Macron nella palude ecologica

19 Luglio 2023

La lotta del secolo

Confesso che ci ho creduto e ho avuto persino un fremito. C’era Macron a Marsiglia, il cielo era terso, lui con le maniche di camicia tirate su, elegante e disinvolto, la parlantina da oratore rodato. Ero deluso sul primo quinquennato ma quel 16 aprile 2022 il presidente della Repubblica sembrava aver preso la misura della crisi ecologica. “Fare della Francia la prima grande nazione a uscire dal gas, dal petrolio e dal carbone”, raggiungere la neutralità carbone nel 2050, così incalzava. E ancora: piantare 140 milioni di alberi entro il 2030, chiudere 50 grandi discariche a cielo aperto in tre anni. Lo so, oggi suonano come “un milione di posti di lavoro”, ma quegli impegni erano cristallini come l’aria marsigliese: fare dell’ecologia “la lotta del secolo” e delle elezioni incombenti “un referendum pro o contro l’ecologia”.

Presente! Ho voluto credere in tale plaidoyer écolo e quel 24 aprile l’ho votato. A mia discolpa, potrei scaricare la responsabilità su quegli amici che, vedendomi tentennare, mi tiravano per la giacchetta paventandomi l’alternativa: Marine Le Pen. Nozione estranea alla sua formazione e al suo programma, l’ecologia è per lei “radicata”. La storia ha mostrato cosa intende l’estrema destra per radici: non uno sguardo al sottosuolo o un interesse per la pedologia o le qualità fisico-chimiche del suolo, ma una becera difesa dell’identità nazionale. Il suo chilometro zero si chiama nazionalismo e il suo greenwashing una velina dietro la quale si cela il programma climatosceptique del suo partito, Rassemblement national. Come ha affermato Stéphane François, che insegna Scienze politiche all’università di Mons, per Rassemblement national l’ecologia è come l’anguria: verde fuori e rossa (comunista) dentro.

Se il 16 aprile 2022 è l’ultima volta che ho preso sul serio le parole di Macron (e non sono il solo), il 21 giugno 2023, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto di dissoluzione di Soulèvements de la terre,  un movimento ecologico che pratica la disobbedienza civile, ero indignato. Un punto di non ritorno. Anche qui sono in buona compagnia, come dimostrano le reazioni, dal premio Nobel Annie Ernaux agli autori dell’instant book On ne dissout pas un soulèvement. 40 voix pour les Soulèvements de la terre (Seuil 2023): Christophe Bonneuil, Alain Damasio, Philippe Descola, Virginie Despentes, Baptiste Morizot, Isabelle Stengers, Eduardo Viveiros De Castro…

Facciamo un passo indietro. L’attuale governo resterà nella storia della Quinta Repubblica per l’inerzia e l’inettitudine davanti alla crisi climatica. Lo spartiacque è il 28 agosto 2018, quando il ministro della Transizione ecologica e solidale Nicolas Hulot rassegna le sue dimissioni dopo soli quindici mesi. Il giorno non è scelto a caso e coincide con una riunione in cui Macron fa l’ennesimo regalo alla Federazione nazionale dei cacciatori (FNC) che, grazie a lui, dal 2017 ha visto aumentare i suoi fondi pubblici del 42.344%. Ebbene sì: quarantaduemila e rotti, non quarantadue, da 27.000 euro nel 2017 a oltre 11 milioni nel 2021 – un regalo alla biodiversità! Macron dimezza inoltre il prezzo per ottenere la licenza di caccia (da 400 a 200 euro), rivede al ribasso le restrizioni europee sulla caccia delle specie a rischio d’estinzione e ripristina la Caccia presidenziale, eredità dell’Ancien Régime che imbarazzava molti governi, pratica ormai estinta che Macron rilancia come modello di ruralità francese. A tale riunione partecipava anche un amico di Macron (che è anche capo delle Forze armate), il lobbista delle armi da fuoco Thierry Coste, che si definisce “un vero e proprio mercenario […] senza fede e senza legge”. Possiamo solo immaginare la faccia di Hulot che, isolato e deriso in Parlamento, aveva cercato di proteggere il lupo e reintrodurre l’orso!

Le dimissioni non le annuncia al parlamento e ai membri del suo governo che lo avrebbero fatto desistere, ma in una sede poco ufficiale quale la radio France-Inter. Da allora comincia per il governo una vertiginosa discesa agli inferi. 

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Macron a Marsiglia, 16 avrile 2022, foto Christophe Simon - AFP.

Un bilancio disastroso

Torniamo a Marsiglia. Per correre ai ripari Macron decide di nominare ben due ministri, uno per la transizione energetica, uno per la transizione ecologica. Vedi che ha capito? Due ministri per “la lotta del secolo”, m’infervoro in un brainwashing auto-indotto. L’effetto scema non appena arrivano le nomine, perché in fatto di ecologia il governo sceglie o persone provenienti dalla finanza incompetenti di politica ecologica (quando va bene) o implicate nelle lobby che sono parte in causa nel riscaldamento climatico (quando va male, e va spesso male).

La famiglia della Ministra della Transizione energetica Agnès Pannier-Runacher è legata alla società franco-britannica Perenco, numero due francese del petrolio con fondi in vari paradisi fiscali e accuse di aver distrutto foreste in Congo e Amazzonia con le loro attività estrattive. Non solo: nel 2022 Perenco ha attaccato a livello legale il governo peruviano per aver creato la riserva amazzonica della Napo-Tigre per i popoli indigeni (!). La Ministra prenderà posizione per le energie rinnovabili e la biodiversità o per difendere gli interessi economici di cui la sua famiglia è l’emanazione, espressione pervicace e disinibita dell’estrattivismo petrolifero?

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Morgan Large.

Altra ministra altro voltastomaco: Amélie de Montchalin, ministra della Transizione ecologica o meglio ex, perché lei in carica ci resta solo dal 20 maggio al 4 luglio 2022, una défaite clamorosa. Meglio così, perché fa l’amalgama tra ecologia ed economia: in passato ha votato contro il divieto di usare pesticidi vicino alle abitazioni, contro l’abolizione delle agevolazioni fiscali per le importazioni di olio di palma, contro il divieto dell’uso del glifosato, l’erbicida controverso promosso da due lobby quali Monsanto e Roundup.

E non dimentichiamo il destino di chi in Francia osa opporsi alle lobby. Il mio pensiero va a Paul François, l’agricoltore che, dopo una tortuosa maratona giudiziaria, ha fatto condannare Bayer-Monsanto per aver subito lesioni irreversibili (diversi giorni in coma e un anno in ospedale) usando Lasso, un loro erbicida allora diffuso in Francia. Oggi vive sotto scorta dopo aver subito un’aggressione in casa da tre uomini incappucciati che, minacciandolo con un coltello, tentano di fargli bere non si sa bene cosa (non un calvados immagino). Allo stesso modo i giornalisti che indagano su questioni ambientali subiscono continue intimidazioni e violenze, come quelle denunciate da Morgan Large e da Reporters Sans Frontières.

Ora, il glifosato difeso dall’ex-ministra è un ottimo esempio della politica ecologica del governo: il 27 novembre 2017 Macron promette di uscire dal glifosato in tre anni (anche qui ci sono cascato, poor me!) ma il 24 gennaio 2019 ci ripensa, per non penalizzare gli agricoltori francesi rispetto ai loro omologhi europei, dice. La verità? Una concessione a un’altra lobby, la Federazione nazionale dei sindacati dei coltivatori diretti (FNSEA). Ritornare sulla propria parola è facile, perché la proposta di legge sul glifosato non viene mai depositata all’Assemblea nazionale e qualche spirito sottile osserva che Macron ha parlato di “uscita”, non di “divieto”. Dire che mi sono sentito infinocchiato è poco.

È proprio la FNSEA tra l’altro a far pressione sul governo affinché sciolga Soulevèments de la terre per violenza.

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Paul François, foto Sipa: Jacques WITT.

No, aspetta un attimo, je rêve, la FNSEA che denuncia la violenza? Diretta da uomini d’affari (Clément Faurax, attuale direttore, guadagna 13.400 euro al mese), è la paladina dell’agricoltura intensiva, industrializzata e produttivista, dell’uso di pesticidi ed erbicidi, dello sfruttamento animale, dell’agro-business e dell’agro-chimica. Con un investimento dichiarato di 600.000 euro all’anno per attività di lobbying, esercita un influsso schiacciante sulle politiche agricole statali. La cronologia delle loro azioni estesa su 60 anni cozza col ruolo d’interlocutore privilegiato del governo: costringono la ministra dell’Agricoltura Édith Cresson a fuggire in elicottero durante una visita in una azienda agricola (Calvados, febbraio 1982); bruciano 200 pecore vive in un camion in segno di protesta contro il ministro dell’Agricoltura Henri Nallet (Thouars, 23 agosto 1990); devastano l’ufficio della ministra dell’Ambiente Dominique Voynet (8 febbraio 1999); scaricano 300 tonnellate di rifiuti nelle strade di un paese (Mont-de-Marsan, 21 febbraio 2023) che spende più di 120.000 euro per rimuoverli; minacciano di sequestrare i sindaci che chiedono una moratoria sui pesticidi o la conversione di alcuni ettari di terra agricola in prateria od orticoltura bio (Sébastien Brochet, presidente della FDSEA a La Rochelle, 22 marzo 2023); commettono atti di vandalismo nelle case dei dirigenti di associazioni ambientali come Patrick Picaud, vice-presidente di Nature environnement 17 che si batte contro i mega-bacini.

La storia della FNSEA è costellata di atti vandalici, di incendi, di assalti alle prefetture, di violenze fisiche, di intimidazioni personali contro chiunque contesti le loro politiche agricole. Protestano per il loro tornaconto personale, mai per il bene comune come Soulèvements de la terre. Tuttavia i loro gesti sono raramente sanzionati, generando un senso d’impunità; nessuno al governo ha mai osato parlare d’agro-terrorismo o di proporne lo scioglimento! Anzi, è la FNSEA, dall’alto del suo potere, a indicare al governo quali associazioni mettere fuori legge.

I passi falsi di Macron in materia di ecologia sono troppo numerosi e dolorosi per essere enumerati, e francamente raccoglierli per scrivere quest’articolo mi ha fatto venire l’ulcera. Arrivo direttamente a questa primavera: ad aprile il governo respinge la proposta di legge presentata da Julien Bayou (gruppo Écologiste) di vietare i jet privati, il cui uso è aumentato del 64% nel 2022: “Un francese emette in media 10 tonnellate di CO2 all’anno, ma in realtà si tratta di 5 tonnellate per le classi popolari e di 8000 tonnellate per gli ultra-ricchi”. Una proposta ideologica, certo, ma che mostra bene le disuguaglianze sociali e le responsabilità di ciascuno. Ideologica è però anche l’ennesima smentita di Macron, quando l’11 maggio dichiara di voler re-industrializzare la Francia e invita l’Europa a “fare una pausa” sulla normativa ambientale. Parla come se fosse il presidente di un’associazione di industriali quale la MEDEF (Mouvement des entreprises de France) e non il rappresentante degli interessi dei cittadini, di certo non l’homo ecologicus che parlava a Marsiglia un anno prima.

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Macron sulla reindustrializzazione della Francia, 11 maggio 2023.

Insomma, il bilancio della sua politica ecologica a partire dal maggio 2017 è catastrofico: in un’analisi dettagliata ed esaustiva delle decisioni prese in questi ultimi sei anni su temi quali l’ecologia, la mobilità, l’energia, l’agricoltura, l’alloggio, il clima, la biodiversità, il diritto, su 169 misure 89, pari al 53%, sono negative per l’ecologia e solo 39 (o il 23%) positive. Qualcuno è ancora sorpreso?

La protesta si fa sentire

C’è una buona notizia: i francesi non sono rimasti imbambolati, moltiplicando ovunque forme di protesta, a partire dall’iniziativa simbolica di staccare i ritratti presidenziali di Macron dai luoghi pubblici nel 2019. Che la risposta sia stata la concertazione, come ci si aspetterebbe da una democrazia matura? No, solo repressione: 35 processi per furto, il rischio di 5 anni di prigione e 75.000 euro di multa per una foto incorniciata che costa 8.50 euro. Oltre alla forma d’intimidazione preferita dal governo davanti a chi protesta: la garde à vue o fermo di polizia, una prassi poliziesca e inquisitoria squisitamente francese più volte condannata dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo.

Nel dicembre 2018 la petizione di L’Affaire du siècle raccoglie, in meno di tre settimane, due milioni d’adesioni, diventando la petizione più firmata nella storia francese. Si tratta di denunciare lo Stato per inazione climatica. E in effetti, a diverse riprese, il Consiglio di Stato condanna il governo, incapace di rispettare persino i suoi stessi impegni presi alla Conferenza di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici (COP 21). Se pensiamo che durante le COP la Francia non perde occasione per dare lezioni di ecologia agli altri Paesi, il teatrino dell’assurdo è completo.

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6 Militanti di Action Nonvilente  COP21 mostrano dei ritratti ufficiali di Macron sull'esplanade del Trocadero, 8 dicembre 2019.

Il 16 marzo 2019 si tiene la Marche pour le climat, le cui rivendicazioni passano in sordina a causa degli scontri sugli Champs Elysées. Il 19 aprile oltre 2000 militanti bloccano la “Repubblica degli inquinatori” e occupano le sedi di Total, EDF, Société Générale alla Défense. Curiosamente nel QG dell’alta finanza c’è anche una sede del ministero della Transizione ecologica, stringendo la morsa tra potere pubblico e multinazionali. Preparata nella più grande segretezza, l’azione lascia tutti sorpresi; pochi minuti prima persino i partecipanti ignoravano il luogo prescelto.

Nel frattempo, il 23 luglio 2019, il governo ratifica il CETA col Canada, un trattato commerciale transatlantico che favorisce le multinazionali. Ma un mese dopo, il 23 agosto, alla vigilia del G7, Macron parla di transizione ecologica e di difesa dell’Amazzonia: “J’ai changé” (ancora?), esordisce. I movimenti dei giovani l’hanno fatto riflettere, negli ultimi mesi ha cambiato idea sull’ecologia; parla di “ecocidio”, di tassare il CO2, di bandire il glifosato, di difendere la biodiversità… 

Lasciamolo blaterare davanti alla telecamera e torniamo alla più ispirante protesta. Il 21 settembre 2019, cinque mesi dopo le elezioni, si tiene un’altra marcia per il clima. All’azione dei black bloc segue la reazione violenta della polizia che mediaticamente copre le rivendicazioni dei manifestanti.

Ma nel frattempo gli attivisti si organizzano, fanno rete, stabiliscono legami con la britannica Extinction Rebellion. Si documentano, si formano all’azione diretta, alla disobbedienza civile (viso scoperto, nessuna aggressione fisica, verbale, psicologica, nessun danneggiamento dei beni), alla non-violenza che non coincide col pacifismo, perché sono di fatto in lotta contro tale sistema economico. Si dotano di un’assistenza giuridica e imparano a usare i media. Alcuni ricoprono ruoli in movimenti più consolidati come Greenpeace, altri compiono il salto istituzionale, come Marie Toussaint, giurista in diritto internazionale dell’ambiente, eletta al Parlamento europeo nel 2019.

Giustizia climatica e giustizia sociale, fine del mondo e fine del mese, eco-attivisti e gilets jaunes sono sempre più percepiti come facce della stessa medaglia. Una nuova ecologia politica è possibile. Sempre più liceali, prima assenti, partecipano alle proteste. Tuttavia pensare in termini di generazione è un riflesso della vecchia politica. Per rendersene conto basta leggere i loro slogan: parlano di e a nome dell’umanità e del vivente – un allargamento dei soggetti politici su cui non si è ancora abbastanza riflettuto.

Arriviamo così a sabato 25 marzo 2023 quando 30.000 partecipanti (secondo gli organizzatori) di diversi collettivi tra cui Les Soulèvements de la Terre protestano contro la costruzione dell’ennesimo mega-bacino d’acqua. Come mostrano numerosi video, la manifestazione – tenutasi nel bailamme della riforma delle pensioni – è repressa manu militari, con un bilancio di 47 feriti tra la polizia e oltre 200 tra i manifestanti. Fino allo scioglimento attuale. Un caso isolato? Il 26 maggio 2023 a Parigi si tiene l’assemblea generale di TotalEnergies, campione delle energie fossili che nel 2022 ha registrato, una cifra record, 19 miliardi di euro di benefici. Avere dati affidabili sul suo bilancio carbone è impossibile e Greenpeace, che ci ha provato, è stata citata in tribunale. Mentre la polizia disperdeva i manifestanti inermi col gas lacrimogeno, l’AG respingeva persino una mozione non vincolante di alcuni azionisti che chiedevano di fare di più sull’emissioni di carbonio per raggiungere gli obiettivi degli accordi di Parigi.

Disobbedire!

L’ho votato, ebbene sì, era meglio di Le Pen, je sais bien mais quand même. Se è vero che ogni gesto conta, la crisi climatica non può essere risolta dal singolo. Per questo i cittadini, sempre più informati, agiscono e praticano la disobbedienza civile.

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Republique des pollueurs, 19 aprile 2019 alla Défense.

Qualcuno mi dirà che basta aspettare le prossime elezioni del 2027. Ma è un consiglio che non tiene conto dei rapporti del GIEC o IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico formato dalle Nazioni Unite che non dà raccomandazioni ma mostra lo stato delle conoscenze scientifiche più avanzate. I dati sono chiari: le emissioni dovrebbero dimezzarsi della metà nel 2030 rispetto al 2019. Ci restano tre anni per ridurre le emissioni di CO2, per limitare il riscaldamento a +1,5°C o a +2°C entro il 2100 e conservare un mondo “vivibile”. Era il 2022, quindi ci resta solo un anno e mezzo. Ma con l’attuale governo c’è da attendersi un riscaldamento di +3,2°C entro la fine del secolo.

Vorrei rilassarmi e lasciare Macron cuocere nel suo brodo. Ma questo brodo è anche il mio e il tuo, è anche il nostro, e più si è giovani più la cottura sarà lunga. L’attuale governo agisce per ritardare l’uscita dalle energie fossili, è co-responsabile della degradazione delle condizioni climatiche, perché le sue decisioni vanno nel senso opposto dell’abitabilità della Terra, della difesa delle risorse naturali, della convivenza con altre specie. Incapace di immaginare una società diversa e una democrazia partecipativa, promuove un modello che distrugge di fatto le condizioni stesse della vita.

Adotta due pesi e due misure: da una parte, il lassismo verso le lobby che distruggono l’ecosistema e praticano la violenza contro le istituzioni per il loro tornaconto; dall’altra, la criminalizzazione della disobbedienza civile. Chi difende il vivente è perseguitato come “eco-terrorista”, “eco-sabotatore”, “eco-separatista”, per citare il ministro dell’Interno Gérald Darmanin, spesso apostrofato dai giornali come “bouillonnant” o ribollente, espressione più conservatrice della Macronia (il neologismo, che suona un po’ come “monarchia” è ormai consolidato). 

Un governo difende gli interessi economici dei privati contro una società civile che, dati scientifici alla mano, promuove i diritti di tutti i viventi: come siamo arrivati a tale incubo istituzionale? Possiamo permetterci di stare a guardare Macron affondare nella palude ecologica? Molti cittadini dicono no: passano all’azione, costruiscono rapporti di forza per far evolvere la legge e far sì che si adatti al contesto attuale e al bene comune. Ricreano dei legami sociali che abbiamo perso, ripensano la democrazia contro l’ortodossia finanziaria denunciata dall’ex-ministro Hulot e un sistema economico e politico neoliberale che minaccia le nostre condizioni di vita sulla Terra. Fanno dell’ecologia “la lotta del secolo”. Scusa, ma non lo diceva anche Macron a Marsiglia? È vero, ma mica ha detto del XXI secolo!

Per andare più in là

Sulle azioni dei movimenti cittadini Alternatiba e Action non-violente COP21, il documentario Désobéissant.es ! di Adèle Flaux e Alizée Chiappini, diffuso su Arte nel novembre 2020.

-Due bilanci sulla politica ecologica del governo di Macron:
Reporterre 1
Reporterre 2

-I guai della società Perenco
1 - Perù

2 - Usine nouvelle

Macron e il glifosato
1 - Le Monde
2 - Reporterre


- Macron sulla reindustrializzazione della Francia
- Montchalin, una ministra poco ecologica
- L’ecologia secondo Marine Le Pen
-Il rapporto di sintesi dell’IPCC, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico formato dalle Nazioni Unite: (un video che ha avuto poco più di 7000 visualizzazioni. Siete poco informati ma volete sapere cosa dice la scienza sul cambiamento climatico? Cominciate da qui)
-La versione italiana della petizione contro lo scioglimento di Soulèvements de la terre, che ha raggiunto quasi 150.000 adesioni
-Le proposte della Convention Citoyenne pour le Climat
-Les Sentinelles (2017), documentario di Pierre Pézerat su Paul François, visibile a 3 euro qui François ha raccontato le sue vicende qui: Un paysan contre Monsanto, Fayard 2017
- Greenpeace su TotalEnergies

In copertina, Sainte-Soline, 25 marzo 2023 foto Joanie-Lemercier.

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