Padiglione Italia: il mondo non finisce nell'io

6 Luglio 2026

Con: con un’altra persona, ma anche con tutto ciò che eccede il perimetro dell’io. Non si può che partire dal titolo Con te con tutto per raccontare il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, curato da Cecilia Canziani.

L’artista porta infatti nello spazio meraviglioso delle Tese dello storico Arsenale di Venezia non tanto un’opera, o un insieme di opere, ma una postura, un modo preciso di fare arte che nasce dall’interesse per la natura, per gli oggetti e i materiali più ordinari, e che si nutre soprattutto di collaborazioni, di rapporti con persone che entrano a far parte del processo creativo e ne modificano il risultato. La pratica dell’artista si sottrae così alla retorica del grande gesto individuale per dare forma a un’autorialità più porosa, fatta di prossimità intellettuali, passaggi di mano e affinità. Sottrarsi all’autorialità per fare insieme significa prestare attenzione alle persone che intrecciano il suo cammino e riconoscerle come relazioni strutturanti rispetto all’opera. È una forma allargata, collaborativa e partecipata del fare arte che nel Padiglione Italia si estende anche al fare curatoriale; il progetto è infatti l’esito di un percorso condiviso in cui una pluralità di soggetti — artisti, curatrici, educatori, studiosi, comunità e portatori di saperi diversi — concorrono alla costruzione della mostra. La figura singola dell’artista e della curatrice si apre così a un insieme di voci.

È una scelta che mi pare si possa leggere innanzitutto come un tentativo di sottrarre l’espressione artistica — e più in generale il sapere — alla forma verticale e autoriale, per restituirla a una dimensione plurale. In particolare nel contesto italiano, il tema della co-autorialità e della co-curatela emerge spesso nell’ambito della museologia sociale e della nuova museologia, dove l’attenzione è rivolta al rapporto tra museo, patrimonio e comunità. Qui, però, il progetto condiviso interroga anche la figura dell’artista e della curatrice come soggetti politici e come autrici del discorso espositivo. C’è forse anche un dato generazionale che fa da sfondo a questa scelta: Camoni e Canziani appartengono a una generazione che ha attraversato l’emergere dei collettivi curatoriali come alternativa alla figura isolata del curatore, degli artist-run spaces come luoghi necessari in cui si impara facendo insieme, delle pratiche comunitarie e della dimensione pedagogica assunta negli ultimi decenni da molte istituzioni culturali.

Tutto questo, oltre a delineare un metodo di lavoro, si vede declinato nel percorso espositivo, nel modo in cui le opere abitano lo spazio, entrano in relazione tra loro e chiamano in causa il visitatore.

Nella prima Tesa, ventiquattro sculture in ceramica occupano lo spazio come una silenziosa quinta teatrale di figure. Sono presenze poco più alte della scala umana, modellate a colombino o composte da piccoli elementi di terracotta, adornate con arbusti, conchiglie, pietre, frammenti di plastica e rifiuti raccolti intorno allo studio dell’artista. A prima vista, queste figure potrebbero sembrare monumentali, eppure spesso non sono più alte del visitatore. Sono “quasi” umane, ma anche quasi divinità, quasi rovine, quasi presenze rituali, tutte attraversate da elementi naturali e artificiali. Abitano lo spazio e ci chiedono di muoverci tra loro, di incontrarle per entrare in un mondo nuovo.

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Con te con tutto – Padiglione Italia – Biennale Arte 2026 - fotografia Exibart.

L’antimonumentalità è certamente una scelta di scala, di relazione con il corpo del visitatore, ma anche una postura dell’artista, ulteriormente ribadita nel lasciare che alcune di queste sculture custodiscano gesti altrui — si pensi alla figura che sorregge le ciotole di Fausto Melotti —, materiali trovati, forme prese in prestito dal passato. Non si può ignorare, in questo senso, il recupero di materiali tradizionali e l’interesse per le storie dell’arte minori, accostate al dialogo con alcuni grandi maestri come Arturo Martini e, appunto, Melotti. Il passato emerge così come un deposito da cui Camoni attinge e con cui continua a dialogare.

Dalla penombra del primo ambiente si passa poi alla seconda Tesa, dove compaiono le bellissime Casette, strutture dalla forma domestica, ricavate da mobili ricombinati e dipinti. Al loro interno si trovano alcuni amori di Camoni, raccolti nei Dialoghi, come si intitola la sezione affidata a un’ulteriore curatela, quella di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli, che a loro volta avevano lavorato con Camoni per la sua grande mostra a Pirelli HangarBicocca. Nelle Casette l’artista apre il proprio lavoro ad altre opere, altre temporalità, altri linguaggi, delineando e svelando il suo orizzonte artistico e, forse, soprattutto affettivo. Vi compaiono, tra gli altri, Marisa Merz, Luca Bertolo, Alessandra Spranzi, Bettina Buck; ma anche una commissione video ad Alice Rohrwacher, Che cosa resta, messa in relazione con un’anfora attica della fine del VII secolo a.C. proveniente dalla Fondazione Rovati. È una storia dell’arte riscritta per prossimità o, meglio ancora, una storia d’amore dell’arte, fatta di tempi che si incrociano e di forme che si riconoscono a distanza.

In questo stesso orizzonte si inserisce la performance di Annamaria Ajmone, dedicata alla relazione tra danza e voce. I danzatori costruiscono un dialogo tra materia organica e inorganica, tra vivente e fossile. La performance mette in relazione corpi e temporalità incommensurabilmente distanti, evocando il ciclo continuo di trasformazione della materia e della vita. La coreografia è un insieme di pratiche trasmesse ai performer, che possono a loro volta trasformarle secondo le proprie individualità. Ogni materiale si rinnova così nell’incontro con i corpi, rigenerandosi nel tempo. La performance assume allora la forma di una progressiva stratificazione di pratiche corporee e vocali, richiamando la struttura stessa del fossile: un deposito di trasformazioni avvenute nel tempo. Del resto, in tutta la mostra il tempo umano è ridimensionato e messo in relazione con temporalità più ampie: geologiche, biologiche, fossili, vegetali. In questo senso, il progetto invita a uscire da una concezione lineare e progressiva della storia, per entrare in una temporalità fatta di ritorni e lente trasformazioni.

Si inserisce coerentemente in questo discorso anche Disco Tornio, l’opera più aperta e collaborativa del percorso, realizzata da Camoni con il Centro di Sperimentazione, che con le sue luci colorate attende di essere attivata attraverso un laboratorio per il pubblico dedicato a quella tecnica antica che è la lavorazione dell’argilla.

Nella parte centrale della seconda Tesa si apre poi uno spazio simile a una piccola agorà, dove è possibile sostare, riposare, osservare cosa accade, rivolgersi al giardino, partecipare ad alcuni appuntamenti del public program. Il Padiglione Italia diventa così un luogo dove si vuole stare, dove succedono cose, dove si è catturati da un tempo diverso, più lento, che permette di cogliere anche il mutare dell’ambiente. Sostare, ascoltare, osservare, attendere la performance, incontrare altre persone sono tutte azioni che introducono un tempo non produttivo, non spettacolare, insomma non immediatamente consumabile. Forse la parte più interessante del progetto sta in questa capacità di immaginare una diversa forma di coesistenza, in cui molte cose — persone, opere, materiali, tempi, memorie, scarti, piante, corpi — possono stare insieme senza essere ricondotte a un ordine unico e normato. È una coesistenza cacofonica che ci restituisce un’immagine della sfera pubblica mai riducibile a una voce sola, ma pensata come luogo di ascolto e trasformazione reciproca. Camoni e Canziani ci presentano così un modo diverso di stare al mondo, e con il mondo, che è possibile, forse, anche fuori dal campo dell’arte.

Con te con tutto – Padiglione Italia – Biennale Arte 2026. 9 maggio – 22 novembre 2026. Tese delle Vergini, Arsenale, Venezia - fotografia Exibart.

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