Un’antropologia del contatto
Nato nel 1869, il mio bisnonno attendeva la cartolina che gli portava notizie di suo figlio finanziere che viveva sul Lago Maggiore. L’attendeva seduto sulla sedia a dondolo che si era portato dall’America, all’ombra del gelso nella casa di campagna, in Irpinia. Era la fine degli anni ’50 del ‘900. Filippo, l’ufficiale postale, arrivava in groppa a un’asina. Era invalido di guerra e il posto alla Posta lo aveva avuto perché la tragedia bellica gli era costata una gamba. Portava il suo problema con dignità e vestiva in modo elegante per quei luoghi. Salutava il bisnonno Basilio e gli consegnava la cartolina, sedendosi su uno scanno e leggendogli il testo. Ha funzionato il filo, oggi, diceva il bisnonno, convinto com’era che un filo teso dal luogo dove era il figlio Antonio fino alla sede della posta di Carpignano portasse la cartolina. La teneva in mano accarezzandola come se accarezzasse il figlio, per poi riporla nella tasca larga della camiciola, al lato opposto a quello dove teneva il suo orologio d’oro. Così mio figlio lo tengo sul petto al lato del cuore, diceva, sorridendo.
Aveva sentito notizie del figlio; si era sentito con lui attraverso le parole scritte sulla cartolina; si sentiva contento che stesse bene; sentiva l’affetto del figlio e il suo per lui; sentiva così che i suoi anni erano stati spesi bene; sentiva il piacere di toccare la cartolina che il figlio aveva toccato scrivendola e incollando il francobollo.
Per capire le riconfigurazioni che lo smartphone, il digitale e l’intelligenza artificiale producono nell’evoluzione delle nostre vite, il metro di paragone più appropriato è l’origine della scrittura, risalente a circa seimila anni fa, o l’avvento del comportamento simbolico che si stima essere avvenuto circa duecentoquarantamila o duecentosessantamila anni orsono? O, ancor meglio, è il corpo-cervello-mente di noi umani che mediante le relazioni si individua e che costituisce il primo, radicale, mediatore tra noi, gli altri e il mondo? Quel corpo è il fattore di continuità nella differenza profonda tra la cartolina del mio bisnonno e lo smartphone. La potenza mediatrice è del tutto diversa. E allo stesso tempo sempre di mediazione si tratta. Uno dei limiti più importanti delle analisi che si conducono sull’era digitale, sull’intelligenza artificiale e sullo smartphone, riguarda il dualismo o l’ambivalenza tra gli esseri umani, la nostra storia evolutiva e la tecnica. Il libro di Balbi e Cerulo Sentirsi. Un’antropologia dello smartphone (il Mulino, 2026) è tutto impostato sul concetto di ambivalenza: una specie di filo rosso con cui gli autori ritengono di individuare una chiave di lettura del rapporto tra noi e quello che è diventato lo smartphone. Vediamo, però, se le cose stanno così, o non sia piuttosto l’ambiguità la chiave di lettura più appropriata. È prima di tutto necessario chiarire che l’ambivalenza non è l’ambiguità. Mentre l’ambivalenza pone a confronto due aspetti separati e separabili di un fenomeno che possono valere alternativamente, l’ambiguità è costitutiva e non scioglibile e indica aspetti agglutinati di un fenomeno che non possono darsi gli uni senza gli altri, pena il non darsi del fenomeno. L’ambivalenza riguarda confini che si alternano, l’ambiguità margini intrecciati e combinati che coesistono perché il fenomeno esista. L’altra questione che caratterizza il percorso dell’analisi di Balbi e Cerulo è una visione cognitivista della tecnica basata ancora una volta su una separazione: di qua l’umano e di là la tecnica con la sua ambivalenza. Da quando un nostro antenato che andava a caccia a mani nude ha intuito di potenziare le mani con un bastone, il cervello-corpo di quell’umano non è più stato quello di prima. Ogni invenzione tecnica non se ne sta “là fuori”, ma trasforma il cervello-corpo e, quindi, la mente dell’inventore, in ragione della neuroplasticità, dell’epigenesi e dell’apprendimento. Insomma tra noi e la tecnica non c’è il confine così tanto evocato ma, come ha evidenziato con un contributo irrinunciabile Vittorio Gallese, ogni tecnica svolge una funzione di mediazione tra noi e il mondo e in quella circolarità ricorsiva tutto cambia, più o meno intensamente [Vittorio Gallese, Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026]. Oltre ogni confine, si tratta di domandarsi da dove cominciamo ad essere noi stessi e, soprattutto, da dove ricominciamo ogni volta, da quando siamo diventati animali simbolici, all’avvento della scrittura, e a quello dello smartphone.

Siamo così sicuri di cominciare e finire dove comincia e finisce la nostra pelle? Forse la pelle è solo, si fa per dire, una funzione mediatrice tra noi e il mondo, o una finzione, fonte di un gioco del “come se” noi fossimo bastanti a noi stessi, chiusi nella nostra consistenza. E se quel confine protettivo che, per fortuna, è la nostra pelle, fosse l’inizio di noi stessi? Il luogo dove cominciamo ad essere quello che siamo e diventiamo? Scoprendo che per essere bisogna divenire e che per divenire ci vogliono gli altri e il mondo con la mediazione tecnologica, senza la quale non saremmo la specie che siamo. Miserie di homo, che, divenuto sapiens, ha pensato di poter bastare a sé stesso. Non solo, ma di essere padrone di tutte le cose. Non si può neppure dire che era meglio prima dell’avvento del comportamento simbolico, quando pensavamo e basta; quando vivevamo e morivamo e basta; quando sapevamo e basta. Perché forse desideriamo come nient’altro vivere sapendo di vivere, sapere sapendo riflettere sul sapere; forse un poco meno, ma chissà, morire sapendo di morire. Avremmo avuto la cultura, l’arte nelle sue molteplici espressioni, e la scienza, senza sentire di sentire, sapere di sapere, morire sapendo di dover morire? Nessuno lo sa. Gilles Deleuze associa decisamente l’atto di creazione alla morte, ad esempio [G. Deleuze, Che cos’è l’atto di creazione?, Cronopio, Napoli, 2026].

Se questa è la questione, non certo riducibile a prime essenziali scoperte scientifiche che ci aiutano a comprendere chi siamo e come siamo fatti, oltre le letture moralistiche e ideologiche, oggi possiamo capirci un poco meglio proprio grazie a quelle scoperte. L’atto creativo della scienza è tale proprio perché sa segnare un punto di morte, in cui decade un ostacolo a capire che era fino ad allora una condizione che si proponeva con effetto di verità. Emerge in questi anni una inedita grammatica di noi stessi. Si potrebbe reagire difensivamente dicendo: ma come? L’esperienza estetica e la creatività dipendono e derivano dal corpo? E la poesia, poi? Oppure: la relazione precede l’individuo, non solo, ma l’individuo, cioè l’indivisibile, non esiste se non come esito della relazione in cui ognuno di noi diventa sé stesso? Ma io sono io, e voi non siete…! Citando il marchese del Grillo di sordiana memoria. Eppure …di contro-intuizione si vive; di senso comune si muore. Una certa letteratura sembra fermarsi proprio lì, a descrizioni di senso comune di quello che accade e ci definisce e ridefinisce.
L’io è una federazione di istanze. Per nulla bastante a sé stesso. Poroso e cangiante. Inquietante, vero? Eppure sempre più verificato dalla ricerca scientifica. Niente paura! Ognuno è in buona misura sé stesso. La questione è come lo diventa, e non una volta per tutte, magari nell’infanzia, ma come continua a diventarlo per tutta la vita, ed è perché lo diventa che continua ad essere vivo. Si pensi ai vantaggi. Secondo la teoria della mente (ToM) l’altro per noi sarebbe un problema da risolvere: come facciamo a capirlo? Come facciamo a sentire quello che sente e pensa? Un vero e proprio mistero, da cercare di risolvere costruendo una complicata e insoddisfacente rappresentazione, una teoria della mente dell’atro.
E se dicessimo che le cose non stanno così? Che, come mostra un neuroscienzato, Francisco J. Varela, la rappresentazione non esiste? [F. J. Varela, Scienza e tecnologia, Hopefumonster, Firenze 1987]. Noi siamo in rapporto di accoppiamento strutturale con gli altri e il mondo e in quel rapporto emerge quello che siamo. Ecco, la tecnologia, smartphone compreso, è un mediatore del nostro accoppiamento strutturale con il mondo e, come tale, ci penetra e trasforma in quanto lo incorporiamo e non possiamo non farlo. È perciò ambigua e non ambivalente la sua funzione nelle nostre vite. Solo partendo da questo riconoscimento possiamo immaginare di comprendere quello che diventiamo usandolo e cercare di far prevalere gli usi emancipativi rispetto a quelli mortificanti.

Balbi e Cerulo fanno bene, in tal senso, a chiamare in causa la polisemia del verbo “sentire” e, in particolare fin dal titolo, della sua forma riflessiva. Sentire è avvertire nel senso del tatto, segnalano gli autori; è venire a sapere qualcosa; sentirsi non è solo telefonare ma anche percepirsi, sapere di essere al mondo; è anche un indicatore di sofferenza fisica che associa sentior a patior. “È questo forse l’obiettivo più ambizioso del libro: capire come e perché gioiamo e soffriamo a causa di quello che sentiamo, vediamo, leggiamo sullo smartphone. Interpretare lo smartphone come macchina delle emozioni”. Ecco, questa sarebbe stata la via da seguire. Le emozioni sono corpo in relazione nei contesti della vita e non solo manifestazioni sociologiche, oggetto di un approccio solo descrittivo. Sia il testo che le ben ventidue pagine di bibliografia ragionata, indubbiamente un contributo importante, descrivono con uno stile chiaro e quasi etnografico quello che facciamo con lo smartphone. Ma lo smartphone non è solo un medium mobile e tascabile (p. 22); è un mediatore corporeo digitale, perciò ambiguo, che si porta il corpo-cervello-mente nel virtuale. Virtuale che non nasce con lo smartphone ma è proprio della specie simbolica che siamo, da quando lo siamo diventati. Principalmente perché da allora non esiste più per noi la cosa in sé. Né siamo in grado di dire come fosse prima e come si sia realizzato e quanto tempo abbia richiesto l’accesso al comportamento simbolico. Il testo di Balbi e Cerulo si sviluppa, coerentemente con l’approccio scelto, descrivendo la vita quotidiana con lo smartphone dalla sveglia al momento di addormentarsi; dal muoversi al rimanere da soli con sé stessi; dall’amarsi all’odiarsi; dall’odiare lo strumento, ma usarlo. L’odio non è il contrario dell’amore, con cui è costitutivamente agglutinato.
Se si esce dall’ambivalenza e si riconosce l’ambiguità si smette di guardare l’oggetto tecnico da fuori e si riconoscono le implicazioni del pur citato “oggetto transizionale” (p. 45), valorizzando così il costrutto decisivo di Donald Winnicott, peraltro non citato nel testo. Allo stesso tempo è necessario riconoscere l’interdipendenza ricorsiva uomo-macchina: sostenere che con lo smartphone è la macchina che “dirige il gioco” (p.46), vuol dire insistere a ragionare per alternanze e ambivalenze. Significa cioè perpetuare un paradigma meccanicistico che ragiona per enti e non per relazioni tra enti. Se si tratta di un gioco, l’unità di analisi è data dalle relazioni e non dagli enti: è la mediazione che intervenie nella relazione costitutiva tra essere umano e tecnologia il luogo dove guardare per cercare di capire e tentare di individuare vie di emancipazione e libertà nell’era digitale. Del resto era nella relazione tra il mio bisnonno e suo figlio che svolgeva la sua funzione di mediazione la cartolina.
In copertina, fotografia di Camilo Jimenez - Unsplash.