Edgar Morin: complessità e libertà
Se ne va un titano del pensiero, enorme, fuori dal comune. Un pensiero enciclopedico, un’esultanza di vivere e di lottare. Non ci sono forse parole migliori per fare un ritratto di Edgar Morin. Sono le stesse che egli usò per la scomparsa dell’amico fraterno Cornelius Castoriadis, emigrato in Francia, con cui condivise molte avventure intellettuali, e che valgono ancor di più per lui che, con la sua vita e la sua opera immensa e proteiforme, ha attraversato quasi un intero secolo, il Novecento, ed è entrato nel nuovo, il Duemila.
Dopo aver scritto libri importanti anche con Mauro Ceruti (ricordiamo: La nostra Europa, che è valso ad entrambi, proprio tre mesi fa, il premio “Premio La Chiave d'Europa 2026” dell'Associazione La Nuova Europa e del Comune di Ventotene), Morin non ha cessato di spronare Mauro e me a scrivere e non ha lesinato incoraggiamenti e suggerimenti per i nostri comuni lavori, fino a quello più recente: Per una civiltà della Terra. Lo faceva ricordandoci sempre che non basta più denunciare e che bisogna enunciare. Un compito urgente proprio quando le crisi tendono a esasperare le violenze, i deliri, gli accecamenti, più che a favorire le prese di coscienza. E, per questo scopo, i libri non sono mai troppi, come diceva Emile Zola, ce ne vogliono ancora, e ancora. Proprio in quest’ultimo lavoro, scritto con Ceruti, abbiamo raccolto il suo invito fondamentale a non coltivare sogni di perfezione e armonia totale, a non cadere in passate o nuove illusioni, anche in questo tempo di crisi, di catastrofi e di disordine, e, tuttavia, a non rinunciare alla “buona utopia”, l’utopia che annuncia cose impossibili oggi, ma possibili domani. L’utopia della pace, innanzitutto. Sempre più minacciata e sempre più necessaria per i destini dell’umanità.

È notoria la maniera lapidaria con la quale Martin Heidegger nei suoi corsi su Aristotele liquidava lapidariamente la biografia del filosofo di Stagirita, passando rapidamente all’esame delle sue opere. Quasi a voler indicare l’autosufficienza e l’indipendenza che il pensiero conquista, con le figure importanti della tradizione culturale occidentale, al punto da rendere irrilevanti i vissuti concreti dell’individuo. Se applicata a Morin, questa disgiunzione tra vita e pensiero non risulterebbe solo mutilante e un controsenso rispetto alla sua filosofia della complessità. Non consentirebbe di cogliere la radice profonda, intima, generativa, del pensiero che ci ha consegnato in opere monumentali e pagine folgoranti e lo sforzo empatico con i destini dell’umanità che le permea.
L’opera e la vita di Edgar Morin, inestricabilmente legate, sono una profonda esplorazione della complessità della condizione umana. Ma, ogni passo compiuto in avanti in questa esplorazione è stato sempre contestuale a un evento cruciale, dilemmatico, della vita e all’interrogazione dura e sconcertante di se stesso, a cui quell’evento invitava e a cui egli non si sottraeva, ma, anzi, vi si offriva con la stessa passione e dedizione del ricercatore, dello scienziato sociale.

In questa introspezione continua, che ha anche coraggiosamente consegnato in libri-confessione, meno conosciuti, Morin ha avvertito la potenza perversa e accecante delle idee divenute idolatria, la resistenza difficile all’autoinganno, la lotta inesauribile tra le forze di Eros e di Thanatos. In essa, Morin ha rinvenuto non il “microcosmo” perfetto e appagante dell’uomo rinascimentale, ma la scheggia infinitesimale di un’esplosione cosmica per noi ancora, e forse per sempre, impenetrabile nelle origini e nello svolgimento.
Edgar Morin nacque col nome di Solomon Nahoum a Parigi nel 1921: egli acquisterà il nome di Edgar Morin solo durante la Resistenza al nazismo nel 1944, da lui condotta nelle file del Partito Comunista Francese. I suoi genitori, Vidal Nahoum e Luna Beressi erano entrambi ebrei sefarditi di lingua spagnola di Salonicco.
Nelle origini marrane della sua famiglia e nel sentirsi un “post-marrano” ha visto le stigmate della dialettica tra civiltà e barbarie dell’Europa, ha scoperto la vocazione per un’identità plurima, l’immunità dagli integralismi, dalle semplificazioni ideologiche e concettuali e dalla violenza che trasudano. Ma anche, tra preveggenza e scienza, vi ha scorto l’ologramma della futura umanità sempre più globalizzata e meticcia.
Nei Souvenirs viennent à ma rencontre, scritti di recente, sfogliando ricordi e incontri della sua vita, ha voluto dimostrarci come la pluralità umana è la paradossale pluralità di individui unici, per prender a prestito le parole di Hannah Arendt, e come ognuno di noi emerga dalle connessioni con gli altri.

Di incontri decisivi, importanti, Morin ne fece molti. Come il sociologo George Friedman e il filosofo Vladimir Jankélévitch, che lo accreditarono per un posto di ricercatore al CNRS nel 1950, mentre entrava in rotta di collisione col PCF, da cui veniva espulso l’anno dopo. La guerra fredda e le aberrazioni dello stalinismo avevano raffreddato gli ardori comunisti giovanili. Da allora, rimarrà un compagno di strada dei socialisti e ricorderà la necessità di rigenerare le idee di rivolta e le aspirazioni della sinistra, coniugandole anche alle istanze del pensiero ecologista. Ma il germe del suo pensiero complesso si trova già presente nella sua prima opera del 1950: L’uomo e la morte, dove esamina la coesistenza contraddittoria dei contrari: la vita e la morte, la creazione e la distruzione, l’ordine e il disordine, il reale e l’immaginario, uniti e opposti in un unico processo che chiama “dialogico”. La strada per leggere la complessità della condizione umana, della storia, dell’universo, e per legare conoscenze e saperi, tradizionalmente separati, è tracciata. Morin vi giungerà in modo sistematico con la stesura dei volumi de Il metodo, dal 1977 al 2004. Nel frattempo svolge una intensa attività di ricerca come sociologo, come responsabile di riviste culturali (Arguments, Communications), in dialogo con Kostas Axelos, Roland Barthes, Cornelius Castoriadis, Marguerite Duras e tanti altri, e compie un viaggio di studi in California, dove prende contatti anche con le “scienze della complessità”, come la cibernetica di Heinz von Foerster.

La complessità appare come nozione scientifica negli anni ’40-’50 attraverso la simbiosi tra la teoria dell’informazione, la teoria dei sistemi, la cibernetica e viene esplorata successivamente dalle nuove scienze come l’ecologia, le scienze della Terra, l’astrofisica. La cosiddetta “teoria dei sistemi complessi” operava, però, con una nozione ristretta di sistema complesso, senza interrogarsi o pensare la complessità epistemologicamente, logicamente, rimanendo così ancora imbrigliata nel paradigma semplificante e riduzionista della scienza classica. Si riconosceva la complessità, insomma, ma decomplessificandola. È Morin, col Metodo, a indicare la via per una rivoluzione di paradigma, suggerendo anche che è complesso ogni sistema, e non solamente i sistemi dinamici che comportano un gran numero di interazioni e retroazioni.
Ma, il Morin che diventa più noto al pubblico mondiale è il Morin che, applicando il pensiero della complessità alla diagnosi dei problemi contemporanei e della crisi della modernità, a partire da Terra-Patria (1993) allarga la sua analisi a un orizzonte planetario e a partire da La testa ben fatta (1999) propone strumenti per superare un’organizzazione dell’insegnamento basata sulla frammentazione delle conoscenze.

L’epistemologo diventa così il profeta della policrisi e della Via, e l’umanista planetario. La sua eredità esige di continuare a pensare lungo il suo solco, di fronte all’urgenza vitale dei nostri problemi, per non restare paralizzati dall’impotenza di fronte alla sfida della complessità.
Un’ultima considerazione. Spesso si è detto che Edgar Morin non è incasellabile nelle discipline tradizionali e nella storia delle idee. Ed è così, non si può dire altrimenti di chi ha perseguito con “metodo” la interdisciplinarità e la transdisciplinarità. Questa sua silhouette intellettuale fa il paio con il professato post-marranesimo di “sradicato” e “pluriradicato” allo stesso tempo. Ma, per un altro verso, se si guarda attentamente, Morin è radicato in una tradizione profonda della filosofia francese. Di quella filosofia che ha sempre difeso la libertà umana da ogni scientismo, da ogni determinismo, che ha posto una trincea intorno allo spazio autonomo umano non per renderlo etereo, ma per tenerlo aperto all’improbabile, alla novità, alla discontinuità, alla speranza: la tradizione rappresentata, con toni e accenti diversi, da Bergson, da Bachelard, da Sartre, dal Foucault degli ultimi corsi al Collège de France. Nelle pagine iniziali del secondo volume del Metodo, Morin descrive il volo dell’uccello, che ai suoi occhi appare incomprensibile se non lo si coglie insieme come determinato e come aleatorio. E conclude che, in e attraverso le sue determinazioni e i suoi caratteri aleatori, è un individuo vivente, un uccello che vola nel cielo. Paul Valéry diceva che due cose minacciano il mondo: l’ordine e il disordine. Con il Metodo, Morin ci ha illuminato sui legami indissolubili tra ordine e disordine.
Ecco l’insegnamento prezioso che ci lascia Morin: la complessità è libertà, la complessità è un umanismo-cosmismo. Progrediremo nella libertà, nella solidarietà, nella difesa della vita, se progrediremo nella complessità, ovvero quanto più impareremo che ciò che è separato è inseparabile.
Grazie Edgar.
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