sono abituati a trascorrere la vita privi della paura della morte, non perché vi sia un’abitudine a morire, ma perché ne scorgono con evidenza il confine lieve, accogliendola con invidiabile stoicismo e come elemento di continuità della vita vissuta.

Anatolija non conosce il proprio destino, Vasilj cresciuto nel dolore della perdita vede in lei una possibilità di futuro, Ovanes ha la saggezza che sua moglie Jasaman, attraverso erbe e unguenti, traduce nella cura, Valinka cerca di abbellire la casa per la visita del nipote Tigran, partito da anni e di ritorno perché la sua giovane famiglia sappia dove è cresciuto. E infine un pavone bianco, presagio o simbolo, nucleo di una trasformazione che il paese cova in sé stesso, senza saperlo. Tutto di pietra è fatto Maran e nella stessa materia sembrano intagliati gli abitanti, le loro storie si avvicinano l’una all’altra in modo ruvido, ma dietro quell’apparenza custodisce un’anima profonda, la cui fragile resilienza guida il passaggio tra le generazioni, attraversando calamità, talvolta riuscendo a prevederle, offrendo figli in sacrificio a guerre d’altri, senza che mai alcuno degli eventi abbia impedito di arieggiare una stanza, rassettare il pollaio, accatastare la legna per l’inverno. Eppure Anatolija, la cui sofferenza resta all’inizio segreta anche agli amici nella casa accanto, costituisce un inciampo in questo rigore sequenziale della natura: la sua morte si posticipa, il suo sangue sembra inesauribile, perpetuando un segno evidente di continuità tra diverse epoche della vita: Anatolija non può morire, non senza prima, si direbbe, avere degnamente vissuto. La sua vicenda lascia dunque percepire il paese degli anziani, Maran, come un universo assoluto, in cui il sapere popolare si agisce ai confini con l’arte magica e la creazione di un Dio artigiano, nella disciplina degli eventi che accadono con un preciso scopo, segue la necessità di un disegno che non delinea l’immagine propria, ma deve piegarsi alla loro.

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Quella di Abgarjan è una narrazione fiabesca che non si compiace ma, anzi, sceglie spesso l’ironia per affiancare le azioni dei personaggi, costruendo attorno ad essi situazioni stravaganti che rendono la lettura di grande fluidità; la sua scrittura, in cui come detto si scorge una tendenza al realismo magico sudamericano, non è lontana dall’integrità e la risolutezza dei personaggi di Magda Szabo, soprattutto quelli femminili, mentre il mondo maschile sembra invece immobilizzato in una sorta di eterna tregua post-bellica. A caratterizzare le donne di Maran è un diffuso senso di solidarietà che, pur inserendosi in una vastità di ricorrenze rituali, mai è messo in discussione dall’affettazione e risponde a un’esigenza del tutto concreta di tramandare il sapere antico di Maran, perché sia per paradosso il primo segnale del futuro di questo paese.

Tra le due edizioni italiane, in tutto identiche con in coda l’elenco delle pronunce dei nomi e un glossario armeno, c’è una differenza apparentemente innocua, ma invece determinante: la scelta dell’immagine di copertina. Nella prima edizione la fronte del volume reca – senza un credito autoriale se non l’elaborazione grafica dello Studio Maimeri di Milano – un volto femminile, di profilo, i cui capelli ricci intersecano la chioma di un albero, fanno cioè di questa donna – si presume Anatolija, dalla capigliatura, per com’è descritta nel romanzo – un elemento intrecciato con l’evoluzione della natura, con l’ordine universale degli eventi; diversamente l’edizione oggi in tutte le librerie sceglie un pavone bianco (il dipinto originale è un acquerello del 1988 di Tamas Galambos) circondato dai rami frondosi di alberi in fiore, ossia un riferimento certo presente nel libro, decisivo per lo svolgimento, ma che lascia trasparire l’idea di una natura che agisce seguendo un proprio inesorabile piano, tutto intimo all’universo ma di cui gli umani non sanno nulla, privo della loro azione che, in contrario, è la condizione necessaria alla sopravvivenza di Maran, alla nascita, dalla polvere di una terra mille volte sopraffatta, di una speranza per ogni generazione che l’ha calpestata: una per chi ha visto, una per chi ha raccontato, una per chi ha ascoltato.

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