Cortina 1956: cartoline olimpiche
Nel “Cronorifugio” immaginato da Georgi Gospodinov, davanti alla scelta offerta a ciascuna nazione europea di scegliersi un decennio nel quale vivere in modo permanente, gli italiani votano a maggioranza, in un referendum, gli anni Sessanta. La promessa di quel decennio è tutta nelle foto a colori in cui occhieggiano, un po’ accecanti, le spiagge come le piste da sci, le linee sinuose del fondovalle di Cortina, le villette disposte a sud con i bovindi dietro ai quali gli italiani benestanti avrebbero celebrato, nel decennio a venire, la prosperità raggiunta. Le Olimpiadi del 1956 si tennero sulla soglia di quell’epoca, qualche anno prima del mitologico culmine del boom, il 1963, ma già sufficientemente dentro il dopoguerra da incarnarne tutta la promessa. L’ossessione italiana verso la nostalgia, che ovviamente è una cosa molto diversa dalla memoria, mancando di ogni pretesa di lucidità e oggettività, è la cosa in cui più mi riconosco quando guardo alle immagini di La strada per Cortina, mostra fotografica che attraverso l’Archivio Publifoto celebra il 1956 a settant’anni di distanza, durante i Giochi del 2026 che per la seconda volta sono stati accolti dalle Dolomiti, stavolta in condivisione con Milano e altre località dell’arco alpino.
Una mostra che riguarda casa mia, inteso il paese dove sono cresciuto: in teoria, dovrei essere poco attratto dalle immagini di un paese che già mi è noto visivamente. Dovrei essere molto più incuriosito da luoghi remoti. “Sono talmente tanti i posti dove non sono”, scrive Gospodinov: “non sono a Napoli, a Tangeri, Coimbra, Lisbona, New York, Jambol e Istanbul. Non solo non ci sono, ma non ci sono dolorosamente. Non sono in un piovoso pomeriggio a Londra, non sono nel baccano di Madrid la sera, non sono a Brooklyn in autunno, non sono nelle domenicali strade deserte a Sofia o a Torino, nel silenzio di una cittadina bulgara del 1978... Talmente tante volte non ci sono. Il mondo è sovraffollato dalla mia assenza. La vita sta là, dove io non sono. Dovunque io sia...”. Soprattutto, aggiunge l’autore bulgaro dopo queste righe angoscianti e splendide dedicate all’iperattività e all’irrequietezza di noi moderni, sono così tanti i momenti storici in cui non sono, in cui sento con violenza la mia assenza.
Non ho potuto esserci e vedere di persona – ma vedo attraverso le immagini della mostra – il vigile urbano che cerca di dare indicazioni al delegato giapponese, davanti alla vecchia Casa del Comune, con effigiati gli stemmi delle famiglie locali, che per secoli avevano assistito al massimo all’andirivieni degli ampezzani, e a qualche rarissimo, sparuto funzionario asburgico, e che ora assistevano al melting pot olimpico. Vedo le pecorelle al pascolo sotto il Trampolino Italia, a Zuel, segno di raccordo tra il paese di ieri e quello di oggi. La signora impellicciata, ritratta di spalle, che posa con le scarpe col tacco, intramontabili nella loro inadeguatezza sulla neve ghiacciata. Il famoso orso in costume che girava su Corso Italia sotto quintali di neve, per le foto con i bambini. Quell’operaio che spala la terra, in mano un badile e in testa un cappello tirolese con la cordicella, proprio davanti ai cinque cerchi, con uno sguardo comicamente furioso che dice oggi come ieri a chi lo ritrae: vuoi venire a farla tu, la fatica? E poi, allargando un po’ lo sguardo, la continuità paesana e olimpica negli spazi aperti: nella cerimonia di inaugurazione, pochi metri più in là rispetto all’assieparsi della folla internazionale, già cominciavano i tetti spioventi di quel toulà, il fienile rustico ampezzano, di quel balcone aggettante, di quell’orto ora ghiacciato.
Ho rivisto, uguali a sé stesse, almeno loro, le montagne ampezzane, particolarmente il Pomagagnon, a fare da quinta alle foto, anzi, per dirla alla Riccardo Falcinelli, da repoussoir, cioè quel dispositivo che, nelle fotografie come nei quadri, “spinge” lo sguardo e l’attenzione al centro dell’immagine: “ma la cosa affascinante è che quelli che usano il repoussoir sono molti di più di quelli che ne conoscono il nome. I processi creativi non sono il risultato esclusivo della consapevolezza, contribuiscono pulsioni inconsce e memorie culturali che decantano in modo inavvertito. Non c’è bisogno che Spielberg conosca la pittura del Seicento, quella logica è già depositata nella fantasia di ogni regista del XX secolo senza che lui ne sia per forza cosciente”. E dunque i fotografi milanesi, romani, parigini venuti ai piedi delle Tofane non avevano bisogno di tenere in mente i vedutisti che nel Sette e Ottocento avevano per primi raffigurato la valle d’Ampezzo e usato le montagne come repoussoir della scena: nei loro scatti, la inquadrano proprio come i loro antenati. Solo che al posto di una gerla e di un’arfa (l’essiccatoio ampezzano per il fieno e i legumi) ci sono le insegne della Cinzano, della Philips e della Esso.
Da Falcinelli anche traggo una domanda, più che un’analisi, riguardo a queste immagini. Che cosa guardavano, gli italiani del 1956? Che cosa vedevano? A cosa era abituato il loro sguardo? Le Alpi, come insegna Marco Armiero in Le montagne della patria, erano entrate nell’immaginario nazionale in tempi relativamente recenti: essenzialmente con la Prima Guerra Mondiale. E non perché prima non circolassero fotografie e illustrazioni relative all’arco alpino, ma perché lo sforzo di appropriazione simbolica, l’immissione di significato in quella cosa chiamata confine, spinge gli italiani di allora a considerare finalmente le Alpi qualcosa di familiare. Ne segue il turismo invernale. È allora che si produce la panoplia di manifesti e poster e volantini dei vari Lenhart, Pellegrini, Gios, Puppo e perfino Depero. Le Olimpiadi offrivano però adesso un’occasione ulteriore. C’era la neve e l’inverno e il villaggio alpino idilliaco e oleografico; c’era l’Italia al suo riscatto internazionale, l’Italia rinnovata degasperiana alla prova del ritorno sulla scena, riassunta negli Alpini che fanno la corsetta mattutina a Misurina. Ma soprattutto c’era il mondo nuovo, che entrava di prepotenza e si metteva in relazione con gli elementi precedenti: la televisione, le Fiat 600, i palazzi disegnati da Gellner, le centraliniste solerti che infilavano gli spinotti nei quadri, i radiotelegrafisti e i reporter che fumavano compulsivamente mentre battevano alle telescriventi i pezzi da mandare in redazione; i torpedoni e il furgoncini dei medicinali con le linee bombate e le tinte argentate come piccole astronavi; le nuove tecnologie degli sport invernali (sci, pattini, racchette, guanti tecnici); i cronometristi, le antenne, le macchine fotografiche, le radioline, i cartelloni pubblicitari, e infine le bandiere degli Stati che per la prima volta in assoluto venivano innalzate ufficialmente al di qua del confine non per qualche invasione o guerra, ma per un evento sportivo proverbialmente pacifico.
Che cosa manca, infine, in queste immagini? Quasi tutto. Non solo per la scelta esplicita, e felicissima, di chi ha curato la mostra, di escludere le fotografie delle competizioni, per evitare l’effetto del “già visto” che ci ha un po’ tormentati in questi anni di attesa olimpica. C’è anche una ragione strutturale, più “a monte”, quando gli obiettivi hanno inquadrato, messo a fuoco e scattato. Come accade sempre nella raffigurazione, ciò che si vede è quel poco che resta dopo una selezione serrata, a togliere. Il fotografo ha scelto e scartato. Dunque ci ha nascosto la gran parte della scena e della storia. Ma non è una delusione, a pensarci; è un invito alla scoperta. Altrimenti, a cosa servirebbe parlare di “dietro le quinte”? Mancano quindi le imprecazioni e le sicure lamentele dei locali di allora; mancano i bar degli alberghi con in sottofondo Che bambola di Buscaglione e Renato Carosone con Tu vuo’ fa’ l’Americano; mancano gli imprevisti radiotelevisivi sottolineati dai prevedibili accidenti in romanesco degli operatori Rai; i momenti conviviali, le cene chissà se lugubri o allegre delle squadre nazionali, specie quelle dei paesi totalitari, come l’Unione Sovietica, che aveva relegato la propria delegazione nel più remoto degli alberghi ampezzani, il Tre Croci, con la proverbiale diffidenza della Russia comunista (quasi ci manca, rispetto alla proverbiale prepotenza violenta della Russia putiniana…): cosa si saranno detti, lontano dall’obiettivo, gli atleti di allora?
Ho cercato infine, nelle fotografie, uno scorcio della mia via, della casa in cui sono cresciuto, dal 1985. Non l’ho trovata, ma ho comunque immaginato, con Gospodinov, di atterrare con la macchina del tempo in una sera del 1956 di fronte alle finestre dell’edificio che trent’anni dopo, rimesso a nuovo, avrebbe ospitato la mia famiglia. Ho immaginato di sbirciare dalle finestre illuminate, misurando con un brivido il tempo lungo che doveva passare – tre decenni – al nostro arrivo, dei miei genitori e di me, in quella casa. La casa è la stessa, i muri almeno. Cortina è la stessa, la toponomastica, le strade, la circonvallazione, gli edifici principali. Eppure è anche irrimediabilmente, un’altra. E le fotografie, più che rendere vicini questi due momenti del tempo, sembrano allontanarli, tenerli distanti, altri, sinistramente remoti.