Uccidere il tiranno. E dopo?
La notte prima dell'Epifania del 1537 il duca Alessandro de' Medici venne scannato dal cugino Lorenzino, coadiuvato dal sicario Scoronconcolo, nel palazzo di famiglia a Firenze. A sua volta, undici anni dopo, il 26 febbraio 1548, Lorenzino de' Medici fu massacrato a Venezia, dove si era rifugiato, da due sgherri, rispondenti al nome, rispettivamente, di Bebo da Volterra e Cecchino da Bibbona.
Questi sono i fatti raccontati nei testi compresi in questo Apologia di un omicidio, nella versione di Edoardo Albinati, appena uscito per la collana BUR, I grandi classici riscritti. Oltre all'apologia di Lorenzino de' Medici si trovano qui il capitolo sedicesimo della Storia fiorentina di Benedetto Varchi e il Racconto della morte di Lorenzo de' Medici fatto dal capitano Francesco da Bibbona [il Cecchino di cui sopra] che la procurò ad effetto.
I testi originali sono a cura di Luca Degl'Innocenti, che firma anche l'introduzione. Chiude il volume un saggio di Albinati, Giustamente uccidere: questioni.
Benedetto Varchi (1503-1565) è forse noto a chi si è occupato della plurisecolare “questione della lingua” italiana, dato che nel dialogo L'Ercolano sostiene tesi che mediano tra quelle del Bembo e quelle dei fautori della “fiorentinità”. Comunque qui, in questo capitolo della Storia fiorentina, benché commissionata dal duca Cosimo de' Medici nel 1547, mantiene una sicura indipendenza di giudizio. Descrive Lorenzino come un giovane malinconico, geniale, ma dissipato e irrequieto, uno che si faceva beffa di tutto, fosse sacro o profano, uguale. Non rideva ma ghignava. Nel suo soggiorno romano si rese protagonista di un gesto che emulava quello di Alcibiade, nell'Atene del 415 avanti Cristo. Alcibiade decapitò le Erme, Lorenzino mutilò parecchie figure dell'Arco di Costantino e varie altre statue antiche. Il papa Clemente VII (un Medici naturalmente) lo graziò solo perché lo amava “fuor di modo” (“stravedeva per lui” rende Albinati in italiano moderno). Tornato a Firenze simulò un attaccamento smisurato per il cugino Alessandro che, ricordiamo, era Duca, per la precisione, dal 27 aprile 1532, “Duca della Repubblica Fiorentina”, titolo ch'era ed è un ossimoro vero e proprio, e che si capisce meditando sul fatto che la signoria dei Medici ebbe cura di mantenere forme repubblicane, secondo il modello augusteo. Il duca Alessandro chiamava Lorenzino, scherzosamente, “il Filosofo”, e, tra le altre cose, se ne serviva come procacciatore di donne, donne di tutti i tipi, vergini o maritate o vedove, nobili o plebee. Lorenzino era il suo ruffiano ufficiale, dunque. E proprio di questa sua funzione si servì per mandare a effetto il suo proposito principale, la sua ossessione, cioè eliminare Alessandro, il Duca, il Tiranno. Alessandro era invaghito di Caterina Soderini, bellissima zia di Lorenzino (secondo altre fonti si trattava invece di sua sorella Laudomia). Dopo lunghe tergiversazioni, una buona volta, dato che “alla fin fine tutte le donne sono donne”, la sera avanti l'Epifania del 1537, Lorenzino dichiarò al cugino che la zia (o la sorella) aveva capitolato ed era pronta per un incontro amoroso. Si facesse trovare solo in camera sua (di Lorenzo), usando ogni cautela del caso, e lui (Lorenzo sempre) gliel'avrebbe portata nell'alcova, tutta per lui.
Alessandro pregustava già i piaceri dell'avventura galante, quando fu invece sopraffatto da Lorenzino in compagnia del suo sgherro Scoronconcolo. Fu trapassato da parte a parte con la spada. Fu colpito al viso, con una coltellata che gli squarciò la tempia fino alla gota sinistra. Eppure trovò la forza di addentare il pollice di Lorenzino (che non guarì mai del tutto dalla ferita), finché Scoronconcolo, con un trincetto che portava in tasca, gli succhiellò la gola scannandolo una volta per tutte.
Lorenzino fuggì a Bologna. Poi a Venezia, dove si trovavano vari altri fuorusciti antimedicei. Tra questi Filippo Strozzi, il quale lo chiamò “il nuovo Bruto”. Varchi stesso, all'epoca, fu preso da sincera ammirazione per il coraggioso tirannicida. Ma nel momento in cui scrive questo capitolo sedicesimo della Storia fiorentina il suo giudizio è parecchio cambiato. Nessuna congiura, scrive Varchi, fu meglio concepita ed eseguita. È il dopo che si rivelò oltremodo deludente, per non dire di peggio. Abbattuto il tiranno, Alessandro fu subito sostituito dal nuovo duca Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande Nere. I fuorusciti non seppero sfruttare l'attimo. Quando mossero all'attacco di Firenze furono sbaragliati, a Montemurlo, nell'estate del 1537. Il popolo non reagì. Si adattò al nuovo duca come s'era adattato al precedente. E poi, era davvero un novello Bruto il nostro Lorenzino? Varchi allega una serie di dubbi. Forse era mosso da invidia e rancori privati nei confronti di Alessandro, cui rinfacciava un'origine oscura (figlio illegittimo di una contadina laziale). Forse era mosso dalla sua indole malvagia e dalla sua perversione innata. Forse l'unica cosa che davvero gli stava a cuore era la gloria, un “desiderio intensissimo di farsi immortale”. Ricordiamo che una delle caratteristiche fondamentali dell'uomo rinascimentale, secondo Burkhardt, era l'erostratismo. (Erostrato incendiò il tempio di Artemide a Efeso, la notte in cui nacque Alessandro Magno e, a chi gli chiese il perché, rispose che voleva semplicemente rendersi famoso in questo modo). Non sapremo mai come stavano effettivamente le cose. Però possiamo dare ascolto, tramite l'Apologia, alla voce dello stesso Lorenzino. Il testo, scritto già un mese dopo l'omicidio, circolò ampiamente manoscritto, benché venisse stampato in effetti solo nel 1723.
Si tratta di pagine giudicate assai positivamente sia da Giordani che da Leopardi. Per il primo l'Apologia di Lorenzino era “la sola cosa eloquente che abbia la nostra lingua”; il secondo ne faceva una delle lettura preferite del suo alter ego Tommaso Ottonieri.
È uno scritto nettamente bipartito. Nella prima parte Lorenzino giustifica il suo gesto in quanto tirannicidio. E il tirannicidio è sempre e comunque giustificato, anzi è doveroso. Alessandro de' Medici era un tiranno, peggio di Nerone, Falaride e Caligola messi assieme. Se Gerone di Siracusa era chiamato re, suo figlio Geronimo invece tiranno. Chi lo eliminò venne a ragione riempito di lodi. Non ha importanza che Alessandro fosse cugino di Lorenzino. Non lo era veramente per le umili origini. Ma, quand'anche, non fu forse sacrosanto il gesto di Timoleone che, per liberare Corinto dalla tirannia, ammazzò il fratello? Come si vede la difesa di Lorenzino è tutta tramata di esempi greci e romani.
Nella seconda parte, che riguarda le conseguenze, nefaste, dell'avvenuto tirannicidio, Lorenzino trova le sue pezze d'appoggio, da un lato, nella viltà del popolo fiorentino, dall'altro in quella dei fuorusciti. Non è colpa sua se i fiorentini sopportavano con tanta accondiscendenza il giogo di Alessandro e, se dopo il fatto di sangue, si rivelarono sbigottiti, avviliti, battuti, confusi e disuniti. Qui pare di sentire come un'eco delle parole di Guicciardini sul popolo come “animale pazzo, pieno di mille errori, di mille confusioni” e totalmente inaffidabile “sanza stabilità”. Non è colpa sua se non si ribellarono. Allo stesso modo, non è lui responsabile della neghittosità e irresolutezza degli avversari di Casa Medici, che non si seppero organizzare e non seppero cogliere il momento propizio per l'azione. Non si può chiedere agli uomini se non quello che possono. C'è una bella differenza tra il dire le cose e farle, almeno quanta ne passa tra il trovarsi a ragionarne prima o dopo il fatto. E qui, come rileva Degl'Innocenti, le pagine di Lorenzino hanno un sapore non solo guicciardiniano, ma anche machiavelliano.
Il terzo e conclusivo testo del volume è, come detto, la relazione dell'assassino di Lorenzino, il sullodato Cecchino da Bibbona, il quale è un mitomane bello e buono. Uno che, a sentire lui, conosce tutti, e da tutti è conosciuto e stimato. Il delitto avvenne, si sa, a Venezia nel 1548. Il complice di Cecchino era il suo degno compare Bebo da Volterra, due sicari di basso rango, che però amano definirsi “cavalieri erranti”.
I due, dopo lunghi appostamenti, tentarono di eliminare Lorenzino prima durante le feste di Carnevale, poi durante un banchetto che si teneva (si sarebbe dovuto tenere) nel palazzo di monsignor Della Casa, nunzio apostolico e futuro autore del Galateo, e poi, ancora, una volta che la futura vittima aveva sbagliato strada, perdendosi nel labirinto delle calli. Ma tutto invano. Il giorno 26 febbraio invece, nei pressi della chiesa di San Polo, l'agguato riuscì. Fu naturalmente lui a dare il colpo di grazia: un fendente che tagliò letteralmente in due la testa al povero Lorenzino. Poi i sicari cercarono riparo da una “puttana amica”, poi da un conte loro protettore, poi, finalmente, dall'ambasciatore spagnolo Juan Hurtado de Mendoza, uomo di fiducia di Carlo V, vero mandante dell'omicidio, anche perché il duca Alessandro aveva sposato una sua figlia naturale, Margherita d'Austria.
La nota finale di Albinati insiste giustamente sulle ambiguità e i paradossi dell'intera vicenda. Un tirannicida, Lorenzino, o un paranoico traditore? Uno che sapeva il fatto suo o uno che non capiva niente e che ha agito per bassi impulsi e poi è stato a vedere quello che succedeva? Un letterato che vuole fare l'uomo d'azione, ma che poi, miserevolmente, si ritrova a dover fare il letterato, e a usare tutte le risorse retoriche di cui dispone per provare a giustificare il suo fallimento pratico. Anche solo l'instabilità onomastica dovrebbe far riflettere: Lorenzo, Lorenzino, Lorenzaccio, Lorenzo traditore, Marco (così a Venezia). Chi era veramente l'autore di questa impresa? Forse il suo non fu un crimine, fu qualcosa di molto peggio. Fu, come direbbe Talleyrand, un errore.