L'oriente che parla di noi

4 Maggio 2026

“Scrivo da un mondo stanco, pieno di paure, di guerre e di incertezze. Non so come sarà il futuro. So qualcosa del passato e so come vorrei guardare a quello che ci aspetta”. Con queste parole, Alessandro Vanoli introduce uno dei suoi lavori più ambiziosi e complessi: Oriente. Una Storia (Laterza, 2025). Fin dalle prime pagine, risultano chiari gli obiettivi analitici di un saggio storico che si sviluppa su un duplice piano, tenendo in considerazione le trasformazioni di lungo periodo e rivolgendo lo sguardo, allo stesso tempo, verso le lacerazioni del nostro presente. L’autore si contrappone esplicitamente agli schieramenti politici nazionalisti, riconducendo le nuove ossessioni identitarie allo sviluppo di reti globali sempre più ampie e articolate. La paura attecchisce nelle nostre società senza incontrare grandi ostacoli, almeno in apparenza, facendo leva sull’immagine di un pianeta “troppo vasto, diseguale e faticoso da gestire”. Crescono le “ideologie etniche” che mitizzano il passato, demonizzano i nemici, rifondano idee di “sangue comune”.

Pur essendo tentate dall’idea di potenza o di autonomia, tuttavia, le civiltà non sono mai riuscite a essere autosufficienti. Sono stati i contatti, gli scambi e le mescolanze a condizionarne le traiettorie esistenziali: più si sono ingrandite, più è aumentato il bisogno che hanno avuto le une delle altre. Proprio per queste ragioni, si pone la necessità di comprendere bene come si è evoluta la mobilità attraverso le epoche. L’immensità dello spazio eurasiatico può incutere timore reverenziale e suggerire strategie di ripiegamento verso la staticità, ma è stata resa affrontabile dalle vie carovaniere, dai sentieri di montagna, dalle rotte fluviali e marittime. Le stesse migrazioni non hanno seguito pianificazioni lineari, ma sono avvenute in maniera lenta e progressiva, rispondendo spesso alla ricerca di climi e terreni favorevoli alla coltivazione. Oltre agli eccezionali movimenti di massa e alle conquiste militari, bisogna considerare i piccoli gruppi che si sono spostati di pochi chilometri nel ciclo di vita di una generazione, con lo scopo di trovare risorse sfruttabili, contribuendo a cambiare con estrema lentezza la fisionomia dei continenti.   

Viaggiano quindi le persone, ieri come oggi, insieme alle merci, alle conoscenze, alle tecnologie, alle materie prime, ai prodotti artigianali, alle fedi religiose e alle idee, favorendo la crescita di sentimenti di attrazione, istinti di repulsione, posture pacifiche, atteggiamenti aggressivi, strategie di sussistenza, desideri di ricchezza. In questi intrecci sono maturate le condizioni per l’emersione di un confine – culturale, politico, non certo “naturale” – fra due ambienti macroscopici e distinti, che hanno imparato a riconoscersi, e ancor più a definirsi: siamo stati “noi” occidentali a costruire l’Oriente (per quanto il significato di quel “noi” possa essere friabile, pressoché evanescente), ed è stato l’Oriente a costruire noi.

La struttura del libro è flessibile, reticolare, sfuggente alle facili schematizzazioni, ma Alessandro Vanoli prova a guidare chi legge attraverso le cronologie e le scansioni tradizionali. Nel corso del medioevo, le barriere fra Occidente e Oriente si arricchiscono di implicazioni peculiari. L’espansione dell’Islam influenza il rapporto delle società eurasiatiche con il mare Mediterraneo e con i paesaggi naturali che lo circondano. L’immagine delle antiche strade romane coperte dalla vegetazione – l’autore lo chiarisce bene – risponde a una logica argomentativa iperbolica, volta ad esaltare l’importanza della luce di Cristo contro il dominio delle tenebre, ma è difficile negare le crescenti difficoltà degli spostamenti. Pellegrini, missionari, mercanti e soldati si dimostrano propensi ad affrontare i rischi dei lunghi itinerari per coniugare desideri di conquista e tentativi di conversione degli “infedeli”, provando a liberare i luoghi in cui si sono svolti “i fatti salienti della storia sacra”, o smembrando i corpi dei santi per “moltiplicare l’offerta di reliquie”. Raccolgono le suggestioni provenienti dai racconti di viaggio, ma si fanno guidare anche dalla multiforme materia narrativa incentrata sulla figura leggendaria del Prete Gianni, presunto alfiere della fede, capace di innalzare mura altissime contro le minacce dei “barbari”, di incontrare le sirene, di bere alla fonte dell’eterna giovinezza, di viaggiare dal cielo fino alle profondità degli oceani.

Le questioni più scottanti emergono tuttavia nei capitoli dedicati all’età moderna, che evidenziano la crescita concomitante di forti entità statuali e imperiali in territori molto lontani fra loro, dalla Francia alla Cina passando per la Persia e l’India Moghul, in grado di garantire un parziale equilibrio nei rapporti di forza transcontinentali. La storiografia ha dedicato grande attenzione – per ragioni più che comprensibili – all’apertura delle traiettorie atlantiche e all’esordio di una proiezione autenticamente globale dell’Occidente, ma è giusto tenere in considerazione anche altri fattori. Basti pensare alla tragica economia della guerra di corsa, che trasforma il vecchio “mare nostrum” in un teatro di violenza, attraversato da navi cristiane e islamiche che si danno battaglia per appropriarsi di esseri umani da ridurre in schiavitù, con l’esplicita volontà di raccogliere riscatti. Gli ordini religiosi della sponda cristiana, nello specifico, lavorano per rafforzare le barriere fra le confessioni, intensificando la commistione fra idioma religioso e ragion di Stato, richiamando i governati alla sorveglianza dei confini marittimi, identificando gli stranieri come fonti di contaminazione morale e causa di disgregazione del corpo sociale. L’inasprimento dello scontro è reso ancora più urgente dalla tendenza di molti sudditi delle monarchie europee a “farsi turchi”. Nel disprezzo per il nemico si nascondono talvolta sentimenti di invidia intensi, imbarazzanti, inconfessabili: l’odiato mondo ottomano o “barbaresco” esercita un grande fascino sugli europei e offre opportunità (in termini di mobilità sociale, di flessibilità morale, e persino di libertà sessuale) che altrove apparirebbero impensabili.

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Fotografia di Fahrul Azmi.

Le divergenze assumono contorni definiti nell’età dei Lumi ed esplodono nel secolo successivo con l’affermazione del colonialismo, nella sua accezione più prepotente, sistematica e vasta. Alessandro Vanoli sente il bisogno di spiegare, in una sintesi energica, come gli stati europei accumulino un notevole potenziale aggressivo, organizzativo e relazionale, fino a ritrovarsi “in una posizione di vantaggio rispetto al resto del mondo”: combattono con eserciti addestrati ed equipaggiati, mettono a punto dispositivi raffinati per la gestione del potere, si avvalgono di corpi burocratici e diplomatici efficienti (in prevalenza, quanto meno), sfruttano le innovazioni tecnologiche per rendere più produttivi i suoli agricoli, usufruiscono di un sistema strutturato di porti e itinerari commerciali, riescono a drenare risorse finanziarie, si mostrano propensi agli investimenti. Comprendono inoltre l’importanza della conoscenza come strumento di dominio, rendendo palese la connessione fra interessi scientifici e spinte economico-militari. Affinano le abilità nel calcolo, nella misurazione, nella catalogazione, nell’osservazione etnografica e naturalistica. La capacità di mettere ordine nel caos si configura, a conti fatti, come un presupposto essenziale per controllare il pianeta.

In queste spaccature si innesta una nuova visione asimmetrica della storia. L’Occidente, nello specifico, si arroga il diritto di dare forma al cambiamento, attribuendo alla controparte orientale una fantomatica immobilità. Chi rivolge lo sguardo verso est si trova quindi a far prevalere un’ottica esotizzante o “orientalizzante”, lasciandosi abbracciare dallo stupore, indugiando nell’osservazione di tracce della cultura antica, di frammenti di memorie bibliche, di tesori incustoditi in un paesaggio poco ospitale: il maturo pensiero coloniale tende a descrivere l’Oriente come il “testimone degenerato di un’antica perfezione”, incapace di qualsiasi sviluppo, in preda alle regole asfittiche della religione o all’irrazionalità del pensiero superstizioso.    

Gli sviluppi più recenti, nondimeno, ci impongono un radicale cambiamento di prospettiva. Oltre a essere precipitata in una crisi profonda, l’idea di Occidente palesa un’evidente difficoltà a trovare un nuovo statuto nel mondo multipolare. Il libro di Alessandro Vanoli – come è stato già scritto in una recensione apparsa su “Avvenire” (scritta dal noto medievista Antonio Musarra) – funziona come un “esercizio di decentramento”, e in fondo compie un lavoro cruciale sul piano metodologico, disinnescando l’illusione di poter chiudere una vicenda plurimillenaria in un’interpretazione monolitica. È innegabile che siano cambiati i vettori geopolitici ed economici, ma forse ci sono trasformazioni ugualmente importanti da tenere in considerazione, tanto macroscopiche quanto difficili da analizzare. Non abbiamo difficoltà nel ricordare che, fino all’inizio degli anni zero, i nostri consumi culturali avevano un chiaro sapore angloamericano: i grandi flussi della comunicazione televisiva, cinematografica, letteraria e musicale avevano una matrice ben riconoscibile, saldamente “occidentale”, al netto della presenza, ben più risalente, di prestiti, mode, contaminazioni e (per l’appunto) orientalismi.

Nel giro di una sola generazione, un nuovo palinsesto di stampo asiatico – o comunque riconoscibile come tale – ha stravolto il ritmo delle nostre vite quotidiane facendosi marchio, mercato, e ha tutta l’aria di voler rimanere una forza egemone nella nuova normalità globale. L’Oriente ha smesso di essere un oggetto di fascinazione occidentale per diventare soggetto attivo di produzione culturale, imponendo le sue mitografie, o addirittura attivando un processo di “contro-colonizzazione” dell’immaginario: da quel mondo arriva una porzione enorme non solo di ciò che mangiamo, beviamo, usiamo e vestiamo, ma anche di ciò che guardiamo, ascoltiamo e respiriamo. Siamo stati quindi catapultati dentro una dimensione inedita, ma dobbiamo porci delle domande, ormai ineludibili. Si tratta di una semplice sostituzione del primato? O siamo invece di fronte a un mutamento drastico di prospettiva, che mette definitivamente in rilievo l’inefficacia delle categorie con le quali abbiamo interpretato il mondo? È venuta meno la legittimità delle gerarchie preesistenti, questo è certo, ma probabilmente anche l’impianto binario che le sosteneva ha perso di senso. Il grande specchio dell’Oriente ci ha parlato di noi, ci ha consentito di riconoscerci. Forse è giunto il momento di accettare l’idea di dover rinunciare alla pretesa di possedere la misura universale per comprendere il passato, orientarci nel presente e affrontare il futuro.

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