Andrea Giardina: un altro che non sono io

24 Luglio 2026

Al Museo dell'Acropoli di Atene c’è una statua di Papposileno che porta sulle spalle Dioniso. Il dio non stringe un tirso né un grappolo d’uva ma regge una maschera teatrale. È ancora un bambino e già si accompagna alla propria immagine. O forse è il contrario: prima viene la maschera, poi il dio che finisce per somigliarle. Comunque, non stupirebbe trovare proprio quella scena sulla copertina di un libro di un grande storico del mondo antico come Andrea Giardina. Ed è quello che avviene. Peccato sia di un altro Andrea Giardina, insegnante di storia di Como, in libreria per Quodlibet con Io non sono Andrea Giardina. Uno che ha avuto la sola sfortuna di nascere con il nome esatto. Perché l’omonimia sembra un piccolo incidente amministrativo: una telefonata o una lettera arrivata all'indirizzo sbagliato. Mentre in realtà è un esperimento filosofico perfettamente riuscito. Basta condividere un nome perché una delle nostre convinzioni più tranquille cominci a incrinarsi e che un nome basti davvero a individuare una persona. Il libro di Giardina racconta proprio questo. E lo fa con una leggerezza rara. Ogni episodio è surreale, ma sotto quella comicità si avverte continuamente un piccolo disagio, segno che, a volte, l'ordine delle cose non impazzisce: smette semplicemente di funzionare con la precisione abituale. 

La scena iniziale è già perfetta. È il 26 aprile 2019. Telefona la redazione di Fahrenheit, Radio Tre. Chiedono del professor Andrea Giardina. Vorrebbero conoscere la sua opinione sull’insegnamento della storia, all’indomani dell’appello firmato da Liliana Segre, Andrea Camilleri e Andrea Giardina. Lo chiamano «professore», particolare sufficiente a fargli capire immediatamente quale dei due stiano cercando. Il punto è che anche lui insegna davvero storia. Non mente quando risponde. Soltanto che non è quel professore. «No, non sono Andrea Giardina.» O meglio: lo è. Ma non è l’Andrea Giardina che serve a loro. Quell’«io non sono» ritorna per tutto il libro con l’ostinazione di un limerick. A un certo punto l’autore se ne accorge. Non sta più semplicemente correggendo un equivoco. Sta descrivendo se stesso. «Io sono diventato uno che non è lui.» È una frase molto più malinconica di quanto sembri. Perché l’omonimia, lentamente, smette di essere un errore degli altri e diventa una forma dell’identità. 

Da quel momento il libro cambia natura. Non racconta più soltanto una serie di episodi spassosi. Diventa il diario di una vita trascorsa all’ombra di un nome. All'inizio gli equivoci sono quasi innocui. Arrivano a casa libri destinati all'altro Andrea Giardina. Lui li restituisce uno per uno, pagando perfino le spese postali, come se l'errore fosse in qualche modo anche suo. Poi i volumi continuano ad arrivare e lui smette di rispedirli. Accumula monografie sull’antichità romana. Nei periodi di magra le porta al Libraccio: volumi nuovi, tutti con dediche deferenti al venerato maestro.

Un giorno il commesso comincia a sospettare. Come se li procura, quell’uomo, tutti quei libri autografati? La situazione precipita quando in libreria compaiono due carabinieri che, senza battere ciglio, disquisiscono in un italiano alternato a un latino perfetto. I due militi sfogliano i volumi, soppesano le tesi dei libri e infine domandano al venditore clandestino: «Lei è professore?». Sì. «È lei Andrea Giardina?». Ancora sì. La carta d’identità conferma ogni cosa e non chiarisce nulla. I carabinieri, che hanno studiato sui manuali dell’illustre, non immaginavano che Andrea Giardina avesse quella faccia. Comprano alcuni libri e se li fanno dedicare. L’omonimo firma con stima, simpatia e sinceri auguri di buona lettura. Poi esce per non tornare mai più, rinunciando a duecento euro mensili detassati. Ma il momento in cui l’omonimia oltrepassa davvero il limite è un altro. Giardina racconta di aver perfino sognato il proprio omonimo e commenta con irresistibile serietà che gli equivoci, gli scambi di persona e gli errori sono sopportabili. Infestare la testa di chi sogna, proprio no. 

Alla fine del XI secolo, con un aforisma che ha fatto la storia del pensiero occidentale, Bernardo di Chartres diceva che siamo nani sulle spalle dei giganti. Andrea Giardina lo capovolge. Il nano non vede più lontano. Viene scambiato per il gigante. Non eredita il sapere ma la reputazione. O, più modestamente, la corrispondenza. Nel racconto Pierre Menard, autore del Chisciotte, Jorge Luis Borges immagina che il Chisciotte di Cervantes diventi un altro libro semplicemente perché cambia l’autore. Giardina rovescia il dispositivo. Il nome resta lo stesso. A cambiare è la persona che lo porta. Se infatti Borges dimostra che due libri uguali possono essere diversi, Giardina mostra che due persone diverse possono sembrare la stessa. 

Sembra la trama di un Simenon che Georges Simenon non ha mai scritto. Un professore di liceo di Liegi riceve una lettera destinata a un celebre investigatore parigino, suo omonimo. Dovrebbe restituirla. Risponde. Da quel momento tutti lo scambiano per l’altro. Lui continua a spiegare di non esserlo, ma ogni smentita viene presa per modestia e la fama aumenta. Finisce perfino per sentirsi in colpa. Soltanto Maigret non gli domanda mai se sia davvero l’uomo che cercano. Gli versa da bere e aspetta il suo racconto. E se quel romanzo non fosse stato scritto dal celebre Georges Simenon, ma da un altro Georges Simenon? Sulla copertina comparirebbe il nome esatto. A cambiare sarebbe soltanto la persona. È di questo paradosso che vive il libro di Giardina. Un falso Simenon, scritto da un Simenon vero, alla maniera del vero Simenon. Non sarebbe un falso nome. Sulla copertina comparirebbe correttamente il nome dell’autore. Sarebbe il nome corretto dell’autore sbagliato. Non è un paradosso letterario. È un paradosso logico. E allora che logica sia. 

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In Fare il verso al pappagallo, libro di qualche anno fa, Raymond Smullyan ha ambientato i paradossi della logica combinatoria in una foresta popolata di uccelli. Ogni specie risponde al canto di un'altra secondo una regola. C’è anche un Mockingbird, un tordo imitatore che restituisce a ogni uccello il proprio canto. Smullyan ci dice che l’identità non è una sostanza, come gli oggetti trovati nelle tasche di un indagato. È una funzione logica che prende un nome e restituisce un altro nome. Giardina sembra uscito da quella foresta. Un uccello sente pronunciare «Andrea Giardina» e risponde «Andrea Giardina». A quale dei due? Un secondo protesta: «Non sono l’Andrea Giardina che credete». Se dice la verità potrebbe essere il meno noto; se mente, il più noto che cerca di sottrarsi all’ennesima conferenza. Dunque? Dunque, per capire quale Andrea Giardina abbiamo davanti bisogna prima assicurarsi di non aver preso una persona per un’altra. 

Con un perfetto straniamento il libro ci restituisce il valore di una competenza che stiamo lentamente perdendo: diffidare della prima identificazione che ci viene offerta attraverso un gioco di rifrazioni e moltiplicazioni delle identità. Prima di arrivare a questa soluzione, Giardina prova però un’altra strada. Da ragazzo tenta di sottrarsi all’omonimia firmandosi Andrea Vannini, prendendo il cognome della madre. Con quel nome scrive a Pietro Citati, gli manda un saggio su Tommaso Landolfi e sogna di costruirsi una piccola identità letteraria. L’esperimento dura poco. Andrea Vannini scompare quasi subito. È una fuga che non porta da nessuna parte. Se non è possibile cambiare nome, tanto vale moltiplicarlo. Giardina immagina allora cinque, dieci, cento Andrea Giardina, tutti scrittori e studiosi, tutti attivi nello stesso campo. Il Giardina maior perderebbe così il privilegio dell’unicità e sarebbe costretto a continue smentite, dichiarazioni di mancata paternità, precisazioni. È un Pessoa rovesciato: non un uomo che si divide in eteronimi, in nomi e vite diverse, ma un uomo che genera omonimi. Non falsifica. Frammenta. È un uomo che finisce per scambiare il proprio altro per se stesso, lasciandosi lentamente convincere dagli altri di essere qualcuno che non è. Fino al momento in cui l'«io non sono» smette di correggere un equivoco e diventa una definizione di sé: «Io sono diventato uno che non è lui». 

È anche per questo che il libro fa sorridere senza diventare mai farsesco. L’assurdo non arriva all'improvviso. Si deposita lentamente dentro la normalità. Viene da immaginare una scena che potrebbe essere girata da Aki Kaurismäki. Un bar quasi vuoto. Un neon che ronza. Seduti allo stesso tavolo ci sono cinque Andrea Giardina. Uno insegna storia ai corsi serali. Uno è un archeologo. Uno scrive racconti. Uno riceve i libri destinati agli altri. Il quinto potrebbe essere quello famoso, ma nessuno glielo domanda. Entra un corriere. «C'è un pacco per Andrea Giardina.» Tutti alzano appena la mano. Il corriere appoggia il pacco sul tavolo ed esce. Dopo un lungo silenzio uno dei cinque dice: «Non è per me.» Nessuno gli crede. In un film di Woody Allen, a questo punto, partirebbe un dialogo interminabile tra un analista freudiano e un rabbino sull’identità, l'inconscio e il senso di colpa. Kaurismäki lascerebbe invece che i cinque bevessero in silenzio, aspettando che qualcuno si decidesse ad aprire il pacco. È questo il registro del libro di Giardina. L’equivoco non esplode. Rimane lì e persiste nei molti Andrea Giardina. Tutti veri. Tutti attivi nello stesso contesto culturale. Lo storico, l’archeologo, lo scrittore. Andrea Giardina maior si troverebbe improvvisamente circondato da una piccola folla di omonimi. Sarebbe costretto a precisare ogni volta quale libro ha scritto e quale no. L’ombra cambierebbe finalmente direzione. 

È un'idea comica, naturalmente. Ma fino a un certo punto. Perché l’omonimia, scrive Giardina, vive dello squilibrio. Esiste un nome legittimo e uno che sembra parassitario, come il Napoleone reale rispetto a quello di Victor Hugo. Basta alterare quella proporzione e il meccanismo smette di funzionare. Il gigante, improvvisamente, scopre di non essere più solo sul piedistallo. Sempre per contrasto, viene in mente un altro libro, quello di Oliver Sacks. In L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello Sacks raccontava pazienti incapaci di riconoscere il mondo. Qui accade qualcosa di più curioso. Il protagonista riconosce perfettamente se stesso. Sono gli altri a non riuscirci. Vedono un nome, gli associano un’opera e una reputazione. Poi sistemano dentro quella forma il primo uomo disponibile. Non è un’allucinazione individuale. È un’allucinazione sociale che, come tutte quelle riuscite, è il risultato della combinazione di elementi veri. 

Ed è forse questo l'aspetto più sorprendente del libro. Racconta con straordinaria precisione un equivoco che oggi, nella cultura digitale, ci è diventato sorprendentemente familiare. Quando il contesto non basta, informazioni corrette possono ricomporsi attorno alla persona sbagliata: una fotografia migra da una biografia all'altra, una citazione cambia autore, un curriculum si salda a un omonimo. Ne nasce una figura perfettamente plausibile, composta però di frammenti appartenenti a individui diversi. Ridendo amaro, il libro racconta questo problema. Non il momento in cui la verità viene sostituita dalla menzogna, ma quello, assai più frequente, in cui una serie di verità produce una persona falsa. È anche per questo che la proliferazione degli Andrea Giardina è molto meno assurda di quanto sembri. Costringe a ricordare una cosa elementare: un nome, da solo, non basta mai. Per questo il libro è anche più malinconico di quanto lasci credere il suo tono. Quando Giardina scrive di essere diventato «uno che non è lui», non racconta soltanto una lunga serie di disavventure anagrafiche. Descrive il momento in cui un equivoco finisce per entrare nella biografia di una persona. 

A questo punto il finale potrebbe anche non essere più quello scritto dall’autore. Potrebbe svolgersi in un anonimo ufficio, davanti a un’impiegata che non ha letto né l’uno né l’altro e non prova alcuna soggezione per le monografie sull’antichità romana. Sul tavolo ci saranno soltanto due moduli. L’impiegata ascolterà la storia senza scomporsi. Guarderà il primo Andrea Giardina, poi l’altro, quindi tornerà allo schermo. «Stesso nome e stesso cognome?» I due annuiranno. L’impiegata controllerà i documenti. Poi chiederà soltanto il codice fiscale. Lo digiterà. Uno dei due uscirà sollevato. Quale? Per qualsiasi risposta, Equitalia sentitamente ringrazia.

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