Un luogo, un libro. Capri
Agognate, sognate, mitizzate: le giornate dell’ozio estivo, le “ferie”, producono una frenesia che sembra attraversare ogni latitudine. È curioso che proprio il tempo liberato dal lavoro sia diventato quello dalla sintassi più rigida. Mare, pranzo, tramonto, aperitivo, cena, vita mondana: si arriva in qualunque luogo di villeggiatura e la giornata pare già scritta. Chi abita l’isola elenca le cose da fare come una cantilena, lo stesso programma narrativo che si ripete in mezzo mondo. L’otium intellettuale si è trasformato in un fare obbligatorio, una desidia – trascuratezza intellettuale – organizzata in sequenze.
E sono soprattutto le isole a dover sostenere questa promessa. Separate dalla terraferma, sembrano esistere in un tempo altro: ou-topoi perché fuori dal mondo, eu-topoi perché obbligatoriamente felici. Poco importa cosa accada quando finisce la stagione, quando bisogna prendere un traghetto per studiare, lavorare, curarsi, quando ristoranti e alberghi chiudono e resta soltanto il paesaggio. L’isola turistica non deve avere inverno, fatica o noia. Deve esistere per essere desiderata. Immaginiamoci allora sul ponte di un’imbarcazione, mentre Capri compare all’orizzonte. Il copione passionale sembra scontato: gioia, fremito, eccitazione, stupore. Difficilmente, davanti a quella massa di roccia sospesa nel blu, penseremmo: “è possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte?”. È invece la domanda che si pone Lucio, ventisettenne intellettuale, traduttore e aspirante scrittore, protagonista di 1934 di Alberto Moravia (1982) immaginandola scritta su un vessillo stretto tra gli artigli di un pipistrello somigliante a quello ritratto da Dürer in Melencolia I.

Capri entra così nel romanzo rinnegando la sua essenza percepita dal senso comune: invece di guarire dalla tristezza, la rende più nitida. Alla magnificenza del paesaggio non corrisponde necessariamente l’euforia di chi lo guarda. Al contrario, più l’isola si mostra perfetta, più la melanconia acquista forma.
Nella tradizione occidentale, la melanconia è uno stato d'animo legato alla creazione artistica, che spinge a isolarsi – meglio se su un'isola – per macerarsi nei dubbi e nella nostalgia. Le menti creative dell’Ottocento sceglievano tali destinazioni, come fa Lucio nel secolo successivo con Capri, per porre gli scenari mozzafiato a contraltare del male di vivere che precede la generazione di un'opera. La Capri moderna nasce nel 1826, passando da “deposito di rovine” a luogo ameno da raccontare e raffigurare. Non a caso Lucio soggiorna nella stessa pensione che ha visto ospiti Ibsen e Nietzsche, ad Anacapri. Ibsen amava recarsi a la Migliera per sedersi a un belvedere e ammirare il mare per ore e ore. L'ozio dignitoso è contemplazione, le idee possono anche venire di getto, ma richiedono una generazione quieta. A Sorrento, poco lontana da Capri, sulla terraferma, Ibsen scrive Gli Spettri (1881), “piangendo sui destini oscuri” dell'umanità, seppur avvolto dal sole – come recita una lapide in Piazza Vittoria. Dopo aver appreso le abitudini di Ibsen, Lucio pensa a un verso di Nietzsche, in Così parlò Zarathustra, in cui afferma che ogni piacere vuole eternità, associandolo alla contemplazione del mare, perché – aggiunge il giovane intellettuale – “è un grande piacere guardare al mare; al tempo stesso il mare ispira un sentimento di eternità”. Un'eternità che può calmare o acuire la disperazione. La Migliera raccontata da Moravia assorbe la disperazione diventando teatro di tre suicidi; Lucio ne comprende il potere tentatore soffermandosi a guardare i Faraglioni da uno spiazzo panoramico, che gli appaiono come “due aeroliti rossi posati su una vitrea e luminosa superficie azzurra” sotto cui si apre un abisso silenzioso e funebre perché tenta chi ama troppo e chi non crede di esserne capace.

Andando in carrozza verso Anacapri, Lucio osserva “la grande rupe incombente del monte Solaro” e sente la necessità di riflettere sul significato del paesaggio, convinto che sia rivolto a lui. La verticalità minacciosa della rupe, e l'orizzontalità rassicurante sono da valutare all'inverso perché il Monte Solaro non può crollargli addosso, mentre il mare, seppure in uno stato di apparente quiete, più probabilmente potrebbe inghiottirlo. Allora, quale senso dare al paesaggio? La montagna, associata alla disperazione, rimane stabile e distante, mentre il mare, più raggiungibile e promettente, può ingarbugliargli l'esistenza tra le onde crespe di un amore sofferto, tormentato, legato a luoghi custodi della memoria, ma non ricambiato. Qui si assottiglia il confine tra la voglia di vivere e scomparire: di fronte a una speranza troppo grande, la disperazione “stabilizzata” perde ogni significato.

La retorica passionale del paesaggio si organizza così intorno a opposizioni elementari: luce e oscurità, gaiezza e languore, quiete e angoscia. Ma Moravia le rende instabili: la luce non salva necessariamente dalla tristezza e lo splendore delle vedute non consola l’essere umano della propria precarietà. La natura manifesta la sua forza e il suo sistema di valori euforici, mentre le persone, meschine e grette davanti a tanta magnificenza, rimangono schiave delle emozioni.
La bellezza non basta a guarire la melanconia; l’abitudine, però, può placarla.
La giornata di Lucio è scandita da attività routinarie, passeggiate e pranzi al ristorante dello stabilimento – che nella Capri contemporanea avrebbero probabilmente un effetto assai meno contemplativo sul conto corrente – dove si susseguono zuppa di cozze, spaghetti alle vongole, aragosta, triglie, insalate e patatine fritte, gelati e torta, chissà se Caprese.

Lucio disegna così una propria geografia del viaggio contemplativo predisponendo una lista di itinerari quali la Grotta Azzurra, il belvedere di Cesare Augusto, il sentiero che conduce dalla località "Due Golfi" a Marina Piccola tra muri a secco, viti, fichi d'India e carrubi, o ancora via Tragara che fa il giro di Capri fino all'Arco Naturale, una passeggiata tra giardini, tronchi rossi di pini, da un lato e, dall'altro, il mare. Un'intimità tanto calma da sembrare premeditata “quasi da giardino di clinica o di sanatorio”. Per Lucio l'atmosfera di Anacapri sembra un “sogno sognato ad occhi aperti” in cui si distingue nitido il suono esitante di un pianoforte. L’esperienza dell’isola è governata soprattutto dalla vista e dall’udito, in un’ottica sensibile che coincide con l’atto creativo fino a rendere quasi indistinguibili il paesaggio e lo stato d’animo di chi lo osserva. I percorsi quotidiani sono articolati in figure emozionali come le rupi rosse, il mare, le onde e le barche, la vegetazione, i giardini e i fiori (d’arancio), il cielo, l’aria e il vento, la luna e il sole, l’alba e il tramonto, le vedute, il suono degli strumenti musicali o della radio che diffonde discorsi nazisti.
Nella “vista magnifica” di ascendenza stendhaliana, la percezione del paesaggio viene progressivamente saturata dall’affetto perché si sente attraverso ciò che si guarda.
Ne emerge un paesaggio poetico, mitico e idilliaco che educa al sentire e ispira la scrittura.
Il romanzo da scrivere a Capri è un'esigenza impellente per Lucio perché serve a creare una via d'uscita dal tunnel dell'angoscia in cui lo aveva gettato il fascismo che gli aveva fatto perdere speranza nel futuro prossimo e remoto.
L'isola dove abbandonarsi all'estro creativo solleva la mente alla vista della “massa nera e frastagliata degli alberi profilarsi sul cielo verde della sera, nel quale già brillava, simile a un diamante su una pallida fronte femminile, un’unica stella viva e sfarzosa”. Leggere queste pagine a Capri produce uno strano effetto di rispecchiamento. Come me a Punta Tragara, adesso, che penso agli sguardi che l’hanno attraversata, a Moravia, Morante, Fitzgerald, anche il pensiero di Lucio volge a chi ha calcato il terreno di Capri tempo addietro: Gor’kij, Lenin, l'imperatore Tiberio, che dà il nome a un alto strapiombo caprese conosciuto come “salto”.
Persone e personaggi di ogni epoca e ambito, rapiti dallo stesso effetto di senso di “incantamento estatico”, dal mistero racchiuso in questi luoghi.

E l’estasi paesaggistica affiora a partire da uno stato di languore, abbandono e tormento che pervade 1934, ma anche Il Disprezzo di Moravia (1954), parzialmente ambientato a Capri, così come la trasposizione filmica di Godard (1963), girata nella villa razionalista di Curzio Malaparte, perché riferita direttamente o indirettamente a un’età dell’oro virgiliana, da cui ci si allontana in un viaggio che è un’odissea, per colpa del fato o solo perché si è costretti a vivere in un'epoca drammatica che non rispecchia i nostri valori. La natura lussureggiante di Capri, oggi forse sopita da yacht e jet set, sembra darsi in un quadro bell’e fatto, per parafrasare Il Disprezzo, pronto a ispirare. Angoscia, impazienza, impotenza si alternano a una fiduciosa speranza nel ritorno all'età dell'oro o del ritrovarsi con la persona amata. Opposta all’inquietudine dell'angoscia c’è la quiete di mare e vegetazione. Per Lucio il tempo sull'isola è scandito dall'attesa – del futuro, dell'amore, delle catastrofi incombenti sull'Europa – e la narrazione in prima persona diventa l'epica di una confessione intima, che affida al paesaggio l'assemblaggio delle emozioni.
Passeggia, mangia, guarda il mare, torna negli stessi luoghi. Una routine che, vista da fuori, potrebbe quasi assomigliare alla sintassi delle nostre vacanze. Lucio non si sente costretto a riempire il tempo, lo lascia accadere.
Bisognerebbe recuperare l’ozio dignitoso di 1934, dove Capri restituisce al tempo l’attesa, la contemplazione, la possibilità che da un paesaggio non venga alcuna risposta. Per l’imperatore Augusto, che invero ha fondato l’idea di vacanza caprese, i “fannulloni” erano le persone del suo seguito che, durante i soggiorni sull’isola si continuavano a occupare degli affari di stato invece di dedicarsi al “dolce far niente”. Il problema è che la vacanza sembra diventata un lavoro, non un momento di cura, di ispirazione. Ormai visitare l’isola è un Carnevale perpetuo: un voler travestirsi per incarnare uno stile vacanziero che non assomiglia per niente alla bellezza, bensì è una forma grottesca di ambizione e omologazione.

A Punta Tragara continuo a guardare il mare e a non capire se la bellezza possa guarire. Moravia, probabilmente, direbbe di no: al massimo può dare una forma alla disperazione, renderla contemplabile. Forse persino abitabile.
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