Philip Roth e il sionismo

11 Giugno 2026

Dopo l’inopinato e per certi versi sorprendente passaggio dei diritti di Philip Roth da Einaudi a Adelphi (fra l’altro Roth era uso, tramite consulenti di fiducia, verificare le traduzioni delle sue opere), esce ora Operazione Shylock, a un anno di distanza dal primo titolo della nuova serie, Portnoy (Portnoy’s Complaint, 1969). Sulle differenze tra la versione mondadoriana e einaudiana di Vincenzo Mantovani e quella firmata da Ottavio Fatica si è soffermato Franco Nasi sulle pagine di «Alias» (26 aprile); a mio avviso, merita rilievo soprattutto l’osservazione che quanto più una traduzione tende ad approssimarsi al parlato attuale, tanto più rapidamente invecchia. Ma al di là delle questioni traduttorie, leggere o rileggere il romanzo di Roth oggi, a 33 anni dalla sua apparizione, dà un’idea della forza, della lungimiranza, perfino della chiaroveggenza di cui l’immaginazione letteraria può dar prova. La scelta di Adelphi è dunque lodevolmente tempestiva.   

Operazione Shylock, che inalbera il sottotitolo (meno ambiguo di quanto si potrebbe supporre) Una confessione, si presenta, nelle sue linee generali, come un’intricata, virtuosistica trattazione del tema del Doppio. Siamo nel 1988, all’epoca della prima intifada. L’io narrante, che viene chiamato Philip Roth e ha tutti i connotati dello scrittore in carne e ossa, reduce da un periodo di grave depressione causata dagli effetti collaterali di un sonnifero, apprende che a Gerusalemme, dove egli è in procinto di recarsi per seguire il processo al presunto boia di Treblinka Ivan Demjanjuk detto Ivan il Terribile, sta riscuotendo grande attenzione l’attività di uno sconosciuto, il quale, spacciandosi per Philip Roth, si è fatto portatore di un progetto politico speculare al sionismo, denominato «diasporismo». La maggior parte del romanzo è occupata dal confronto tra Philip Roth 1 e Philip Roth 2, cioè fra il protagonista-narratore e il suo emulo e sosia, trattato sempre alla stregua di un subdolo impostore, e ribattezzato con lo sprezzante nomignolo di Moishe Pipik (pipik significa «ombelico»). Benché a un certo punto questi ammetta di avere un passato (per dir così) ante-philiproth, la sua familiarità con la biografia e l’opera del modello è così dettagliata e capillare da sfidare la stessa memoria del protagonista. La somiglianza fisica, il timbro della voce, il modo di vestire e di parlare traggono tutti in inganno; e, vuoi per capacità di imitazione, vuoi per un mimetismo automatico che ha qualcosa di prodigioso, perfino la sua grafia appare indistinguibile da quella dell’originale.

Un episodio risulta a mio avviso rivelatore. Nel travagliato e conflittuale decorso del rapporto tra Philip Roth 1 e Philip Roth 2 accade che il protagonista si adoperi per sventare un progetto di rapimento del figlio di Demjanjuk, per il quale Pipik si avvale della collaborazione di un gruppo di estremisti ebrei. L’intento è di ricattare il padre, che in tribunale seguita a proclamarsi innocente e del tutto estraneo al dramma dello sterminio, recapitandogli uno alla volta pezzi del corpo del figlio finché non avrà confessato. Durante questa sequenza, il protagonista ha un breve contatto con Pipik: «“Un’altra delle tue spassose idee, ho saputo” dissi al telefono. /La risposta fu pacata, divertita, la sua voce era la mia, blanda e controllata! “Delle tue” disse. / “Vuoi ripetere?” /“Idea tua” disse, e io riattaccai». In effetti, in precedenza (centosettanta pagine prima) il protagonista, sorpreso dal fatto che il figlio di Demjanjuk non godesse di alcuna protezione, così rifletteva: «Nessun sopravvissuto in tutta Israele aveva pensato di uccidere John Demjanjuk junior, di vendicarsi del padre colpevole sul figlio assolutamente innocente? Nessuno che aveva avuto la famiglia sterminata a Treblinka aveva pensato di sequestrarlo e poi di mutilarlo a poco a poco, pezzo dopo pezzo, un centimetro alla volta, fino a che Demjanjuk, al limite della sopportazione, non avesse ammesso dinanzi alla corte chi era?» Allora si trattava di un’amara considerazione sulla propagazione e sulla persistenza dell’odio, non certo di un progetto operativo; ma la corrispondenza rafforza l’impressione che il sosia sia un autentico alter ego dell’autore. Del resto, altri indizi non mancano. Durante la scena dell’incontro con George Ziad – un vecchio compagno di università di origine araba che a un certo punto della sua vita aveva deciso di lasciare l’America e stabilirsi a Ramallah per dedicarsi alla causa palestinese, in nome della memoria del padre, emigrato dopo la Nakba – il protagonista si accorge di essere stato scambiato per il suo imitatore-usurpatore: e, sotto la pressione della torrentizia e accorata facondia dell’amico, sceglie di assecondare l’equivoco, illustrando con convinzione l’ideale del diasporismo (salvo poi, in un episodio successivo, ragguagliarlo su tutto quanto era accaduto).

Il principale nucleo problematico del romanzo consiste dunque nel travaglio sul tema dell’identità; sia sull’identità individuale, sia sull’identità ebraica. Perché gli ebrei non riescono ad essere un popolo unito? discetta il sedicente Smilesburger (un personaggio che compare prima in veste di mecenate, poi di agente del Mossad): Perché gli ebrei devono essere in conflitto con sé stessi? «La divisività infatti non è solo tra ebreo e ebreo: è in seno al singolo ebreo […] dentro ogni ebreo c’è un’orda di ebrei» (in originale: a mob of Jews). Ma anche il caso di Demjanjuk suggerisce un affollarsi di interrogativi sull’identità reale delle persone. Chi è davvero quell’imputato, che da trent’anni si comporta come un pacifico cittadino americano? La mitezza della sua apparenza di oggi è un sintomo dell’inverosimiglianza delle accuse o, al contrario, della loro fondatezza?

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Ciò detto, l’idea che colpisce maggiormente il lettore di oggi non può che essere il progetto del diasporismo. La proposta di Philip Roth 2 è che gli ebrei ashkenaziti facciano ritorno nei paesi di origine, per resuscitare la civiltà ebraica fiorita lungo i secoli in Europa. Vero è che d’acchito l’idea sembra irrealizzabile, ma di fatto lo è molto meno di quanto potesse apparire il sionismo all’inizio del Novecento; e del resto gli ottant’anni trascorsi dalla fondazione dello Stato di Israele sono un arco di tempo esiguo a fronte dei diciannove secoli che separavano Theodor Herzl dalla distruzione del secondo tempio di Gerusalemme. Il punto è che il popolo ebraico si trova «a un crocevia terribile» (il romanzo, lo ricordo, è uscito nel 1993); e proprio a causa di Israele, che non fa più gli interessi degli ebrei: «A causa di Israele e del modo che ha Israele di mettere tutti noi in pericolo». Solo il diasporismo potrà impedire la catastrofe di un secondo Olocausto, nel quale «o i tre milioni di ebrei che vivono in Israele finirebbero massacrati dai loro nemici arabi o i nemici sarebbero decimati dalle armi nucleari israeliane, una vittoria che, al pari di una sconfitta, distruggerebbe per sempre le fondamenta morali della vita ebraica».

A trent’anni di distanza, la fosca previsione di Roth sembra essersi avverata. Sotto il governo di Benjamin Netanyahu, Israele ha precipitato l’ebraismo in una sorta di bancarotta morale: in uno Stato militarista e intollerante sempre più simile a una teocrazia è difficile trovare traccia della grande tradizione culturale che tanto ha contribuito alla storia dell’Occidente, e perfino del sionismo delle origini, comunque nutrito di ideali socialisti e umanitari. E vale la pena di ricordare, ancora una volta, che dieci anni prima dell’uscita di Operazione Shylock, all’indomani dell’invasione del Libano e del massacro di Sabra e Chatila, Primo Levi aveva dichiarato con chiarezza che il centro dell’ebraismo doveva tornare ad essere la diaspora. Sarebbe un errore, peraltro, pensare che tutto questo riguardi solo gli ebrei. Come ha ben messo in luce il dibattito che si è svolto il 14 aprile alla Casa della Cultura di Milano, promosso dal movimento «Mai Indifferenti - Voci ebraiche per la pace» (www.maiindifferenti.it), cui hanno partecipato Gad Lerner, Lorenzo Cremonesi, Renata Colorni, Stefano Levi della Torre e Ida Dominianni, il disastro etico-politico investe l’intero Occidente, con la deriva fascista che il fedele alleato e protettore di Netanyahu, Donald Trump, ha imposto agli Stati Uniti. Paradossi della storia: gli eredi delle vittime del nazismo e i discendenti di coloro che sconfissero Hitler si direbbero passati dall’altra parte. Alla vigilia del 250° anniversario dell’indipendenza delle Tredici Colonie, chi ha preso d’assalto Capitol Hill ha goduto della grazia presidenziale, mentre in Israele governano i mandanti morali dell’assassinio di Rabin.

Se l’idea del diasporismo risulta oggi il tema più impressionante di Operazione Shylock, è necessario tuttavia metterne in rilievo anche altri aspetti. Il primo è l’uso strutturale del monologo, procedimento da sempre assai caro a Philip Roth. A raccontare la propria esperienza, a esporre la propria visione, sono personaggi diversi per condizione e provenienza. Il «doppio» del protagonista, che fra le altre cose è riuscito a incontrare il leader di Solidarność, Lech Wałęsa, per parlare del ritorno in Polonia degli ebrei; la sua amante, una procace infermiera americana, già odiatrice degli ebrei, redenta grazie al movimento denominato «Antisemiti Anonimi»; l’amico arabo George Ziad, che prima di cambiar vita dissimulava le proprie origini palestinesi, spacciandosi per egiziano; il vecchio Smilesburger, che consegna a Philip Roth 1 un assegno di un milione di dollari per finanziare la causa di Philip Roth 2; un soldato israeliano, che incontra il protagonista a un posto di blocco in Cisgiordania... L’accostamento di voci e coscienze autonome, indipendenti fra loro, produce un effetto polifonico che ricorda da vicino l’interpretazione bachtiniana di Dostoevskij. E la complessità del quadro è accentuata da una quantità di riferimenti a fatti storici e culturali: l’uccisione di Leon Klinghoffer da parte di terroristi palestinesi durante il sequestro della nave Achille Lauro, il dibattito con il romanziere israeliano Aharon Appelfeld (nativo della Bucovina, sopravvissuto alla Shoah), l’immagine dell’ebreo consegnata al dramma shakespeariano Il mercante di Venezia, inscindibile dall’irosa battuta d’ingresso di Shylock («Trenta ducati!»).

Operazione Shylock, a proposito, sarebbe – avrebbe dovuto essere – il titolo dell’undicesimo e ultimo capitolo del romanzo: che Philip Roth (cioè Philip Roth 1) dichiara bensì di avere scritto, ma di aver deciso alla fine di espungere dal testo. Oggetto di quelle pagine era il resoconto di una missione ad Atene, in cui s’intrecciavano – in modi che ovviamente rimangono oscuri e indecifrabili – le prospettive del movimento diasporista, la strategia dell’OLP, le contromanovre del Mossad. La Nota per il lettore, posta a conclusione del romanzo, correda l’usuale dismissione di responsabilità («Ogni riferimento a fatti, luoghi, persone reali, vive o morte, è puramente casuale») con una frase che rinnova i fasti del paradosso del mentitore («Questa confessione è falsa»). Che cosa è vero? Che cosa è falso? si chiede Emmanuel Carrère nella Prefazione. Ovviamente è impossibile dirlo. La trama di questa esasperata e geniale autofiction si avvita in un tormento identitario che sortisce una serie di cortocircuiti logici. Nell’insieme, Operazione Shylock si colloca in uno spazio ideale identificabile con «quella terra di nessuno paranoica dove non c’è demarcazione tra probabilità e certezza e dove la realtà di ciò che ti minaccia tanto più è nefasta in quanto inestimabile e oscura». Eppure le contraddizioni irrisolte della storia di Israele emergono con drammatica chiarezza. Certo, oggi nessuno pensa a un progetto politico paragonabile al diasporismo ideato dal personaggio di Roth. Ma quanti sono i cittadini ebrei che, dopo il 7 ottobre, hanno scelto spontaneamente di lasciare Israele? Comunque vadano le cose in Medio Oriente nei prossimi anni, il ruolo della demografia sarà decisivo. E Philip Roth l’aveva capito benissimo.   

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