Speciale

La fattoria degli animali di Matticchio

30 Agosto 2026

In tempi di magra per l’editoria – lo dicono i librai, lo confermano i dati dell’Aie – gli animali di Franco Matticchio rappresentano un’ottimistica eccezione perché sono loro a trasformarsi in accaniti lettori e ad aver conquistato con orgoglio, abbandonando in un battibaleno lo stato ferino, il posto che un tempo era occupato dagli uomini. Sono ventidue, uno per ogni disegno che correda La libreria degli animali (Edizioni Henry Beyle, Milano 2026, p. 53) e forma l’immaginario giardino zoologico dove Matticchio ha voluto radunare il suo nobile bestiario intellettuale. Siedono comodamente in poltrona, come fa il bulldog, sotto la calda luce di un abat-jour, con tanto di farfallino al collo, pouf poggia zampe e un romanzo aperto a metà, nella mano mancina. Oppure sprofondano in un letto matrimoniale, come il coniglio che fissa con l’occhio arzillo la pagina di un volume nella maniera più silenziosa possibile, per evitare di recare disturbo alla moglie che dorme alla sua sinistra, voltata su un fianco. 

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Scorrendo gli inquilini di questo giardino zoologico, ci si imbatte in una marmotta adulta che si è messa in posa sopra un piedistallo tenendo bene in vista il Manuale delle giovani marmotte. Potrebbe essere l’autrice, non dobbiamo distrarla mentre aspetta il clic della macchina fotografica. Un castoro è disteso come un pascià in ammollo nella vasca da bagno, con due occhietti vispi e i dentoni in bella vista. Sarà immerso in chissà quale meravigliosa illustrazione e tutto lascia presagire che si tratti di un manuale di ingegneria edile: chi, se non qualcuno che costruisce dighe, sarà più di lui interessato a impalcature e ponteggi? D’altre parte la libreria di una casa privata o quella di una biblioteca conservano sempre qualcosa di magico e di misterioso. Basterebbe passarci una notte per sapere se è vero quel che racconta il pittore Gianfilippo Usellini nella Biblioteca magica (1960) e cioè che, quando i visitatori vanno via, Ulisse, Marco Polo, la Fatina, il Grillo parlante e i mille e mille altri personaggi che si trovano nelle storie abbandonano le pagine che li raccontano e vanno a spasso conversando tra di loro. 

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Matticchio fa un passo in avanti rispetto a Usellini perché è vero che romanzi o saggi o cataloghi di solito sono collocati in una libreria, il più naturale (e il più banale) dei luoghi, ma possono essere conservati anche in una scarpiera, in una lavatrice, in un lavandino, in un frigorifero. L’importante è che a ciascuno di questi ambienti sia assegnato, come fa lui, l’animale adeguato: un topolino nella scarpiera, un elefante di fronte al lavandino, uno scoiattolo ai piedi di una lavatrice, due pinguini nei pressi di un frigorifero. I pinguini, si sa, amano le temperature invernali e il freddo, che è un ottimo espediente per impedire al cibo di deteriorarsi, funziona bene anche per le storie: se vuoi conservare al meglio un poema di Omero devi tenerlo al fresco, come il vino che migliora quando invecchia. Si potrebbe continuare all’infinito vagabondando tra le fantasie di Matticchio, entrando e uscendo dalle camere di questo esteso appartamento e alla fine scoprire che i libri richiedono due tipi di impegni: uno manuale e uno intellettuale. O li mettiamo in ordine al loro posto sopra gli scaffali, come qui si sforzano di fare i tre porcellini salendo uno sulle spalle dell’altro, o li attraversiamo da cima a fondo, restando immobili di fronte alle pagine squadernate che hanno il potere di rasserenare e inquietare, di catturare e farci diventare assenti, esattamente come accade per il coccodrillo, il rinoceronte, l’avvoltoio, animali tutt’altro che rassicuranti nel panorama delle figure domestiche. «Mi piacerebbe sapere cosa stanno leggendo» scrive Stefano Salis nella pirotecnica nota finale, l’unico testo che usa parole tradizionali nell’orizzonte di un racconto che invece sceglie il codice visivo. In attesa di scoprirlo continua a domandarsi: «Sono specchio di noi lettori umani, questi animali che leggono nelle più impensate condizioni?» Piacerebbe anche a noi scoprire se ci rassomigliano in tutto e in parte. 

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Sarebbe bello sapere cosa stiano leggendo, ma non abbiamo certezze perché titoli e nomi degli autori sono appena accennati. Allora dobbiamo continuare a giocare con le ipotesi e lanciarci nell’azzardo di pensare, per esempio, che il bulldog stia seguendo un complicato intreccio poliziesco, con il solito corollario di fughe e inseguimenti nella nebbia londinese, uno scenario alla Conan Doyle in cui, tanto per completare il quadro, nella zampa-mano destra starebbe di sicuro bene una calabash accesa, la pipa che fumava Sherlock Holmes. Facile supporre che ogni animale abbia scelto, tra i tanti a disposizione, il libro che più lo aggrada, quello inserito nel contesto più vicino alla propria sensibilità. Motivo per il quale, appunto, sotto lo sguardo obliquo del serpente ci sarebbero la storia di Cleopatra o la vicenda di Eva che non può mangiare le mele del famoso albero. E quell’anziano maiale che sta seduto sulla tazza del water non fa pensare ad Animal farm? Si scorge perfino la parvenza di un cognome – Orwell – in cima alla copertina. 

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La verità è che i personaggi nelle pagine di Matticchio sono pacifici e silenziosi, lievemente introversi e felicemente annoiati. Aguzzano l’ingegno, ma tengono a bada i rumori. Non parlano mai fra di loro, non ne avrebbero il tempo, proprio come dev’essere un luogo di ovattate avventure che risponde al nome di biblioteca. Sono troppo intenti a sistemare dorsi e copertine da non smarrire mai il filo del racconto, anche se vivono in ambienti il più delle volte domestici: soggiorno, studiolo, cucina, bagno, soffitta. Soltanto i meno fortunati occupano vani senza mobili o altri arredi. Forse il più tenero e commovente fra tutti questi è l’asinello che si trova nella scena iniziale. Riaffiora dalla penombra di una zona buia e cerca di affacciarsi in un ambiente illuminato, ma non sa che, se scosta troppo la porta, una pila di pesanti enciclopedie gli cascherà sulle orecchie. Povero asinello che ha lo sguardo triste di un Pinocchio pentito di aver marinato la scuola. Ha il potere di farci tornare alle stanze dell’infanzia. A me ricorda un vicolo del mio paese, stretto e lungo, dove i muri erano intervallati da portoni di case abbandonate e su uno di essi, con il gesso di scuola e la grafia di uno scolaro delle elementari, qualcuno aveva scritto: Asino chi legge. È uno dei primi testi che posso dire di aver decifrato e non ho mai capito perché asino sarebbe stato dichiarato chi fosse stato in grado di leggere. Una verità all’incontrario, esattamente come gli animali che, per cessare di essere tali, hanno deciso di diventare lettori.

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