Cucito e ricamo, arti maggiori
Chi pensasse, leggendo il titolo dell’ultima fatica editoriale di Domitilla Dardi (Einaudi), Cucire Universi, perché le arti minori e femminili non esistono, che si possa trattare di una perorazione in favore del riscatto dei lavori femminili, con relativo censimento degli stessi, sbaglierebbe. Esso è invece un libro che indaga le motivazioni della storica discriminazione che ha relegato alcuni manufatti nel ghetto del genere, ma è anche, e soprattutto, il frutto di una ricerca in cui l’autrice si è interrogata sul perché alcune tecniche di lavorazione siano state considerate dagli studi alti delle cenerentole, delle forme d’arte confinate nel limbo delle cosiddette Arti Minori. Il libro racconta, infatti, sia storie di discriminazione di genere che di disciplina.
“Molte storie le ho trovate io, altre hanno trovato me” ha raccontato l’autrice in una intervista. “Sono stati cinque anni di ricerca mirata, ma anche una vita di appunti sparsi che a un certo punto hanno cominciato a ricomporsi, è stato come unire i puntini”.
La domanda è poi come mai nell’etichetta minor sia anche implicito il giudizio di minus, ossia perché nella definizione di minore sia implicita la notazione di inferiore, di non degno di nota né di storia. La distinzione fra le arti, si sa, è nata nel Medioevo, ma la discriminazione è più tarda. Nel medioevo, infatti ci sono esempi di oggetti d’uso magistralmente eseguiti tenuti in gran conto, al pari e forse più di un dipinto o di una scultura (arazzi, ricami, tessuti, spille, pissidi, Evangelari, else di spade, codici miniati, guanti, manti, etc.). Quando, allora, i manufatti delle arti minori cominciano ad essere ritenuti anche inferiori? La studiosa romana ritiene che questo discrimine censorio debba essere fatto risalire a due momenti storici precisi che hanno visto l’affermarsi di una classe sociale, la borghesia (“La gente nuova e i sùbiti guadagni” per dirla con Dante), prima nel Rinascimento e quindi all’epoca della industrializzazione. La borghesia, infatti, continua Dardi, ha visto “nelle arti cosiddette liberali la possibilità di affermazione o di emancipazione da posizioni sociali asservite, ossia da un lavoro fatto di fatica, unita all’obiettivo del mantenimento del potere. Il pittore o il letterato, infatti, possono essere proprietà del loro mecenate e glorificarlo, così come l’artigiano che lavora per lui. Ma colui che lavora per la produzione di beni quotidiani, ovvero per una popolazione non proprio. […] Per tale ragione, in questi studi disciplinari tutto cambia quando vengono presi in considerazione non i manufatti artigianali realizzati per i regnanti –- preziosi pezzi unici-, ma quelli per il popolo, i prodotti in serie aperta”. Allora, a interessarsi ad essi non è lo storico dell’arte, ma l’antropologo o, se si tratta di artefatti remoti, addirittura l’archeologo. “Tuttavia nei ricami, nelle ceramiche, nei vestiti e nelle cucine risiedono intelligenze progettuali che hanno cambiato il mondo tanto quanto in quelle riconosciute in quadri, sculture, macchine o edifici”.
Oggi, tessere a telaio, ricamare, lavorare a uncinetto, o a maglia, tagliare e cucire, cucinare seguendo una ricetta, creare monili, piegare la carta, sono considerati degli hobby, ma non è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui il ricamo contava. “Il ricamo era una forma potente di comunicazione, prezioso strumento per la trasmissione di idee ed emozioni, addirittura una conversazione tra le persone e Dio, tra la chiesa e i fedeli, tra il sovrano e i suoi sudditi”, ha scritto Clare Hunter. (Leggi e ascolta qui su Doppiozero)
A volte, un ricamo è diventato persino una pagina di storia, il cosiddetto arazzo di Bayeux (che non è un arazzo, ma è un ricamo che misura sessantotto metri e trenta centimetri di lunghezza), dove si narra della battaglia di Hastings (1066), combattuta da Guglielmo il conquistatore per il controllo dell'Inghilterra, che costituisce un vero e proprio documento storico, non solamente un pregevole manufatto artistico.
Altre volte un ricamo è diventato una forma di scrittura figurata, come nel caso di Maria Stuard, che, tenuta sotto stretta vigilanza dalla censura della sua rivale, Elisabetta I, non potendo scrivere, affidò al ricamo i propri pensieri e i propri giudizi. In un ricamo diede alla Tudor la forma di un grosso gatto rosso che tratteneva per la coda un topolino (in cui si identificava Maria), impedendone la fuga. Se si osserva con attenzione la testa del gatto, si noterà che ha i capelli ricci e rossi (come quelli di Elisabetta I), evidenziati dalla ricamatrice Maria con un tipo di punto diverso. Ma un ricamo si può anche trasformare in un viatico di diplomazia. È il caso della gonna di raso rosso che, sempre Maria, confezionò per Elisabetta, su cui aveva ricamato un intreccio di cardi (simbolo della Scozia) e di rose (simbolo dei Tudor), rimandanti alle due monarchie che vi si ribadivano distinte e separate, seppure legate da un vincolo parentale, il medesimo che univa le due regine.
Perché, come ci ricorda Domitilla Dardi un tessuto può anche essere un testo (textus in latino). Così scrive nel suo libro: “È uno degli aspetti che mi entusiasmano di più. Quando il ricamo diventa scrittura allora, come ogni alfabeto, nasconde un codice che va decifrato. Mi affascina moltissimo il nüshu, l’alfabeto segreto delle donne cinesi: sotto l’apparenza di un bellissimo ricamo decorativo si nascondevano messaggi tramandati da madri a figlie, spesso per proteggerle da matrimoni forzati. Lo trovo commovente e meraviglioso, pensare che dietro a quel codice estetico, che appunto ci hanno insegnato essere frivolo, vanitoso, superfluo, ci sia invece qualcosa di così importante, di così vitale, come trasferire un messaggio di amore e di protezione. […] Il termine nüshu significa letteralmente lingua delle donne e le sue origini vengono fatte risalire a circa 2500 anni fa. […] Si tratta di una vera e propria lingua che le donne cinesi, completamente analfabete, hanno inventato e praticato non tanto verbalizzandola, quanto ricamandola. […] Il libro del terzo giorno veniva regalato dalle donne della comunità alla neosposa, ma dietro un innocente regalo benaugurale, quella lingua inventata parla di paura, di tentativo di conforto per un periodo di solitudine e aggressione sia fisica che psichica che le spose, spesso bambine, subivano dai maschi della famiglia. Non solo nel libro ma anche nei corredi, o nei bordi dei vestiti, quelli che apparivano come decori geometrici nascondevano in realtà messaggi che illustravano il destino che accomunava tutte le donne di quella comunità. Ingiustizie, soprusi, violenze erano così descritti e sfogati tra le pieghe dei tessuti, leggibili solo a chi sapeva decodificare il significato di quella lingua segreta delle donne”.
Per partire, poi, ancora una volta, da una parola, che dire dei nessi semantici che intercorrono tra l’abito (habitus) e l’abitare (habitare)?
Ad esempio, tutta la ricerca di Nanni Strada “un’autrice sempre considerata in bilico tra moda e design […] studia tecniche per dilatare, accorciare, sommare, dividere, ruotare, rovesciare ripiegare il tessuto al fine di trovare una soluzione abitabile per il corpo. Strada usa nel tempo la compressione, la piegatura, la pieghettatura, la cordonatura per ottenere abiti innovativi sia per la produzione, che può emanciparsi dalla questione delle taglie (ultimo retaggio della sartorialità che neanche il prêt à porter risolve, ma piuttosto omologa), sia per la gestione, superando la necessità della stiratura, ad esempio. Strada realizza abiti tubolari di maglia elastica che si adeguano al corpo senza costringerlo. Ma guarda anche a molti abiti geometrici dove la forma del corpo è cancellata (come accade in quelli islamici per motivi religiosi), e a come l’abito si fa così abitazione per il corpo. […]
Il lavoro di Nanni Strada non a caso, sarà tra i più amati nel mondo della moda dagli architetti radicali che negli anni 70 si occuperanno anche di dressing design”. Gli Archizoom, ad esempio, il cui sistema Capri Moda Mare del 1973, realizzato con il patrocinio di Elio Fiorucci, permetteva di ottenere ben 60 modelli diversi di gonne, tute, giubbetti, pantaloni attraverso la combinazione da uno a sei pezzi di stoffa cuciti a cordonatura, finitura scelta sia per la funzione strutturale che per quella estetica”. Così ne ha scritto Andrea Branzi “Operando attraverso una serie di piegature della pezza, quasi degli origami, era possibile utilizzare senza scarti il materiale, evitando tutte le diverse taglie, cioè le diverse dimensioni del prodotto legate all'antropometria”.
Ma perché i lavori di maglieria e cucito sono stati considerati nei secoli pratiche esclusivamente femminili? La risposta la suggerisce Richard Sennet nel suo famoso saggio L’uomo artigiano (Feltrinelli, 2008): “La Dottrina della Chiesa delle origini considerava il tempo libero una fonte di tentazioni e l’ozio la causa del peccato dell’accidia. Questa preoccupazione si appuntava in particolare sulle donne. Eva era la tentatrice per antonomasia, colei che distrae l’uomo dal suo lavoro. Nella fantasia dei Padri della Chiesa, la donna, se non avesse tenuto le mani occupate, avrebbe inevitabilmente seguito la sua naturale inclinazione alla licenziosità sessuale. Questo pregiudizio generò una pratica: la tentazione femminile poteva essere combattuta da una specifica attività, l’arte dell’ago e del filo: con la tessitura e il ricamo, le mani delle donne erano sempre occupate”. Ed ecco che “il retaggio di genere e di disciplina si sommano nella miscela deleteria”, chiosa la Dardi. “In tale visione le tecniche femminili non sono degne di essere valutate né come arti primarie né come artigianato”.
L’autrice ci ricorda poi che il primo algoritmo della storia lo ha generato la matematica Ada Lovelace, appassionata di maglieria e ricamo, che ebbe l’intuizione di applicare il sistema delle schede del telaio Jacquard alle schede perforate per i calcoli dei primi computer della storia.
Sul motore analitico, inventato dalla Lovelace, la stessa ha scritto: "Possiamo dire in modo molto appropriato che il motore analitico tesse motivi algebrici proprio come il telaio Jacquard intreccia fiori e foglie".
C’è, inoltre, la matematica lettone Daina Taimiņa, che. intorno al 1997, “è riuscita a realizzare una dimostrazione pratica dello spazio iperbolico, creando un modello che ai suoi colleghi maschi non era mai riuscito di ottenere con tecniche più tradizionali per il mondo scientifico. Taimiņa lo ha dimostrato grazie all’uncinetto. […] Il modello è stato pubblicato qualche anno dopo sulla copertina della rivista scientifica The Mathematical Intelligencer”.
Che dire poi di Emily Dickinson, che “riesce nonostante tutto, a esercitare il suo talento letterario, ma si vede negato quello scientifico-botanico, perché alle donne della sua epoca non era concesso studiare quelle materie. E allora, su incentivo di una docente coraggiosa, sfogherà questo suo interesse in un celebre erbario, che non ha nulla da invidiare alle tassonomie scientifiche realizzate nelle università dell’epoca da studiosi maschi”.
A questo proposito mi viene in mente la protagonista del romanzo Strane Creature di Tracy Chevalier, che racconta la storia di Mary Anning, la paleontologa britannica dimenticata. Raccoglitrice di fossili per professione, fu autrice di molti ritrovamenti importanti nel campo dei fossili marini dell'epoca giurassica, ma ottenne scarsissimi riconoscimenti in vita, infatti le fu negato il meritatissimo accesso a qualunque circolo o associazione scientifica. Solamente nel 2010 Mary Anning è stata riconosciuta dalla Royal Society come una delle dieci scienziate britanniche più influenti della storia.
La lettura del libro di Domitilla Dardi è avvincente, perché riserva continue sorprese con storie incredibili, anche di “contro discriminazione al maschile: uomini ghettizzati perché interessati a pratiche considerate femminili. Per esempio Rosey Grier, campione di football americano e guardia del corpo, quindi un uomo possente fisicamente che fa lavori da macho nell’immaginario collettivo, che scopre il potere terapeutico e sociale del ricamo. Scrive un trattato sul punto croce per uomini e fa questa bellissima dedica al figlio che è un manifesto del superamento delle questioni di genere: spero che tu sia un uomo libero di poter scegliere le tue passioni, le tue attitudini. Mi interessa molto ragionare oltre il genere. Quando si parla di ideologia, le vittime finiscono sempre per essere molte di più di quelle che immaginiamo”.
Durante la XXXII Olimpiade, svoltasi a Tokyo nel 2021, in pieno clima Covid, una foto fa il giro del mondo, “ritrae uno dei più grandi tuffatori di tutti i tempi, il britannico Tom Daley, seduto sulla gradinata in attesa del suo turno al trampolino mentre si dedica con attenzione a un’altra attività: fa la maglia, anzi, l’uncinetto. Molte testate internazionali diffondono l’immagine come una bizzarria, una peculiarità di una persona che, presto, diviene anche per questo un personaggio. Il campione, maschio, dedito a un’arte femminile”. Ovviamente si scatena il gossip più becero. “Eppure, ribattendo alle domande non esattamente emancipate della stampa, il tuffatore dà risposte chiare: è un hobby che si trasporta e gestisce con facilità, richiedendo la necessità di pochissimi mezzi, ed è quindi adatto alle trasferte. Si tratta di una pratica che mitiga l’altissimo livello di stress che accompagna l’attesa durante la performance agonistica, essendo basato su una ripetizione circolare di gesti che funziona a livello neurologico in maniera simile all’effetto dei mantra e delle preghiere”, conclude la Dardi.
Per non privare il lettore del gusto della scoperta, soprattutto di quella delle imprevedibili relazioni tra le discipline (in particolare riguardante le sperimentazioni in architettura, nel design e nell’alta cucina – ah, il timballo Flammand!) mi fermerei qui nel raccontare quanto è narrato nel libro di Domitilla Dardi.
Lei, storica del Design, ricorda che al tempo della sua formazione, questa disciplina ancora non veniva insegnata nelle università (con qualche eccezione per gli strenui tentativi di Marco Zanuso al Politecnico di Milano e, prima di lui di Gio Ponti, senza che però la disciplina si chiamasse ancora così). Allora da dove ha assunto forza e sostanza l’intenzione della studiosa romana di dedicarvisi? Come ha scoperto che un oggetto ben progettato non ha meno valore di un quadro riuscito o di una buona architettura?
“È stato il design contemporaneo, quello dei maestri Radicali”, ci rivela, “la lettura di testi come quelli di Ettore Sottsass o di Bruno Munari, che mi hanno aperto a un altro sguardo”.
E allora “onore ai Radical”, tra i cui nomi di autori di testi fondamentali non possono mancare quelli dei due Alessandro, Guerriero e Mendini, e neppure quelli di Ugo La Pietra, che hanno saputo trasformare semplici oggetti, ritenuti banali, in un concentrato di pura poesia, senza alcuna discriminazione di genere né di disciplina, con magica Alchimia.