Fatti e misfatti del carisma
Nella sua monumentale Economia e società, pubblicata postuma nel 1922, Max Weber fornisce, tematizzandola nell’ambito delle scienze sociali, la più famosa definizione di carisma, con l’intento di costruire un concetto adeguato allo studio delle forme di potere ovvero di dominio dell’uomo sull’uomo. Secondo il sociologo tedesco, “per carisma si deve intendere una qualità ritenuta straordinaria… di una personalità, a cagione della quale quest’ultima viene giudicata come dotata di forze e proprietà soprannaturali o sovraumane… o mandata, da Dio, o esemplare, e, di conseguenza come capo”. Due sono gli aspetti salienti di questa definizione: la persona carismatica ha un rapporto con la dimensione dello straordinario, fondato su una qualità reale e concreta, anche se non necessariamente oggettivabile, anche se misteriosa; tale persona è riconosciuta come capo, capo religioso, politico, militare, di azienda, o anche semplicemente capo di briganti. La stabilità di tale riconoscimento da parte di un “seguito” dipende, però, da una “conferma”, a sua volta di carattere straordinario. In origine, nel capo religioso si tratta sempre di miracoli, mentre nel capo politico è piuttosto l’avere una “causa”, cioè una meta che va oltre il quotidiano, oltre l’ordinario, oltre ciò che è concesso a tutti gli uomini, e perseguita con passione e determinazione assolute. Il carisma, altamente instabile, si trasforma facilmente in potere legale o tradizionale, come si può verificare in qualsivoglia contesto organizzativo, sociale o storico, soprattutto in quello dell’Occidente segnato dal disincanto della razionalizzazione (scientifica, tecnica, amministrativa). Tuttavia, Weber rilancia il carisma così inteso come tema risolutivo delle tensioni della modernità, che vedeva nell’opposizione assoluta tra una tendenza al trionfo della burocratizzazione e della “pietrificazione meccanica” e la minaccia di un profetismo irrazionalista, infiammata dalla lotta tra credenze e valori potenti e inconciliabili nelle loro pretese di validità. Da qui, la sua controversa proposta di una “democrazia plebiscitaria”, una democrazia di capi di partito carismatici, necessari in una società di massa dove la massa è irrazionale ed emotiva, e, da qui, la sua adesione a un modello di repubblica presidenziale per la sua Germania, uscita sconfitta dopo la prima guerra mondiale.
Se, a distanza di un secolo dal tempo in cui scriveva Weber, volgiamo lo sguardo alle “irruzioni carismatiche” legata all’onda populista degli ultimi decenni, possiamo dire di ritrovarci sicuramente in un’epoca di capi e poteri demagogici sempre più invasivi, dove l’immagine dell’uomo solo al comando, declinabile anche al femminile, esercita una presa immediata sul pubblico. Ma va anche rilevato che il leader populista attuale, in molti casi (da Berlusconi a Trump, da Bolsonaro a Milei), più che le tinte eroiche del capo carismatico invocato da Weber, incarna quella che Michel Foucault, in un corso al Collège de France del 1974, chiama “meccanica grottesca del potere”, che risale già ai tempi del potere imperiale romano, in base alla quale, dice Foucault, “il detentore della maiestas, cioè del di più di potere rispetto a qualsiasi altro potere, è allo stesso tempo, nella sua persona, nella sua realtà fisica, nel suo abito, nel suo gesto, nel suo corpo, nella sua sessualità, nel suo modo di essere, un personaggio infame, grottesco, ridicolo”. Secondo il filosofo francese, il ridicolo, la possibilità di imporre il ridicolo (non lo straordinario), è una manifestazione del potere superiore. Ispirare il timore, malgrado questo ridicolo, è il segno della potenza, di questa “sovranità arbitraria”. Fenomeno sicuramente amplificato dalla possibilità oggi di questi leader di ricorrere al mezzo dei social media. Curiosa parabola e contorsione del carisma personale!
Ma, a questo punto, viene da chiedersi se il “carisma” si possa intendere come la proprietà esclusiva di un individuo, come è accreditato dall’opinione corrente, dalla profana alla più esperta, oppure, forse, non si tratta di una sua concezione semplificata e non sia il caso, per converso, di cogliervi l’esito di processi ideali e materiali che si fanno uomo o donna grazie a meccanismi non percepibili di primo acchito, benché se ne possa ragionevolmente ricostruire la trama. In altre parole, è possibile ripensare l’operazione confezionata da Max Weber? È quel che si domanda e prova a fare nel suo ultimo lavoro, intitolato Carisma (Quodlibet, 2026), Paolo Napoli, direttore di studi all'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dove insegna “Storia delle categorie e delle pratiche normative”.
Se si vuole detronizzare il carisma dal piedistallo della sostanza e degli attributi personali, per riportarlo sul piano della prassi e delle funzioni sociali, in modo da riassegnarli nuovi significati tenuti in ostaggio o rimossi dallo “schema” weberiano, secondo Napoli bisogna ritornare alle fonti teologiche. Innanzitutto a quelle utilizzate ma in parte travisate da Weber: Paolo di Tarso, Rudolph Sohm e Karl Holl. Si tratta non tanto di “raffreddare” ma di provare a cambiare la direzione della passione e della fascinazione oggi sicuramente dominanti per le figure carismatiche. Infatti, la lezione del cristianesimo delle origini ci ha trasmesso un carisma concepito al plurale, che solo all’inizio del XX secolo, con Weber, sarà recepito al singolare.

Come ricaviamo dalle lettere di Paolo, i carismi, menzionati sempre al plurale, sono i doni della grazia e dello Spirito Santo, che esistono e si personalizzano sotto forma di compiti ripartiti all’interno della comunità cristiana e non sono il privilegio di un’unica figura. I carismi sono risorse vitali per l’esistenza della comunità cristiana e in nessun modo devono essere considerati ostaggio di una leadership, ma sono distribuiti tra il profeta, l’apostolo, l’insegnante, il servitore ministeriale, chi pratica e interpreta la glossolalia. Non a caso tutte le funzioni carismatiche sono sottomesse al carisma dei carismi che è l’amore. Come dice Paolo nella I lettera ai Corinti: “L’amore non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà”. A differenza di Weber, per Paolo l’impersonalità è la caratteristica originaria e peculiare del carisma, perché la funzione ricopre l’essere umano e quindi l’ufficio è la forma sorgiva e totale del carisma. In Weber, come si è visto, il carisma della funzione è solo succedaneo a quello personale e si giustifica per le esigenze di governo di una società di massa.
Alla luce di questa ricostruzione, secondo l’autore, è possibile demitizzare il carisma personale che oggi torna sulla ribalta ed esercita un appeal nella sfera politica (si veda la tendenza a invocare il premierato forte o il presidenzialismo o la tendenza a inserire il nome del capo nel simbolo di partito) e nel quale operano la seduzione del semplicismo (il comando di uno solo come garanzia di efficienza e di efficacia del potere governativo) e il richiamo ancestrale dell’Uno. Un’altra forma di rifiuto nevrotico della complessità e dell’espressione di impotenza che si prova di fronte ad essa. La questione è allora: come costruire una forma di vita comune il cui governo si fondi su un’inclusione sociale aperta e poco incline a schemi di comando verticali? E, più in generale, come può contribuire a questa strategia il carisma inteso con un senso nuovo?

L’autore propone due vie. Prima via: ridare forza alla razionalità assembleare riprendendo laicamente il modello del “sinodo”. La sinodalità mette il vertice non al di sopra della piramide, ma al di sotto della base, e può rappresentare anche per il pensiero politico un utile antidoto all’egemonia dell’Uno e alle sue manifestazioni carismatiche. Come dice Napoli, è possibile capovolgere il carisma rimettendolo dalla testa sui piedi, sganciandolo dal destino che lo vuole una qualità individuale di un capo che sta in alto e in questo modo influenza le condotte sottostanti. Ricollocato invece sul terreno di una prassi diffusa, il cui accesso non è per principio precluso a nessuno, il carisma si nutre della cooperazione sociale che sta a cuore della nozione di sinodalità. Non ci può essere un Uno che sovrasta e manipola il Tutto, il leader che solo può “interpretare” il popolo compatto e indifferenziato, come avviene col “populismo qualitativo” tipico del “fascismo eterno”, di cui parlava Umberto Eco. Questa via indicata da Napoli è peraltro abbastanza convergente con quella di Jürgen Habermas che alla democrazia plebiscitaria di Weber contrapponeva la possibilità di una democrazia deliberativa e di un “carisma della ragione”, dove la ragione viene intesa come ragione comunicativa e non solo come ragione strumentale. Se il carisma è ciò che, come pensava Weber, può introdurre ancora una volta nella storia lo “spirito”, cioè la tensione morale che è il lievito della civiltà, essa lo è tanto più se si sgancia dalla subordinazione all’Uno e si radica nelle condizioni strutturali di un accesso universale e dinamico a una sfera pubblica istituzionalizzata.
Seconda via: recuperare la carismaticità di cui sono depositarie le “costituzioni” o le “dichiarazioni di diritti”, che per la loro storia e funzione sono i documenti giuridici che meglio assortiscono principi normativi dotati di carica simbolica. E, secondo Napoli, la forza simbolica di una norma, e quindi il suo ascendente carismatico, non risiede nella sua essenza di indiscutibile sacralità, bensì nella sua natura problematica, nell’esposizione indecisa alla congiuntura dei suoi usi (come, ad esempio, nel caso del comma 2, art. 3 della nostra Costituzione). Carismatiche possono essere alcune riforme che cambiano profondamente il senso del vivere associato e civile, come furono le riforme degli anni Settanta in Italia. E, d’altra parte, della potenza carismatica della costituzione non ne abbiamo avuto prova con il recente referendum sulla giustizia?
Al carisma della persona straordinaria, dunque, si può sostituire il carisma delle leggi, delle istituzioni, delle assemblee deliberative. Un’altra idea di carisma, immune dal leaderismo e dai suoi miti, è forse di nuovo praticabile. E a questa proposta di Napoli si può senz’altro dare, sulla scorta di Foucault, al cui metodo spesso l’autore del libro si richiama, il nome di “etica”. L’etica per Foucault è la pratica riflessa della libertà e di essa è certamente espressione la resistenza all’attrazione oscura dell’Uno.