Conservare la pace

30 Luglio 2026

La tradizione del pacifismo giuridico fondata sul ruolo del diritto e delle istituzioni nei rapporti tra stati è entrata ultimamente in grande crisi, tanto che per alcuni è forte la tentazione di abbandonarla basandosi solo sulla forza. Tommaso Greco, filosofo del diritto presso l’Università degli studi di Pisa, interviene nel dibattito pubblico europeo sulla guerra e la necessità del riarmo licenziando per Laterza (2025) un agile e prezioso volume intitolato Critica della ragione bellica, nel quale la difende e propone la rivalutazione del “riconoscimento” e della “relazione” per configurare un globo nel rispetto di questo principio fondamentale della nostra convivenza che è la pace.

Per il filosofo calabrese la pace si conserva e ricostruisce giorno dopo giorno attraverso un lento ma inesorabile e costante ripensamento delle relazioni giuridiche tra stati. Oggi che l’America di Trump rimette in discussione il Diritto internazionale, Critica della ragione bellica riporta dunque al centro del discorso la lezione di Kant sulla Pace perpetua, quella di Kelsen sulla funzione del diritto e delle istituzioni nella produzione di regole interstatali e nella ricomposizione dei conflitti basata sulla terzietà che rende possibile essere imparziali.

Il paradigma sposato da Greco individua uno dei tasselli da smantellare nella pretesa di una sovranità assoluta degli stati. Vale la pena ricordare che proprio il Manifesto di Ventotene sottolinea come la geopolitica non sia altro che una pseudoscienza, in quanto fondata su premesse opinabili come l’inesorabilità del modello competitivo militarista e la dialettica amico-nemico. La concezione sovranista pone la convivenza sul piano dello spazio vitale, facendo apparire come necessarie e conseguenti azioni e politiche che derivano da un assunto che potremmo dire schmittiano.

In opposizione a tutto ciò, Critica della ragione bellica ricorda che per Kant costruire e conservare la pace è possibile a patto che ci si doti e si favoriscano costituzioni e forme di governo di carattere repubblicano, e che si aiuti lo sviluppo di istituzioni democratiche innanzitutto vivificando e facendo funzionare la democrazia laddove essa esiste.

Si tratta di uno sviluppo di quella che Greco definisce una politica che generi le condizioni primarie del pacifismo giuridico. Ma la proposta assume i contorni di una torsione verso l’altro, di una costruzione di un campo di fiducia derivante da un’antropologia positiva in grado di valorizzare l’esistenza e l’aspirazione alla pace del genere umano. Al Polemos eracliteo, all’Homo homini lupus, Greco oppone il Montesquieu dello Spirito delle leggi per ribadire che la base di una comunità internazionale è la vita in comune e non la guerra. La pace è dunque la vera precondizione umana ed essendo l’essere umano relazionale e sociale, egli è prima di tutto pacifico.

Che si tratti della riscoperta di Mahatma Gandhi, o dell’insegnamento di Aldo Capitini, il punto è credere che “l’essenza della società umana stia”, per usare le parole di Greco, “nella sua costitutiva relazionalità”.

Per il giuspacifismo, riportare l’etica nell’alveo dei princìpi, ridiscutere Machiavelli, magari con Bobbio, porta a concludere che nella configurazione del globo non tutto deve essere possibile, bensì è il possibile a derivare da regole  condivise di senso comune dell’umano.

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Dunque, in ampie zone del mondo la pace esiste, è reale, e va conservata e ampliata in quanto origine e continuo flusso, ritorno di princìpi da essa derivanti.

Il discorso di Greco si oppone evidentemente a tutta una schiera di network, di pensatori e giornalisti, che invece occupano gli scranni televisivi dei talk e le rubriche dei maggiori quotidiani italiani per ribadire la concezione negativa della realtà. La forza, l’uso smodato e al contempo parziale di vacui assunti geopolitici, configurano un mondo a una dimensione, di sola competizione, in cui il militarismo e il capitalismo privo di regole vengono ampiamente giustificati attraverso la demonizzazione dell’altro e l’inesorabile scontro tra civiltà.

In risposta, ricorda ancora Greco, la lezione di Bobbio prende le mosse da una politica del disarmo, da un pacifismo attivo poiché non solo istituzionale e giuridico, bensì solidale in quanto capace di opporsi a qualsiasi forma di oppressione e sfruttamento dell’essere umano. Per farlo occorre estendere il modello hobbesiano dello stato sovrano dal piano interno al piano internazionale, per creare una sovranità terza, garante dell’ordine e dei princìpi che costruiscono la convivenza pacifica e favoriscono la democratizzazione.

Che si tratti dei principi regolativi proposti da Kant, o dell’articolo 11 della nostra Costituzione, un mondo di pace deriva dal rapporto che il potere ha con i limiti a esso imposti. L’assolutismo trova così il suo contraltare nel diritto cosmopolitico; mentre il nazionalismo, il mondo di trincee, fili spinati e di deumanizzazione trovano una risposta nella concezione kantiana dell’essere umano quale appartenente a una comunità civile globale che trascende lo stato di appartenenza statale.

Il pacifismo giuridico è dunque tutt’altro che utopistico, anzi, sulla scia del giusnaturalismo, propone sì una complessa architettura teorica, ma realizzabile a patto che ci sia consapevolezza, consenso e volontà politica.

È chiaro, e Greco lo ribadisce, che in un mondo interdipendente come il nostro, l’insicurezza del contesto internazionale è un fattore di crisi e instabilità per i paesi democratici che mette a repentaglio la loro stessa vita interna e le conquiste parziali nel consesso internazionale. È dunque la società internazionale a dover procedere verso una compiuta democratizzazione, a patto che le democrazie assumano la responsabilità e l’onere della credibilità, tutto questo proprio mentre nel Mar Mediterraneo vediamo le terribili conseguenze delle fallimentari politiche migratorie dell’Unione europea.

Il pacifismo giuridico deriva da una nobile tradizione, il problema, verrebbe da dire a questo punto, al netto delle contraddizioni insite in ogni grande impalcatura tesa alla trasformazione della società, è essere all’altezza del compito.

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