Luigi Meneghello inglese

7 Giugno 2026

Luigi Meneghello (Malo 2022-Thiene 2007) è autore da molti conosciuto – e «Doppiozero» nell’anno del Centenario della nascita vi ha dedicato un “Dizionario” – in particolare per lo strepitoso dittico d’esordio, Libera nos a malo (1963) e I piccoli maestri (1964), a cui hanno fatto poi seguito altri libri sulla «materia» paesana e dialettale, su quella «civile e pedagogica» (secondo la definizione di P.V. Mengaldo), e su quella inglese. Meno nota la sua produzione critica precedente, che tanto ha contribuito a “sciogliere la mano” dello scrittore e a incidere sulla sua personalità intellettuale.

Per le Edizioni di Comunità è uscita da poco – a coronamento delle iniziative editoriali promosse in occasione del Centenario – Libri in Inghilterra. Scritti per «Comunità» (1952-1961), preziosa raccolta di saggi, articoli, recensioni che nell’arco di quasi un decennio Meneghello pubblicò sulla rivista di Adriano Olivetti, per lo più con lo pseudonimo Ugo Varnai.

Meneghello dopo la partecipazione alla guerra civile (come lui non esita a chiamarla) e la delusione per le traversie del Partito d’Azione deciderà nel settembre del 1947 di partire alla volta dell’Inghilterra, grazie a una borsa di studio del British Council. Obiettivo primo: «andare a pappare un po’ di cultura moderna» per poi riportarla in patria. Approdato all’Università di Reading, invece che fermarsi 13 mesi, vi rimarrà 33 anni, insegnando e fondando anche un prestigioso dipartimento di Studi italiani. Ma al proposito iniziale darà seguito alcuni anni più tardi, accogliendo la proposta dell’amico e compagno nella lotta partigiana Renzo Zorzi, direttore di «Comunità» dal 1952, che in cerca di collaboratori, pensa subito a lui. Meneghello avvia così un’attività di recensore parallela a quella di docente universitario, traduttore (iniziata nel 1956 con La rivoluzione dei paesi arretrati di E. Staley per Neri Pozza), collaboratore di programmi culturali per la BBC, e antecedente a quella letteraria.

Si fa portavoce, con un’opera di alta e civilmente animata divulgazione, di quello che viene via via pubblicato in lingua inglese e che Meneghello ritiene debba essere portato all’attenzione del pubblico italiano, di quei lettori di cui in diversi passi va tracciando il profilo: lettori colti, ma non con una conoscenza specialistico-accademica di argomenti per i quali però potrebbero / dovrebbero nutrire interesse. L’impegno è costante e notevole, come rivelano anche le dimensioni del volume: le pagine meneghelliane sono più di 600, per un totale di 105 interventi. Gli scritti non si distribuiscono uniformemente negli anni: il primo di collaborazione alla rivista vede l’uscita di un solo contributo, nel dicembre 1952, dedicato a Beatrice Webb, che apre un trittico di “Ritratti di Fabiani”. Il profilo dell’autrice del «sobrio capolavoro» Il mio apprendistato prefigura già l’attenzione di Meneghello per le questioni sociopolitiche e per la formazione individuale, per le biografie, per le figure femminili, per il paese in cui è approdato ormai da più di un lustro. Nel periodo successivo pubblica dai 4 ai 13 articoli per anno, con due picchi nel 1956 (25, soprattutto recensioni di libri su “Vittoriani illustri”) e nel 1959 (29, con spaccati su varie aree del mondo: Cina, Sudafrica, Australia, Unione Sovietica).

La raccolta è incorniciata da due introduzioni complementari: Luigi Meneghello e i Libri in Inghilterra (Pietro De Marchi), Le carte di «Comunità» (Luciano Zampese), dense ma insieme limpide ed essenziali, secondo i dettami del magistero meneghelliano. I due curatori, fedelissimi e sapienti interpreti dello scrittore, vi illuminano contenuti, specificità stilistico–linguistiche dei saggi – in dialogo con l’opera narrativa e autoesegetica di Meneghello – con attenzione anche alle collaborazioni giornalistiche prima e dopo l’esperienza di «Comunità» (l’apprendistato al quotidiano fascista «Il Veneto» di Padova nel 1941-42; la rubrica Fiori italiani per «La Stampa» negli anni Settanta, le pagine di Nuove carte per il «Domenicale» del «Sole-24 Ore» negli anni Duemila), e al progetto di recupero e ordinamento degli scritti di «Comunità» che l’autore concepì nel 2004, a 82 anni. Il volume non ricomprende i tre corposi contributi del 1953-54 nati dalla lettura partecipe e puntualissima di uno dei primi studi sistematici sullo sterminio degli ebrei (Gerald Reitlinger, The Final Solution. The Attempt to Exterminate the Jews of Europe 1939-1945, Vallentine Mitchell, London 1953, tradotto solo nel 1962 per il Saggiatore). Questi articoli saranno riuniti poi dall’autore anni dopo in Promemoria (il Mulino 1994). Libri in Inghilterra è arricchito da una appendice a cura di Zampese che propone uno scritto sparso, finora sfuggito alle bibliografie, pubblicato su «Il Mondo» e documenti relativi ad altri progetti editoriali di Meneghello pensati per un possibile rimpatrio (uno studio accademico su George Eliot e una rivista “di idee”, committente finanziatore sempre Olivetti).

Tante le suggestioni e le sollecitazioni che questo libro offre, sicuramente all’appassionato lettore di Meneghello, che si cimenterà nel ritrovare temi, toni della sua scrittura, aperture sulla sua vita («squarci di un’autobiografia per così dire interlineare» le ha definite efficacemente De Marchi). E le due introduzioni dei curatori sono una preziosissima guida in questa caccia al tesoro. Ma il volume è anche una grande occasione per il lettore curioso che potrà incominciare ad appassionarsi all’affascinante e poliedrica figura di Meneghello, a partire dal piglio brioso e dalla serietà non impettita della sua pagina.

Davvero molto diversificati i soggetti dei testi, così come flessibili ne sono i ‘formati’: a volte gli articoli hanno la rapidità e il taglio della recensione vera e propria, a volte invece il respiro di un approfondimento, di un reportage critico su questioni di scottante attualità. Letti oggi, oltre a fornire una fotografia di cosa agitava il mondo negli anni Cinquanta, ci fanno inquietantemente riflettere su nodi non ancora sciolti ai nostri giorni.

Lo spazio riservato alla presentazione delle opere letterarie è piuttosto circoscritto: si esaminano in particolare libri fantascientifici (i Brave New World di Aldous Huxley, sentiti già allora come profezia in avveramento; The Black Cloud di Fred Hoyle), i romanzi di William Golding, Lolita di Nabokov (vengono riportate, con scoppiettante divertimento, le polemiche moralistiche scatenatesi in Inghilterra ancor prima della pubblicazione, ma si considerano anche la maestria dell’autore nel costruire un perfetto prodotto di entertainment e le qualità stilistiche della scrittura, alimentata da «un nucleo di materia poetica genuina», p. 599).

Meneghello si concentra in primo luogo su saggi che affrontano la storia politica, militare, diplomatica europea e mondiale, specie dell’Ottocento e del secolo scorso, con un’attenzione comprensibilmente viva e personale (la moglie Katia era sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz) per le vicende della Germania nazista (studi su Hitler, sulle SS, sulla Ghestapo, sui generali tedeschi, su Rommel) e dell’Unione Sovietica, per il tema degli armamenti nucleari e dell’equilibrio fra i blocchi contrapposti. Ma non mancano una indagine articolata sulla “Nuova Cina”, così come finestre aperte su altri paesi e continenti.

Sono pagine che si fanno apprezzare non solo per la molteplicità dei temi – che spaziano dal caso Dreyfus alle campagne antinucleari in Inghilterra, dal movimento delle suffragette alla storia della ghigliottina, da figure come Orson Wells a quelle di Freud e Trotzky – ma anche per chiarezza e efficacia dell’esposizione, per i giudizi equilibrati, acuti e fermi. Meneghello ben si guarda dall’indulgere in stroncature, anche se talvolta non si esime dall’avanzare riserve. Succede quando viene toccato un nervo per lui scoperto, vuoi sul piano del rigore intellettuale e morale, vuoi su quello della “forma”, del rapporto fra «l’esperienza e la scrittura» – per dirla col titolo di una sua conferenza riportata in Jura (Garzanti 1987). Solo due esempi, tratti dagli interventi rispettivamente sulla pubblicazione della Carte di Rommel e sulle memorie carcerarie di «un ex aspirante terrorista irlandese, oggi drammaturgo e scrittore»:

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Group picture of the real "Little Teachers", recognize (left) Mario Mirri, Enrico Melen, the third is probably someone from the Asiago plateau, Luigi Meneghello, Dante Caneva, Lelio Spanevello e Benedetto Galla. Little Teachers (I piccoli maestri in italian) is a autobiographical novel by Luigi Meneghello, published in 1964, describes the formation of the first partisan brigades in the altopiano di Asiago. Wikimedia Commons.

L’ammirazione dei veterani britannici per il comandante nemico nacque spontaneamente, come parte del “colore” della loro guerra. Ma la leggenda appartiene a quegli anni e a quei soldati e ad essi si doveva lasciare. Il ripigliarla, rinfrescarla e pretendere di diffonderla – e sia pure in buona fede; ma con palese assenza di critica – è cosa ingenua e sconsigliata […] e nel caso in questione questa particolare manifestazione del sentimento di cavalleria fa una strana impressione di ottusità morale (Rommel visto dagli inglesi su Rommel Paper, ed. by B.H. Liddell Hart, Londra 1953, p. 179);

Della sua esperienza parla ora in queste Mie prigioni picaresche, un libro sbracato ma pieno di umanità, che sarebbe potuto riuscire di prim’ordine se fosse stato energicamente sfrondato. […] Behan non sembra accorgersi che non tutti i particolari della sua esperienza sono ugualmente interessanti, e qui ci ammanisce troppe pagine di dialoghi pieni di parolacce standardizzate, ritratti di compagni, piccole beghe, piccoli episodi, in un’atmosfera più di campeggio o di collegio che di prigione. (Le prigioni di Brendan Behan, su Brendan Behan, Borstal Boy, Londra 1958, pp. 520 e 523).

Molti testi sono inoltre godibilissimi specificatamente per le qualità espressive, per la spigliatezza elegante, non di rado irrorata da ironia. Esemplare «La mia vita» di un cattolico inglese (su Christopher Hollis, Along the Road To Frome, Londra 1958), in cui a far lievitare la scrittura di Meneghello sono la traduzione, l’analisi, il commento della parola dell’autore, le sue «cautele verbali», la «caratteristica prudenza e caratteristica fraseologia» (pp. 580 e 581):

Egli aggiunge di essere oggi «del tutto disposto ad ammettere che io feci allora, almeno fino a un certo punto, e con riferimento alla portata di ciascun dibattito razionalistico…». Coraggio! Si vorrebbe dirgli, se hai deciso di dirlo, dillo pure […] Quanta fatica per dire che si convertì in base ad argomenti che oggi non considera validi; ma insieme quanto sforzo di onestà! (p. 581)

Così come fulminei, lapidari, spiazzanti sono certi suoi incipit, spesso interrogativi, o certe sue chiuse: «A che serve la monarchia inglese?» si legge in apertura di Il mestiere del re (su John W. Weeler-Bennett, King George VI: His Life and Reign, Londra 1958) suggellato poi da «Brutto mestiere fare il re. Mestiere triste» (p. 588).

Il nucleo più compatto di questi scritti è costituito dalle biografie e dalle memorie di uomini e donne illustri, genere tipicamente praticato e amato da autori e lettori britannici. A totalizzare il maggior numero di titoli sono figure maggiori (ma non solo) del mondo anglosassone: le storie di queste vite – fra cui spiccano reali (re Giorgio VI e Edoardo VII), politici (Stanley Baldwin, leader del partito conservatore che dovette affrontare fra il 1933 e il 1937 il problema del riarmo; il leader labourista Clement Attlee), scrittori (Rudyard Kipling), esploratori (Henry Morton Stanley), esponenti del mondo religioso (il Reverendo cattolico Ronald Knox) – offrono una chiave d’accesso privilegiata per la comprensione di una civiltà, strumento di cui l’autore stesso si è servito fin dai primi anni del suo soggiorno in Inghilterra: «Storiografia minore, si intende, e prevalentemente biografica» – scrive a proposito di un libro su una «leggenda patriottica» – «ma capace di gettare una luce nuova su molti e importanti aspetti generali della storia politica, sociale e militare del secolo scorso» (La carica dei Seicento, su Cecil Woodham-Smith, The reason why, London 1953, p. 232).

Il genere biografico è sicuramente nelle corde di Meneghello: tante di queste recensioni sono vivaci e incisive, riescono a restituire nel giro di poche pagine, se non di pochi paragrafi, il «sugo» (parola “d’autore”) di una esistenza, mettendo in risalto, con giudizi pungenti e lucidi, punti nevralgici, svolte, cause ed effetti, con uno sguardo sempre attento alla formazione ricevuta dal soggetto indagato.

Ma perché una biografia assolva pienamente la sua funzione non basta il rigore della documentazione, la raccolta delle testimonianze, la conoscenza personale del biografato: «Ne è uscito un libro serio, bene informato, sobriamente illustrato da fotografie non troppo note […] non sarà mai un classico biografico, parte in virtù dei suoi stessi meriti di onestà e modestia, parte perché si sente che a queste settecento pagine manca il lievito di un alto interesse per i problemi etico-civili» (così a proposito Hitler di Alan Bullock, p. 140, corsivo mio). Serve una forza di interpretazione socio-morale, di indagine nel tessuto del vivere collettivo.

Si potrebbe quasi avanzare l’ipotesi che questo genere abbia rivestito un ruolo decisivo nella genesi dell’opera di Meneghello, in cui «autobiografico è invariabilmente per me il punto di partenza», in cui ogni libro costituisce una tessera di un mosaico esistenzial-conoscitivo che parte dal frammento della vita del singolo per comporre l’affresco della vita di un paese (con la p minuscola), quello natale, Malo, e del Paese (con la P maiuscola), l’Italia. In cui ogni libro è costellato da indimenticabili vite “condensate” di personaggi di ogni età ed estrazione sociale (bambini e bambine, parenti, compagni e capi partigiani, popolani, professori di scuola, docenti universitari, studenti e studentesse inglesi…). E che sempre – e sempre senza retorica ideologica – innerva le sue pagine di un «altro interesse per i problemi etico-civili».

Il triennio delle celebrazioni del centenario della nascita Luigi Meneghello (2022-2025) ha visto un susseguirsi di “atti editoriali” (su di lui, che di atti, da «impuri» a «di valore» – o meglio di «fughe»– ha variamente scritto): la ripubblicazione delle sue opere con nuovi apparati critici per la Bur, compresi testi non più in commercio (Bau-sète!, Trapianti, Promemoria) o inediti (Spor e di prossima pubblicazione, una conferenza tenuta all’Istituto di cultura italiana di Londra nel 1967 che inaugurerà la collana “Ufficina Meneghello” per la Firenze University Press), mentre sul versante saggistico sono stati raccolti gli interventi del collega e amico comparatista Franco Marenco (Tra dispatrio e rimpatrio. Luigi Meneghello in Inghilterra, Amos 2024), i contributi ai convegni, dedicati all’autore e alla sua attività dal 2022 al 2024, riuniti in un “atto unico” (Meneghello 100, a cura di F. Caputo, E. Pellegrini, D. Salvadori, F. Sinopoli, L. Zampese, Firenze University Press 2024, in open access) e nel volume Giornate padovane per Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern e Luigi Meneghello a cura di M. Giancotti e F. Magro (Padova University Press 2024, sempre in open access).

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Ernesta Pellegrini | Dizionario Meneghello / Il gineceo di Luigi Meneghello

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