Keith Richards è ancora Keith Richards
Il mondo del rock ce lo presenta da sempre come il ricercato numero uno, l’evaso dal carcere, colui che non bisognerebbe mai invitare al banchetto della cresima. Nel 2016, poche ore dopo l’annuncio del conferimento del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, in rete era apparso un meme che gli attribuiva questa rivendicazione: adesso a me spetta quello per la chimica.
Keith Richards, il rock nella peggiore delle ipotesi, sigaretta pendula, sguardo annebbiato dalle polverine e l’aria di chi se ne strafrega di tutto e di tutti. Le rughe che gli solcano il viso oggi prefiguravano già l’avviso segnaletico quando di anni ne aveva soltanto trenta. Come l’amico e compagno di spartito Mick Jagger, Richards fa ormai parte dell’allegra combriccola degli ultraottantenni del rock. Di Hackney Diamonds, e cioè l’ultimo disco dato alle stampe dagli Stones nell’ottobre del 2023, si può pensare quel che più garba, ma è difficile non strabuzzare gli occhi di fronte al fatto che oggi, primi mesi del 2026, l’età sommata dei tre membri storici rimasti – Jagger, Richards e Ronnie Wood – è di 242 anni, l’equivalente della durata del Regno dei Carolingi.
Anni fa, vedendo il film-documentario Shine a light di Martin Scorsese, cronaca di un concerto tenuto dai Rolling Stones al Beacon Theatre di New York, mi chiesi come fosse possibile che quegli attempati signori fossero ancora così credibili nel ruolo di rock star. Quando gli Stones sono su un palco non v’è motivo di credere che siano nel posto sbagliato o che vi stiano rifilando un che di artificioso o di anacronistico. Nessuno può insinuare che abbiano mai tradito l’autenticità del ruolo, anche quando Richards, le dita deformate dall’artrite, si limita ad accarezzare la chitarra anziché suonarla, sfoggiando un ghigno fra l’allusivo e il divertito che par dire: che io suoni o meno ormai fa lo stesso. Partendo dal presupposto che il patto col diavolo pertiene al solo Robert Johnson, gli Stones rispetto alla maggior parte delle rock band che perdono i capelli e incrementano il girovita, restano ciò che in fondo sono sempre stati: dei bluesman travestiti da rock star. A salvarli dall’obsolescenza o soltanto dal ridicolo è il blues, non i saltelli di Mick Jagger o l’aura da Long John Silver di Keith Richards. Non c’è bluesman che non sia invecchiato con dignità, e la credibilità degli Stones è sempre parsa tale anche in virtù del fatto che il blues innerva la loro musica anche quando non lo suonano: gli Stones sono blues, mai avuto niente a che fare col pop, anche quando gli strizzano l’occhio.
Bandane che avrebbero potuto stare in fronte a Sandokan, anelli col teschio, sgargianti foulard, mise leopardate, eyeliner nero, collanine e orecchini, borchie, farfallini, cravatte allentate, petto nudo oppure sfoggiante pellicce degne di Wanda Osiris, per non dire dell’immancabile Zippo da incendiario, Keith Richards negli anni non si è fatto mancare nulla. È involontariamente diventato un’icona della trasandatezza chic, prototipo del look boho-rock poi sublimato da Steven Tyler degli Aerosmith e da Lenny Kravitz, testimonial di un’incuria che attesta di una marginalità intenzionale oltre che, forse, di una visione del mondo; musa piratesca che ispirò il Jack Sparrow di Johnny Depp, e da decenni l’archetipo della rock star maledetta. Ma passano gli anni e Keith Richards è sempre lì: la cenere della sigaretta perennemente in procinto di cadere sulla moquette, il centomilionesimo riff di chitarra che gli scava in volto l’ennesimo crepaccio, i capelli arruffati e la cintura di sbieco. Ogni tanto le agenzie battono una notizia: Keith Richards che cade da un albero di cocco; Keith Richards che sniffa le ceneri del padre (beh, che altro avrebbe dovuto fare?); Keith Richards che annuncia di aver smesso di bere. Sarà vero? Il fan accoglie queste notizie con un’alzata di spalle e un gesto di sufficienza. Sommersi dalle campagne di sensibilizzazione contro il fumo passivo passiamo in rassegna le copertine dei dischi degli Stones chiedendoci chi mai avrà imboccato la strada sbagliata, se lui, l’eterno bad boy del rock, oppure noi, che avremmo tanto voluto nascondergli il pacchetto di sigarette perché non ci lasciasse anzitempo.
Dire del volto scavato di Keith Richards senza almeno accennare alle labbra di Mick Jagger lascerebbe però nell’incompiutezza. Ogni medaglia ha due facce, e ogni ciurma, come insegnano i gruppi di rock, ha il suo yin e il suo yang. Le tumide labbra di Jagger nel corso degli anni si sono assottigliate, perdendo molta della loro adolescenziale predisposizione al bacio, ma non possiamo dimenticare che quelle labbra a suo tempo dischiusero una lingua indecente che finì esibita ovunque, su accendini, tappetini del mouse, lunotti posteriori delle macchine, cappellini, portachiavi, magliette, maglioni, spille, poster, sfondi di computer e chi più ne ha più ne metta. Uno sberleffo fattosi logo, un marchio di fabbrica (™) capace di rappresentare come meglio non si poteva l’essenza e lo spirito della band. Più che di musica quelle labbra e quella lingua potrebbero raccontare una storia del costume e del merchandising. Si presentarono da subito come un richiamo alla dissidenza, un avamposto di ribellione, un emblema di anti-conformismo diretto e facile da decifrare; oggi, per gli irrudicibili o i semplici ritardatari, quelle labbra e quella lingua mantengono forse in vita l’illusione di non aver perso per sempre la propria giovinezza. A pensarci bene non c’è gesto più infantile e leggibile che mostrare la lingua: un bambino di fronte alla minestra o un adolescente davanti all’autorità; mangiatela voi questa roba. L’equivalente del bleah! nei Peanuts, e guarda caso la prima volta che Charles Schulz affidò l’espressione bleah! ai suoi personaggi fu nel 1965, poche settimane prima della pubblicazione di (I can’t get no) Satisfaction degli Stones.

Prima di venire a sua volta immortalato come brand della controcultura, Keith Richards ha avuto il merito di profilarsi come il miglior chitarrista non virtuoso del rock. La sua chitarra è sempre stata al servizio delle canzoni e, prima ancora, della band. Richards non ha mai incarnato la figura del guitar hero comunemente inteso, gente come Jimmy Page o Eric Clapton (Clapton is God, si leggeva sui muri di Londra a metà anni ‘60), Ritchie Blackmore o Jeff Beck, per non parlare di Jimi Hendrix. Proprio come John Lennon o George Harrison, Ray Davies e il fratello Dave dei Kinks, Hilton Valentine degli Animals, Chris Dreja degli Yardbirds o Steve Marriott degli Small Faces, la chitarra di Keith Richards ha sempre assolto una funzione meno pirotecnica, essenziale però alla quadratura del sound degli Stones. Quale? Condensato in una formula: riff, andamento e ritmo. Che questo fosse dovuto a un limite tecnico o al carattere schivo, poco importa. Ciò che conta è che Keith Richards è quasi sempre stato, al pari di tutti gli altri membri dei Rolling Stones, un membro dei Rolling Stones e basta, nonché l’autore, in doppia firma con Jagger, di tutti i loro successi. Il riff di (I can’t get no) Satisfaction, elementare come pochi, ha determinato la musica degli anni ‘60 più di tanti virtuosismi che avevano come scopo principale quello di sbalordire. Nel tempo Richards ha perso la timidezza e la durezza dei modi; la sua maschera di tossica introversione si è ammorbidita con l’età. Adesso è un anziano signore che non fa che scherzare, forse stupito di come il titolo di principe degli strafatti abbia acquisito nel tempo una nobiltà più presentabile, fregiandolo di una pertinenza estetica se non proprio di una rettitudine morale. Da scellerato del sottosuolo a monarca da copertina, da patriarca degli abissi a feticcio di una trasgressione sostenibile, apparentemente priva di conseguenze – o quantomeno non tale da impedirgli di diventare nonno. Chi l’avrebbe mai detto a metà degli anni ’70?
Reiterare i cliché su Keith Richards – faccia da bucaniere, fuorilegge torturato, totem del rock eccetera, quanto esposto fin qui, in sostanza – può sembrare un esercizio scontato e privo di interesse, la maledetta leva su cui chiunque scrive di Richards s’appoggia per dare pepe al racconto, spesso minimizzando o dimenticando i meriti del musicista: l’intensità del fraseggio, la capacità di circostanziare emotivamente una canzone in modo viscerale ma al tempo stesso misurato, delineandone insieme il perimetro e il nucleo pulsante, lasciando semmai a Jagger il compito di turbare l’equilibrio dell’ascoltatore; il fatto è che la maschera di Keith Richards e tutto quanto gli è fiorito intorno sono la rappresentazione del rock nella migliore delle ipotesi. “Credo che in un certo senso la tua personalità, la tua immagine, come veniva chiamata una volta, sia come una palla al piede” scriveva Richards in Life, la sua autobiografia. È sicuramente vero, ed è altrettanto vero che non deve essere stato facile controllare o soltanto tollerare la proiezione di quella parte di sé nel mondo. “L'immagine è come una lunga ombra”, scriveva anche. Difficile dargli torto, a maggior ragione se indugiare nei pressi di quell’ombra è quanto facciamo da sempre, consapevoli del cliché ma incapaci di sottrarcene.
Keith Richards, oltre all’impegno con i Rolling Stones, ha avuto anche il merito di registrare dei dischi a suo nome. Il primo, pubblicato nel 1989, Talk is cheap, non ha nulla da invidiare ai migliori lavori degli Stones, un disco che dà la misura di come l’originalità della band, giustamente celebrata come l’esito di uno sforzo collettivo, fu tale anche perché dietro quel lavoro v’erano delle personalità e un talento individuale messi al servizio del gruppo. Appena due anni fa, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Keith Richards ha reso omaggio a Lou Reed nel giorno del suo compleanno, interpretando I’m waiting for the man (poi uno se la va anche a cercare, hai voglia a deplorare il perpetuarsi di una certa immagine di sé nel mondo, ma se c’è qualcuno che ancora oggi immagineremmo a cantare di un tale in piedi in un vicolo, ventisei dollari in mano, in attesa dello spacciatore, quello è proprio Keith Richards).

Questo è un articolo che si sarebbe potuto scrivere negli anni ’80 o negli anni ’90 nel Novecento, un secolo fa. Non ci dice nulla che già non sapevamo. Keith Richards è ancora Keith Richards, e lo sarà probabilmente per sempre: un personaggio di Jacovitti che suona la chitarra. Se poi a un alieno in visita un giorno venisse il capriccio di capire il rock, accanto all’inquadratura stretta del bacino di Elvis o agli strilli delle ragazzine di fronte a John, Paul, George e Ringo, si dovrà per forza presentare anche una fotografia di Keith Richards. Nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna attenuante. La sua faccia e un riff sgangherato basteranno a convincere l’extraterrestre che il genere umano non era poi tutto da buttare.
The Rolling Stones, Sympathy for the devil
In copertina, fotografia di ©Mario Sorrenti.