Al fondo di tutte le storie: I lupi di Willoughby Chase 

30 Novembre 2023

Lo ammetto, non conoscevo Joan Aiken prima che Adelphi pubblicasse I lupi di Willoughby Chase (2023, trad. di Irene Bulla, illustrazioni di Pat Marriot). D’altra parte, come scrive Brian Phillips nella bella postfazione al romanzo (da un articolo uscito su The New Yorker nel 2018), illuminante per comprendere alcuni aspetti dell’opera e della personalità dell’autrice, nemmeno nel mondo anglosassone, eccetto forse che in Inghilterra, i libri di Aiken oggi sono molto noti. È un peccato perché, leggendo questa storia, pubblicata nel 1962 e che portò al successo la scrittrice, mi sono divertita e mi sono lasciata prendere dal racconto facendo, per finirlo, tarda notte. Mi sono anche fatta l’idea che possa piacere molto ai ragazzi e in genere ai lettori con la testa abbastanza sgombra da snobismi da amare opere amabilmente balzane e imperfette. 

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I ragazzi sicuramente questo tipo di opere le comprendono, per esempio apprezzano gli scrittori che non si dilungano in descrizioni estenuanti e che non pensano che una trama debba estendersi all’infinito, al limite della logorrea, per generare suspence.

Si dice che i bambini siano conservatori, non so se sia vero. Sicuramente sono esseri antichi, anche solo per il fatto di essere appena usciti dal senza tempo di prima della nascita, e nella contemporaneità hanno vissuto meno di noi. Non si sente che parlare di nativi digitali, generazioni punto zero, ma io, quando osservo bambini e bambine, penso sempre a quanto poco siano moderni. Basta guardare come cadono, mani e piedi, dentro le fiabe (se intorno hanno adulti abbastanza intelligenti da leggergliele), e riconoscano subito come cose proprie orchi, streghe, lupi, boschi intricati, animali parlanti, vascelli, castelli, orfani, re e regine, tempeste, tesori e, insomma, tutto l’armamentario che ci ha incantati quando eravamo piccoli e appassionati di storie terribili e luminose. 

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Gli scrittori britannici che, non per niente, la letteratura per ragazzi l’hanno inventata, di questo sono perfettamente al corrente e non sembrano imbarazzati dal rischio di apparire retrogradi. Infatti, a tutt’oggi danno felicemente fondo a tutti quelli che Brian Phillips definisce cliché letterari, ma che si potrebbero chiamare anche archetipi, considerata la longevità che li contraddistingue, e il modo in cui si agitano sul fondo di tutte le storie, fin dall’antichità.

Joan Aiken appartiene a pieno titolo a questa tradizione, ma il modo in cui inzeppa le sue pagine di fiabesco e topoi romanzeschi ha qualcosa di straordinario. Lo fa come un pasticcere che non tema una torta troppo decorata (tipica preoccupazione adulta), invitando i giovani lettori a un’orgia di piaceri e divertimento, paura e suspence, sollievo e sfrenatezza. Se nevica, non si tratta di una normale nevicata, ma di una vera e propria glaciazione attraversata da creature selvagge pronte a divorare tutti gli incauti che si avventurano nei boschi privi di carabine e moschetti. Se si sale su un treno, è per viaggiare quarantotto ore, in un gelido inverno, soli e pieni di malinconia per ciò che si è lasciato. Se si è malati, lo si è rigorosamente sull’orlo del decesso, scampato sempre grazie a tempestive e imprevedibili cure da parte di mani premurose. Se una governante è buona, lo è come solo un angelo del Paradiso sa dimostrarlo, apparecchiando deschi di vivande sublimi e lettini caldi ammantati di coperte morbidissime per sonni d’oro; ma se è cattiva, la sua crudeltà non ha limite ed è riconoscibile come quella, tristemente realistica, di un aguzzino di carcere o di campo di concentramento. Se un ragazzo è selvaggio, è sveglio e nobile d’animo come Mowgli o Robin Hood, armato di generosità, ma anche di arco e frecce. Se le protagoniste sono bambine, sono avventurose ma piene di grazia, resistenti ma sensibili, coraggiose ma sagge, eleganti ma pronte a indossare abiti poveri e maschili (la Aiken, scrittrice pragmatica che ama andare al punto e gratificare il lettore senza attardarsi in compiaciuti manierismi, adora tuttavia descrivere i capi di abbigliamento delle sue protagoniste e scendere in dettagli deliziosi a proposito di colori intonati, tessuti, gale e trine, cosa che fa pensare immaginasse di avere molte ragazzine fra i suoi lettori).

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Ci sono cibi così perfetti in sé che si gustano anche quando la cucina non è impeccabile, motivi musicali così profondi e geniali che commuovono alle lacrime anche se si sentono eseguiti all’angolo di una strada da un musicante dotato, ma che non ha evidentemente terminato gli studi. 

I bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi che sanno perfettamente riconoscere quali sono le priorità soddisfatte da un buon romanzo, un buon film, una buona canzone, credo sappiano godere con passione di storie come quella dei Lupi di Willoughby Chase che nella sua frivola propensione a intrigare il lettore con tutti i mezzi possibili di una narrazione avvincente, la cosa più importante che fa, alla fine, è raccontare al lettore della lotta misteriosa fra Bene e Male e della presenza del dolore e della gioia che la vita non si fa scrupoli di intessere in tutte le storie, vere e inventate, degli esseri umani.

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