Tellegen: il riccio e l'arte delle relazioni

3 Novembre 2026

Alcuni anni fa avevo un amico che, quando andava a trovare qualcuno, se ne stava zitto per tutto il tempo della visita. Gli ospiti si chiedevano il perché di queste visite senza niente da dire, che generavano sentimenti di stupore e imbarazzo misti a irritazione. E, soprattutto, si industriavano di trovare argomenti di conversazione che spezzassero quel silenzio di piombo, tentativi che il visitatore muto minava programmaticamente, rispondendo a monosillabi. Sebbene nella vita fosse una persona del tutto ‘normale’, che studiava, aveva interessi e affetti, praticava sport, rimaneva un grande enigma questa sua vocazione a trasformarsi in pochi istanti in un portatore di silenzi spettrali, perfetta incarnazione della vanità di ogni conversazione, generatore di domande senza risposta.

Mi è tornato in mente leggendo Il dilemma del riccio, dello scrittore neerlandese Toon Tellegen, appena uscito nella collana Piccola Biblioteca Adelphi, tradotto da Laura Pignatti e corredato dalle eleganti illustrazioni al tratto di Annemarie van Haeringen. Tellegen in Italia è pubblicato da parecchi anni da diverse case editrici di libri per ragazzi in qualità di autore di letteratura per l’infanzia, quale in effetti è, sebbene abbia cominciato la propria carriera scrivendo per adulti. Le sue biografie raccontano che si sia avventurato a scrivere per lettori più piccoli per alleggerire l’angoscia procuratagli dalla sua professione di medico. E, in effetti, le storie di animali che in oltre quarant’anni ha messo insieme, e per le quali ha ricevuto una quantità di prestigiosi premi in tutto il mondo, sono quanto di più garbato, affettuoso, profondo, divertente, malinconico, spiazzante, felice e tenero si possa leggere oggi in commercio. Racconti in cui lettori e lettrici di tutte le età, dai più piccoli ai più grandi, potranno trovarsi descritti con stupefacente precisione e straordinari effetti comici e catartici. Insomma, se esistesse il genere letteratura terapeutica, la sua produzione letteraria gli apparterrebbe a pieno il titolo.

Il primo editore a pubblicare Tellegen in Italia è stato Feltrinelli Kids con due deliziosi libri: Lettere dello scoiattolo alla formica (2001) e Il compleanno della formica (2003), illustrati rispettivamente da Axel Scheffler e Kitty Crowther. Tellegen ha sempre avuto al proprio servizio i migliori illustratori, come Mance Post o Marc Boutavant, ai quali si devono rispettivamente la monumentale edizione Donzelli di Lettere dal bosco (2007) e Non sarai mica arrabbiato (Rizzoli 2011). In seguito, sono usciti per Sinnos Storie di animali per quattro stagioni (2018), illustrata da Sylvia Weve, e Il compleanno del tasso e altre storie con le tavole di Carll Cneut (Topipittori 2021). Nonostante il grande successo internazionale, in Italia Tellegen rimane un autore di nicchia, ristretto a un piccolo numero di ammiratori fedelissimi. Che dipenda dal fatto che Tellegen scrive racconti? I famigerati racconti, genere che da decenni leggende di marketing editoriale dichiarano invendibili? Che i suoi racconti non siano di immediata, facile e sicura banalizzazione? Sebbene sia stato paragonato a un ‘moderno Esopo’, in effetti non è così semplice trarre una morale dalle sue storie. Insomma, il rischio di chiedersi “cosa avrà voluto dire lo scrittore?” è piuttosto alto. E, si sa, dalle storie si pretende che i ragazzi debbano poter spremere contenuti positivi e messaggi edificanti.

Adelphi, però, a sorpresa, anziché pubblicare Il dilemma del riccio nella propria collana per ragazzi I cavoli a merenda, lo ha fatto uscire in una delle sue più conosciute e amate collane, la Piccola Biblioteca, destinata ad adulti. Personalmente approvo questa scelta, perché si sa, o almeno lo sappiamo noi che lavoriamo nel settore editoria per ragazzi, finché gli adulti non fanno proprio un autore, liberandolo dalle pastoie educative che ancora condizionano le scelte di scuole e famiglie, difficilmente sapranno trasmetterlo ai più piccoli, e riusciranno a leggerlo comprendendone il valore e la qualità letteraria. Insomma ai grandi, quando prendono un libro in mano, piace sentirsi dire a chiare lettere “Non è un Paese per bambini”.

Il brano di Il dilemma del riccio che mi ha rammentato i profondissimi silenzi del mio amico di cui parlavo qualche riga fa, si trova a pagina 98-99:

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Lo vide davanti alla porta. Sembrava esitare.
Il riccio aprì la finestra. «Sei venuto a trovarmi, tasso. Hai ricevuto il mio invito».
«Sì» rispose lui.
Poco dopo erano seduti al tavolo l’uno di fronte all’altro.
Il riccio versò il tè.
Il tasso girò a lungo il cucchiaino nella tazza e poi disse: «Non so di cosa parlare».
«Neanch’io» rispose il riccio.
«Di che cosa potremmo chiacchierare?».
«Non lo so».
«Di solito quando qualcuno viene a trovarti lo sai o lo sa l’ospite».
«Non viene mai nessuno a trovarmi».
Rimasero in silenzio per un bel pezzo.
Poi il tasso riprese a girare il cucchiaino nella tazza. «Ho paura che non parleremo di niente» disse.
«Già».
Il tasso si schiarì la voce e fece: «Ma non è tremendo, scusa? Significa che la mia visita è stata un fallimento».
Silenzio.
Il tasso disse che aveva una lista di cose di cui parlare, ma si era dimenticato di portarla e non ricordava più cosa ci fosse scritto.
«Dev’essere in un cassetto. Quando torno a casa la cerco. Ma sarà troppo tardi».
Il riccio annuì.
Il tasso smise per un istante di girare il tè e gli lanciò un’occhiata. «O magari vuoi che torni domani con la lista? È abbastanza lunga da fornirci ore di conversazione».
Il riccio non disse nulla. Non era sicuro di volere che tornasse il giorno dopo.
«Tu non ce l’hai, una lista così?» chiese il tasso.
«No».
«E come fai a sapere di cosa vuoi parlare?».
«Infatti non lo so».

Ignoro se il mio amico nascondesse in un cassetto una lista di cose di cui parlare, capace di fornire ore di conversazione durante le visite a cui si autoinvitava. Se l’aveva, non se ne è mai servito. Quanto al tasso, lascio scoprire al lettore come si concluda il suo meraviglioso incontro col riccio, direi esemplare, per temi e struttura, di questo imperdibile romanzo. Per ironia della sorte, e per una coerenza sottile che Tellegen stabilisce fra le molte storie di animali che ha sparpagliato per il mondo come lettere al vento, nel racconto Il compleanno del tasso, edito da Topipittori, il tasso per il giorno del proprio genetliaco invita tutti gli animali del bosco a casa propria, ma poi li lascia fuori dalla porta:

“Quando arrivarono gli invitati disse loro che non potevano entrare. Perché non conoscevano la sua casa e l'avrebbero trovata complicata. E poi non c'era niente da mangiare, perché la cucina di servizio, come lui la chiamava, era troppo lontana. Talmente lontana, che se fosse andato a prendere qualcosa lì, quando fosse tornato non sarebbe stato già più il suo compleanno. E in realtà dava per scontato che tutti avessero già mangiato a casa. E non c'era neanche la torta. Il tasso non la trovava necessaria, e non trovava neanche necessario trovare un motivo per trovarla necessaria.”

Il dilemma del riccio è un perfetto manuale di prossemica, scienza che studia i gesti, il comportamento, lo spazio e le distanze nella comunicazione verbale e non verbale. Fra le sue pagine, sebbene i protagonisti siano esclusivamente animali, vi si trova un inesauribile catalogo delle forme in cui sviluppa un incontro fra esseri umani. Ogni animale – ci troverete una cavalletta, un ippopotamo, una lumaca, un elefante, un luccio, una tartaruga, una balena, un rospo, un rinoceronte, un orso, una giraffa, una carpa, una medusa e poi giraffe, fagiani, civette, topi e molto altro – porta con sé nella tana del riccio una modalità di relazione in parte determinata dalla propria fisiologia e anatomia (stiamo parlando di un medico scrittore). Un ventaglio di comportamenti che va dall’invadenza alla timidezza, dall’arroganza all’insicurezza, dall’asocialità all’estroversione, dalla presunzione all’umiltà, dall’ingenuità alla diffidenza, dalla lentezza alla velocità, dalla distruttività all’ottimismo, dalla selvatichezza alla snobberia, dalla vergogna alla sfrontatezza, in un affresco di caratteri, atteggiamenti, sentimenti ritratti con ammirevoli esattezza e acume. Afflitto e al tempo stesso inorgoglito dalla presenza dei propri aculei, caratteristica fisica che gli procura un’altalenante disposizione ai rapporti col prossimo, il riccio, tuttavia, non incontra davvero i propri visitatori. Combattuto fra vocazione a difendersi e desiderio di socialità, li immagina soltanto, evocandoli a uno a uno, a seconda delle fantasie dettate dai propri stati d’animo, a seconda del momento e della giornata. Gli basta pensarli per ritrovarseli in carne e ossa sulla soglia di casa, pronti a metterlo in difficoltà nei più diversi modi.

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Toon Tellegen - Fotografia di axesjazzpower - Wikimedia Commons.

E questo è ciò che distingue questo libro dai precedenti di Tellegen, configurato sì come una collana di racconti, ma contenuta in un vero e proprio disegno romanzesco e non in una semplice cornice. Con le sue precedenti storie ha moltissimi punti in comune, naturalmente. Per dirne uno, oltre ai protagonisti animali, l’importanza della corrispondenza che gioca un ruolo fondamentale nel mondo di Tellegen. Perché questi animali praticano l’arte dei messaggi postali come pochi altri, scrivendosi l’un l’altro lettere toccate dalla grazia, dall’onestà e dalla comicità, per rivelarsi reciprocamente grandi verità sepolte sotto la fatica di comprendersi, in improvvisi slanci di sincerità e autonalisi. O anche, semplicemente, per invitarsi reciprocamente a tè e spuntini a base di torte di terra, miele, muschio, alghe, a seconda dei gusti e delle necessità alimentari.

All’inizio di questa storia, il riccio prende carta e penna mosso da una rivoluzionaria decisione: invitare a casa propria gli animali che vede scambiarsi visite con straordinaria facilità, cosa per cui si domanda quale problema gli impedisca di coltivare rapporti sociali. Oltre a fargli vivere una serie di immaginarie esperienze, questo gesto dirompente avrà il merito di fargli incontrare soprattutto se stesso, la propria solitudine, le proprie insicurezze, proiezioni, fantasie, paure, preoccupazioni, nevrosi vissute sotto le sembianze di ospiti più o meno desiderati, odiati, amati, respinti, agognati…

“Un giorno, verso la fine dell’autunno, il riccio era seduto davanti alla finestra e guardava fuori.
Era solo. Nessuno andava mai a trovarlo e, se per caso qualcuno passando da casa sua si ricordava: ah, ma qui non abita il riccio? e bussava alla porta, lui o dormiva o esitava così a lungo prima di aprire che ormai quel qualcuno se n’era già andato.
Premette il naso contro il vetro, chiuse gli occhi e pensò ai suoi conoscenti che si scambiavano visite di continuo, anche quando non era il compleanno di nessuno o non c’era alcun motivo di festeggiare. E se per una volta li invitassi io... pensò.
Non lo aveva mai fatto.
Riaprì gli occhi, si grattò tra gli aculei dietro la testa e, dopo avere meditato a lungo, scrisse una lettera:
Cari animali,
con la presente vi invito tutti a casa mia.
Mordicchiò la penna, si grattò di nuovo la testa e aggiunse:
Se però non viene nessuno, va bene lo stesso.
Aggrottò la fronte.
E se poi pensano: il riccio non vuole davvero che andiamo a trovarlo? oppure: andiamo subito prima che cambi idea... lui cambia sempre idea.
Non so, si disse.
Ripose la lettera nel cassetto della credenza e scosse la testa. Non la spedisco. Non ancora.”

Io vi suggerisco di far al più presto una visita al riccio, che riceviate o no un invito ufficiale. Non ve ne pentirete.

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