Emanuele Coccia e l’amore moderno
Emanuele Coccia è tornato in libreria con un saggio per Einaudi dal titolo: Il continente ignoto. Lo accompagna un sottotitolo impegnativo, che è: Filosofia dell’amore moderno. Mentre atterra da noi, il libro approda anche in Francia con Flammarion, che titola: Traité de l’amour moderne.
Per la doppia uscita, per le duecento pagine che lo compongono, ma fin dall’incipit – «La diagnosi è chiara e non lascia spazio a dubbi. Ne parlano cronache e romanzi. Lo confermano saggi e resoconti statistici. È diventato l’oggetto privilegiato degli almanacchi bizantini della sociologia, dell’antropologia, del giornalismo contemporanei» – è chiaro che questo libro nasce da un intento grandioso: spiegare una volta per tutte come mai l’amore è divenuto, senza che neppure ce ne siamo accorti, il protagonista del dibattito culturale e intellettuale.
Nelle prime pagine, l’autore si propone di tirare le fila del discorso, per guardare all’innesco di questo movimento che ci ha resi – ciascuno col lessico e coi sistemi delle sue discipline – appassionati nella risoluzione del rebus che riguarda ora i modi in cui dovremmo amare, ora il significato dell’amore. Ma se questo sforzo è all’altezza dell’oggi, della complessità e della velocità che incarniamo, è forse perché: «l’amore è il luogo di questo strano ritardo cognitivo: la tradizione è possibile solo quando l’esperienza si è già consumata». Detto in altre parole, l’amore è un enigma perché sfugge a quelle categorie e classificazioni che consentono di prendere un’esperienza e di trasformarla in una scienza, quindi di costruirci intorno un sapere stabile, trasmissibile, replicabile. Ci troviamo nel brillante capitolo Sono solo canzonette. Qualche riga dopo Coccia aggiunge: «l’amore è un tormento, e ne facciamo un tormentone». Sta dicendo che, in un certo senso, non è un caso se spesso la canzone è una canzone d’amore, perché solo il materiale semplice e ritmico del canto è in grado di esprimere l’avventura ricorrente ma non insegnabile dell’amore – un’esperienza che, e questo è Coccia che cita Tina Turner, è: «sempre di seconda mano».
Quando amiamo, siamo esattamente nella condizione in cui altri sono stati o in cui sono ora, ma non siamo in grado di imparare alcunché né da loro, né dai nostri stessi errori. Si tratta – l’amore – di una dimensione assoluta, non standardizzabile, radicalmente situata nel presente di chi la attraversa. Tutti hanno già vissuto un amore simile al nostro, ma nessuno in noi e nessuno come noi. Ecco perché, più in generale, l’amore è la smisurata terra non mappata di un «continente ignoto», una parte della vita di cui parliamo continuamente e rispetto alla quale, però, non esistono esperti e siamo tutti assoluti principianti.
A questo punto del libro ci troviamo nella seconda parte di quattro: Le metamorfosi del cosmo, Le metamorfosi dell’io, I due amori, L’amore moderno.
Per chi segue il pensiero e la penna di Coccia da tempo, il richiamo alle “metamorfosi” non passa inosservato. Non solo è il titolo di un suo saggio, uscito nel 2022 sempre per Einaudi, ma è anche la descrizione di una dinamica che innerva lo stile e il pensiero dell’autore: il suo sguardo spesso si concentra sulla visione caleidoscopica di qualcosa che può assumere aspetti assai diversi e perciò sfugge al senso comune. Il filosofo si interroga sull’apparente scandalo di un oggetto che ha una certa forma ma può passare ad assumerne un’altra. In una chiave più schematica e meno figurata, la sua ricerca sembra ruotare intorno al fascino delle categorie contraddittorie, che ospitano al loro interno molteplici spiegazioni, definizioni, apparenze. Che siano le piante, la casa, la pubblicità o la moda, a Coccia pare interessare la metafisica che sostiene e rende possibile il travestimento di una cosa nell’altra. Così finisce spesso per mostrare che laddove sembra esserci una contraddizione c’è invece sempre e solo la complessità di una dialettica ignorata, fraintesa o rimossa. Dal punto di vista, allora, di un’indagine inesausta sulla metamorfosi, l’amore deve essere stata una tentazione irresistibile.
A proposito di contraddizioni, infatti, il discorso filosofico sull’amore si è reso spesso scivoloso rifiutando di approfondire quell’apparente incongruenza che è la natura economica dell’amore: se non siamo riusciti a definire l’amore o a renderlo un ambito della conoscenza, magari, è perché abbiamo rifiutato l’idea che fosse misurabile, che attenesse alle cose, che fosse un oggetto del mondo tra gli altri. Emanuele Coccia, invece, nel suo libro, guarda dritto proprio in questa direzione, dove una cosa, l’amore, ha iniziato a prendere la forma dell’altra, l’economia, e a confondersi con essa: «l’errore è stato negare che l’amore sia un fatto economico e che l’economia sia, in profondità, soprattutto un fatto d’amore».

Ma non solo. «La coincidenza di economia e amore disegna una opportunità storica inaudita: a causa di essa ogni trasformazione della vita erotica può disinnescare quella della vita economica e viceversa».
Ed ecco che, per questa tortuosa strada, si arriva a rispondere alla domanda centrale di Filosofia dell’amore moderno. Ripetiamola: come mai l’amore è diventato, senza che neppure ce ne siamo accorti, il protagonista assoluto del dibattito culturale e intellettuale?
Se, nella vulgata corrente, siamo entrati nella modernità grazie allo sviluppo di nuovi modelli di conoscenza, oppure, secondo la scuola di Bruno Latour, abbiamo iniziato a essere moderni quando un solo paradigma di politica e cultura si è imposto su tutti gli altri con una violenta sfrontatezza, Coccia mostra una terza via, che poi è la tesi più dirompente sulla quale si fonda Il continente ignoto. Può essere che, come ha sostenuto coi suoi studi Charles Taylor, la modernità sia sorta, invece, prima di tutto con l’affermarsi di una nuova moralità.
In pratica, saremmo diventati moderni quando abbiamo cominciato a realizzare che: «la felicità è innanzitutto immaginata come una dimensione artificiale», quindi, spiega Coccia, «il bene che rende migliore l’individuo a cui si apre è un artefatto, che deve dunque essere prodotto, fabbricato pezzo per pezzo. Proprio per questo esso, non gli preesiste, non è già presente in natura come un dato, non è parte di un cosmo già costituito e non è quindi mai accessibile o conoscibile sotto la forma di un dovere, di un’obbligazione, di una norma scritta nella ragione».
L’amore, nell’epoca moderna, è diventato così importante, perché è stato trasformato nella misura socialmente riconosciuta di quanto riusciamo a essere realizzati o felici. L’ha fatto in forma di lavoro, nell’istituzione del matrimonio, oppure in forma di economia, nella garanzia della famiglia.
La prima sezione del saggio ha proprio la funzione di accompagnarci a capire il modo certosino e commovente in cui gli esseri umani hanno saputo trasformare per sempre il significato del lavoro, innestando lo sforzo di costruire il mondo sull’idea di una forza amorosa che è in grado di modificare la realtà: se nell’antichità classica il compito di lavorare era demandato agli schiavi e anche il giudaismo dell’Antico Testamento ha sostenuto questa condanna del fare rispetto all’essere, sono stati i monaci a invertire la tendenza, a suggerire una civiltà diversa. «Riflettendo sulla banalità del bene, l’economia ha costituito in Occidente una sorta di dottrina dell’amore nascosta e implicita. Quella che chiamiamo economia è stata innanzitutto e per lo più un immane progetto erotico di amore per il mondo, nelle sue dimensioni più infime, materiali, umili, banali».
Per Coccia le città sono, per esempio: «amore allo stato fossile». L’esercizio di una dedizione che si spinge sempre dal passato verso il futuro. Se godiamo di reti fognarie, strade, ponti da attraversare, gallerie o uffici pubblici, questo progresso non è solo il frutto di un’intelligenza strategica, è una prova tangibile di amore, talmente connaturata al panorama intorno a noi da essere oramai perfettamente invisibile. Se l’economia è diventata un esercizio di amore, al tempo stesso l’amore è diventato una pratica economica, una forza imbrigliata, regolata, ammaestrata per finire nelle cose e dare un aspetto abitabile alla Terra.
«L’amore tiene insieme tutta la galassia»: nel 2016, in un intervento al Festival Internazionale della Filosofia del Contemporaneo di Ancora, Popsophia, Emanuele Coccia storpiava volutamente questa frase del personaggio di Star Wars Obi-Wan Kenobi – l’originale non ha per soggetto l’amore, ma la forza. Lo faceva per dire due cose. La prima riguarda la potenza del pensiero filosofico, che può ricamare anche a partire da un refuso, da un errore (e quindi non esiste solo nella forma, spesso imbalsamata, del trattato). La seconda è una specie di anticipazione di Il continente ignoto: «l’unica forza unificatrice non può essere che l’amore, il desiderio arbitrario e ingiustificato che unisce due enti». Tutto il suo lavoro del saggio sta nello sforzo di articolare questa affermazione e darle la possibilità di spiegare perché ci importa tanto amare e essere amati.
Al di là della tesi sulla nascita della modernità, che a mio avviso è la zona più rivoluzionaria e originale del saggio, il volume del libro è altissimo: tra una pagina e l’altra si trovano molte buone idee che, a partire dall’argomento principale, si spingono anche molto lontano – per esempio l’intuizione che ci sia uno «scarto irreparabile tra liberazione e felicità» e che quindi una società molto critica, come la nostra, sia più forte nel produrre soluzioni per la prima che proposte per la seconda.
Le ultime note di Coccia, nelle conclusioni, ci spingono a guardare nel futuro, e a immaginare come se la caverà un’«economia-famiglia post-genealogica» che smetta finalmente di negare o di temere il nesso tra l’amore e la produzione economica della felicità.