Speciale

I bambini di Gaza raccontano

13 Giugno 2026

L’idea di promuovere un concorso di scrittura per i giovanissimi mentre le bombe si abbattevano su scuole, case, ospedali, e la catastrofe umanitaria avanzava a folle velocità è nata subito dopo l’inizio del 2024 : é il frutto di un’impresa quasi impossibile realizzata da Amil Sarsour, da Rizq al-Mazahna e dai palestinesi dell’Associazione Yarmouk e del Comitato Popolare di Safed. Promotori, oltre Amil Sarsour, Rezek al-Muza’anan palestinese, che abita a Gaza, che fa parte della diaspora palestinese in Svezia a Uppsala coinvolgendo altri abitanti di Gaza tra cui Shorouk Doghmosh. È lui che raccoglie i racconti dei bambimi nel libro Qui c’era la nostra casa. I bambini di Gaza raccontano (ed. Meltemi con l’introduzione e la cura di Amedeo Cottino, a lungo professore di sociologia anche in Svezia). Il comitato ha visitato molte tendopoli e scuole del territorio palestinese, incoraggiando bambini e adolescenti a partecipare al concorso, impegnandosi per organizzare le sessioni di scrittura e fornendo ai partecipanti carta e penna, molto difficili da reperire nel contesto di emergenza in cui ci si muoveva. Un episodio ha particolarmente motivato i membri del comitato quando una bambina, che non aveva tenuto in mano una penna per otto mesi, è scoppiata in lacrime: bisognava lavorare sodo e consapevolmente – si son detti allora – per superare tutte le difficoltà esterne. Alla fine i racconti ricevuti sono stati 113.

Perdere la casa. Oggi in Palestina – ci dice Amedeo Cottino nella Premessa – puoi morire in qualsiasi momento senza preavviso e sono i droni-bomba israeliani, a differenza che nelle guerre tradizionali, quelle esplosioni provocate, a dirti che sei ancora vivo: sei vivo anche se hai perso la casa e tutto intorno è un cumulo di macerie.

Queste voci ci interrogano sul perché siamo rimasti in silenzio di fronte alla concezione israeliana del palestinese come un intruso nella sua terra – ancora Cottino – poiché la Palestina, secondo un decreto biblico, apparterrebbe al popolo di Israele e alle future generazioni palestinesi deve essere impedito in qualsiasi modo di rivendicarla. Questa è la logica dello sterminio che guida i cecchini israeliani. È la logica del genocidio, così come è definita dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948, che lo definisce, tra le altre ipotesi, come il “sottoporre deliberatamente un gruppo a condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale”; il “causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo”; e l’“imporre misure volte a impedire la procreazione all’interno del gruppo” nonché “miranti a impedire le nascite all’interno del gruppo”.

Tra le pagine delle testimonianze dei ragazzini si può sentire ancora l’urlo di Malak, la bimba la cui amica gatta è stata uccisa da una bomba. E si può immaginare anche Karim e Hassan, due ragazzi che, per un breve istante, fanno a gara per vedere chi riesce a far volare più in alto il suo aquilone. Hassan, a cui i medici hanno amputato le gambe dopo essere rimasto ferito insieme a Karim a causa di una bomba, dice che continuerà a “costruire aeroplani di carta che trasmettono messaggi di amore e pace a tutti i bambini del mondo”. O Jenin, la bambina tornata a casa per trovare solo un mucchio di pietre. O Doha, la cui intera famiglia è stata uccisa. Quando cresceranno, saranno liberi dal desiderio di vendetta e dall’odio verso i loro aguzzini?

Non sappiamo se questi bambini sono ancora in vita ma i loro racconti devono essere ascoltati. Così ho scelto di riprodurne qualcuno, iniziando da Malak al-Tarshawi, età di 11 anni, la sua casa distrutta, che vive in una tenda, con il racconto: Morirò di fame come la mia gatta?

Miao... miao... miao...

Mi guardai intorno cercando la gatta che miagolava. Ma dove cercarla? Ero in strada!

No, no: non era più una strada, ma ciò che ne restava. Prima di questa folle guerra era popolata; ora è diventata spaventosa, desolata, angusta, piena di macerie. Eppure ogni giorno sono costretta ad attraversarla, alla ricerca dell’acqua, per riempire il mio contenitore e tornare da mia madre.

Miao... miao... miao...

L’ho trovata. Una gatta magra, alla ricerca di qualcosa. Annusava qua e là, sembrava affamata.

Pss pss pss.

La chiamai e lei si avvicinò. Con la mia manina le accarezzai il pelo e lei si avvicinò di più e ancora di più, finché iniziammo a parlare come se fossimo amiche da tanto tempo.

Gatta mia, ti senti affamata come me?

Miao... miao... miao... sto morendo di fame! Oh, genere umano, perché sei diventato così? Dove sono finiti gli avanzi del vostro cibo delizioso che solitamente annusavamo, amavamo e mangiavamo? Perché ce ne state privando? Moriremo di fame? Dov’è il cibo?

Gli occhi mi si riempirono di lacrime e il cuore mi si strinse. Mi chiedevo cosa dire alla mia gatta. Come potevo farle sapere che ci troviamo in una guerra letale? Come posso dirle che non abbiamo cibo da lasciare ai gatti? Come spiegarle che la nostra casa è stata distrutta e che ora viviamo in una tenda? Come raccontarle che abbiamo perso così tanti dei nostri cari?

Se la mia gatta sapesse tutto questo, ci perdonerebbe? Forse...

Ho deciso di raccontarle tutto.

k

La mia gatta ha pianto quando ha scoperto che ero affamata come lei, e ha pianto ancor di più quando ha saputo che io e i miei fratelli stavamo cercando dell’erba da portare a mia madre affinché potesse cucinarla per noi.

Ho abbracciato la mia gatta e abbiamo pianto tanto, tanto, perché siamo affamate e non si trova cibo.

Quando mi sono calmata, le ho detto: “Devo tornare subito da mia madre, prima che si inquieti”.

L’ho salutata, e lei mi ha risposto: miao, miao, miao.

La mia gatta si è allontanata un po’ e anch’io me ne sono andata, con la sua voce che continuava a seguirmi. All’improvviso il suo miagolio si è interrotto, sostituito da una forte esplosione... pf pf pf!

Le mie urla hanno sommerso il mondo. Oh Dio, abbi pietà.
La mia gatta è morta?
È morta di fame?

Morirò anch’io come lei?

O ancora la testimonianza di Jenen al-Doghmeh, età 13 anni, che ritrova dopo tanto peregrinare col padre la sua casa irriconoscibile che ha il titolo, Il mio sogno irrealizzato per cui la memoria della casa è tutto, è la vita quando dice:Restammo seduti dentro la tenda, mentre i nostri cuori rimanevano ancora attaccati alla casa che ci eravamo lasciati alle spalle, chiedendoci che fine avesse fatto. Era stata completamente bombardata? O solo la sua metà o qualche sua parte?”

Avevo appena terminato la scuola primaria ed ero passata al primo anno della scuola media. Sentivo di essere cresciuta un po’, di essermi avvicinata al mio sogno: diventare un’insegnante di lingua araba. Avevo fatto dei progetti e preparato il programma di studio per quell’anno.

Il sabato mattina, mentre mi preparavo per andare a scuola, sentii in strada dei rumori forti e inquietanti. La nostra casa si trovava nel villaggio di Abasan, al confine con l’Egitto.

Abasan è un piccolo villaggio situato all’estremità orientale della città di Khan Yunis. Tutti fuori dicevano: “Di certo è la guerra”. Accendemmo la televisione e iniziammo a guardare il telegiornale, eravamo sbalorditi per quello che stava succedendo.

All’improvviso, i vicini andarono via portando con sé i loro averi, e visto che in ogni paese c’è la guerra, per noi sarebbe stato inevitabile essere bombardati: saremmo stati i primi a essere colpiti!

Mio padre si rifiutava di lasciarci uscire di casa e, dato che siamo una famiglia numerosa, dove ci avrebbe portati? Dove saremmo diventati dei “senzatetto”?

Ci chiese di calmarci, sperando che qualcosa avrebbe fermato la guerra, ma la guerra ci raggiunse in fretta e, sotto pesanti bombardamenti, fummo costretti ad abbandonare la nostra casa, lasciandoci tutto alle spalle.

Ci spostammo a ovest di Khan Yunis. Arrivammo nella zona di Al-Mawasi. Seduti sulla sabbia del mare, tra le tende, aspettavamo che mio padre e mio fratello finissero di montare la nostra, dopo che avevano comprato a caro prezzo legna, nylon e telone.

Tutto nelle nostre vite era cambiato ed era andato in rovina. L’acqua non era potabile, il cibo non era sufficiente, tranne quello in scatola. Il bagno era diventato un bidone di plastica, le zanzare stavano sempre appiccicate alla nostra pelle e ovunque sentivo odori ripugnanti.

Ogni mattina uscivo e mi mettevo in coda per riempire un contenitore di plastica con acqua salata. Ritornavo a fare questa coda tre volte al giorno e ogni volta aspettavo un’ora, così mia madre poteva lavare i nostri vestiti, i piatti e i corpi dei miei fratellini prima che andassero a dormire. Mia sorella andava a fare la fila per l’acqua dolce, mio fratello quella per il pane e poi andava a prendere la legna da ardere.

Restammo seduti dentro la tenda, mentre i nostri cuori rimanevano ancora attaccati alla casa che ci eravamo lasciati alle spalle, chiedendoci che fine avesse fatto. Era stata completamente bombardata? O solo la sua metà o qualche sua parte? Era andato tutto perduto o era rimasto qualcosa che avrebbe potuto esserci utile e che avremmo ritrovato il giorno in cui la guerra sarebbe finita?

Dopo essere stati separati gli uni dagli altri, con i cuori colmi di tristezza e impotenza, ricevevamo ormai poche notizie dalla famiglia e dai parenti.

Dopo un po’, i bombardamenti ripresero a ovest di Khan Yunis e nella zona del bacino idrografico; così lasciammo nella tenda i nostri effetti personali e gli oggetti essenziali che avevamo acquistato e utilizzato dopo esserci sistemati.

...L’“occupazione” annunciò l’intenzione di ritirarsi da Khan Yunis; la gente cominciava a tornare, e anche noi tornammo per accertarci dello stato della nostra casa. In tutta la zona non restavano che macerie: le pietre della nostra abitazione si confondevano con quelle delle case dei nostri vicini.

Restammo tutti sconvolti davanti a quel mare di rovine, come se non avessimo mai vissuto lì; poi mio padre, con voce roca, indicò con il dito e disse: “Qui... qui c’era la nostra casa”.

In copertina, fotografia di Mohammed Ibrahim (Unsplash).

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