Luigi Zoja, Europa e psiche

4 Marzo 2026

Subito dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, l’immagine riassuntiva di un Novecento diviso a metà tra un’età di guerra totale e un’età di lunga pace lasciava spazio, fra le schiere di storici, politologi e analisti geopolitici, a due ipotesi: o si sarebbe tornati agli sconquassi della prima metà del secolo o la “lunga pace” si sarebbe rivelata così radicata da estendersi indefinitamente nel futuro. Aderendo alla seconda ipotesi, Francis Fukuyama poggiava la sua previsione ottimistica sull’idea che le due guerre mondiali avessero svolto un ruolo analogo alle guerre religiose del Cinque-Seicento nei confronti della religione. In altri termini, così come la religione era stata addomesticata e non costituiva più una fonte di conflitti internazionali, anche il nazionalismo avrebbe cessato di provocare guerre nel nuovo secolo. Come sappiamo e come stiamo constatando, la “guerra mondiale a pezzi” scoppiata nel primo quarto del nuovo secolo si è incaricata di rendere concreta la possibilità di una realtà storica più complessa e intermedia tra i due estremi semplicistici di un ritorno alla guerra totalitaria tipica del periodo prima del 1939 e di un idillio statico di pace democratica perpetua. E la fiducia di Fukuyama si è confermata la prova che sovente il razionalismo occidentale agisce come un mito, che sostiene la nostra ostinazione a non vedere la catastrofe, a non potere e non volere riconoscere la violenza per quella che è, a cui René Girard ancora richiamava, a mo’ di avvertimento, dopo i fatti dell’11 settembre 2001.

Proprio nel suo ultimo lavoro, intitolato Il nostro tempo. Narrare un’Europa, edito da Bollati Boringhieri, lo psicanalista e saggista Luigi Zoja ci ricorda cosa ci siamo ostinati a non vedere già dopo la Seconda guerra mondiale. A parere di Zoja, le tentazioni aberranti e ricorrenti dell’Europa moderna e westfaliana, cioè la sacralizzazione dei confini e la purificazione etnica, hanno continuato a cancellare secolari convivenze etniche e religiose e a produrre rifugiati, sono riesplose con la decomposizione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia, hanno fatto lievitare la diffidenza per chi è diverso, cioè una paranoia semplificatoria, nelle emozioni profonde, prevalenti dopo due guerre mondiali, mentre nelle istituzioni al governo ha prevalso la democrazia. E, intrecciandosi con paure, angosce e ostilità legate allo scenario della globalizzazione, queste “passioni tristi” hanno fatto il loro ingresso nel XXI secolo e costituito il brodo di coltura dei nuovi fondamentalismi, populismi, nazionalismi, sovranismi, imperialismi. Vettori potenti di un’attrazione regressiva verso modelli di chiusura, gerarchia, egemonia, che spiegano tanto le fiammate di violenza, le barbarie e le guerre esplose dalle Torri Gemelle a Gaza, quanto la nuova e imprevista condizione in cui si trova l’Europa, premuta da due fratture in corso: quella interna all’Occidente, visibile con il disallineamento crescente tra Unione europea e Stati Uniti d’America, e quella tra Ovest ed Est, dopo l’invasione russa in Ucraina.

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Nel suo libro, Zoja non offre una ricostruzione alternativa dei maggiori avvenimenti del XX secolo e, soprattutto, del primo quarto del XXI secolo, come il nazifascismo, i conflitti mondiali, la guerra fredda, il conflitto mediorientale, la guerra in Ucraina, ma solo un diverso paio di lenti attraverso le quali guardarli e quindi situarli in un più ampio contesto storico, culturale e, soprattutto, psicologico, considerato che, come precisa l’autore, “prima della geopolitica, ci interessa la psiche, agente ultimo di tutto il resto”. S’intende, psiche individuale e, anche, psiche collettiva, con un inconscio collettivo, dove si depositano, per esempio, miti come quello della giovane principessa fenicia Europa, rapita dal toro-Zeus e trascinata verso Occidente a Creta, dove la forza (Zeus, il toro) celebra nozze divine con grazia e bellezza (la principessa). Forse che l’attuale divorzio interno all’Occidente, tra Usa ed Europa, riflette la divaricazione tra potenza e stile (hard power e soft power, diremmo forse oggi), la cui miscela fluttuante ne ha sempre connotato la storia?

Certo è che il presente impone più che mai di interrogarci come europei non solo su identità e destino storico dell’Europa nello spazio globale, ma a riformulare una narrazione dell’Europa, che nel libro di Zoja rimane complessa, plurale e aperta. Secondo Zoja, l’Europa è frutto di mito, storia e intuizione geografica. Non è né “cristiana”, né “latina”, né “occidentale”, ma coincide con la sua irriducibile, mobile e composita stratigrafia interna, unificata dalla “lingua comune” dei classici.

Potremmo dire che all’origine dell’Europa non vi è alcun principio fondativo originario. Il principio greco e quello latino vengono dalla sua periferia e sono anteriori ad essa; il principio cristiano viene dall’Asia, e non sbocciò in Europa che alla fine del primo millennio. Tutti questi principi dovranno essere agitati, scossi, mescolati nel trambusto dei popoli invasi, invasori, latinizzati, germanizzati, slavizzati, prima di associarsi e di contrapporsi. Se si cerca l’essenza dell’Europa, non si trova che uno “spirito europeo” evanescente e asettico. Se proviamo a fissarla in una sua qualità autentica, rischiamo di mutilarla della qualità contraria ma non meno europea. Così se l’Europa è il diritto, è anche la forza; se è la democrazia, è anche l’oppressione; se è la spiritualità, è anche la materialità; se è la misura, è anche la ybris, l’eccesso; se è la ragione, è anche il mito, compreso il “mito” della ragione. Anche dal punto di vista geografico, l’Europa si definisce “continente” più per un riflesso eurocentrico, per un idolum fori, dal momento che rimane un territorio limitato, vago, senza vere frontiere. Se a prima vista è un’entità geografica estremamente ben definita poiché è delimitata per tre quarti da coste marittime, a est non ha che un limite arbitrario: gli Urali. E l’Asia non incontra nessun limite naturale a ovest. Non sono solo la guerra di Putin in Ucraina o la guerra genocidaria di Netanyahu a Gaza, ma è ancora questa “precisione imprecisa” dell’Europa che ci porta a riconfrontare e commisurare l’identità europea con il suo “doppio” interno, l’ebraismo, ed esterno, la Russia. Il primo è una presenza inseminatrice e mimetizzata rilevante nella cultura e storia dell’Europa, che verso di esso ha concepito però il moto paranoico di ripulsa più violento e disumano: lo sterminio pianificato nei campi. Il secondo è diventato, attraverso i suoi paesaggi e i suoi prodotti culturali (dalla letteratura al cinema), l’archetipo di quello spazio e di quel tempo dilatati all’infinito, confusi nell’immensità, attraenti e terrificanti insieme, verso i quali gli europei sono spinti da una nostalgia inconscia, dopo la via alla “razionalizzazione” intrapresa dall’Occidente e il disincantamento, di weberiana memoria, che ne è conseguito. Zoja dedica analisi molto raffinate, documentate e acute a questi due “specchi” e alle loro rifrazioni nella cultura europea.

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Certamente, dopo i traumi storici della prima metà del Novecento, l’Europa non solo si è messa con determinazione sulla via della libertà, della democrazia, della laicità, ma ha portato avanti uno straordinario progetto unificatore intorno a questi valori. Ma il ritorno delle esplosioni di odio e violenza, della diffidenza e della paranoia (la “follia che fa la storia”, come la chiama Zoja), su cui la prospettiva di analisi del libro non a caso originalmente si focalizza, ci ricordano che le fonti psichiche e “passionali” che minacciano la politica in profondità sono sempre lì. Un risveglio per quell’Europa che forse si era illusa di essersene emancipata quando ha cominciato a gestire il suo processo di integrazione e le sue relazioni internazionali, in primis quelle con la Russia, in senso tecnocratico e utilitaristico.

Ora che di fronte al rischio di asservimento alle logiche imperiali altrui, è chiamata a una prova di maggiore coesione, autonomia e coerenza con i propri valori, diventa lecito, secondo Zoja, porsi anche la domanda, scevra da ogni retorica, se si può morire per lei, per l’Europa. Beninteso, non si tratta di chiedersi se sia possibile sostituire un patriottismo nazionale con un patriottismo europeo, ma di verificare se si ha la forza di resistere alla “follia che fa la storia” con la “passione per il Bene”, contro il male e l’intollerabile, per salvaguardare la scelta di difendere ancora la libertà e la dignità di ogni essere umano. La passione incarnata, a volte tragicamente, da “coscienze europee” come quella di Stefan Zweig, Fritz Bauer, Hannah Arendt, Primo Levi, Vaclav Havel, Milan Kundera, e altri evocati da Zoja, tutti testimoni-precursori di quell’Europa che, abbandonando per sempre il ruolo di centro privilegiato del mondo, può diventare un centro di riflessione e di innovazione per pacificare gli uomini o restaurare i modi di stare insieme, per civilizzare il nostro pianeta.

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