Corpi strani da descrivere: Povere creature!

1 Febbraio 2024

La prima immagine che intravediamo è un’illustrazione: di scene pittoresche ricamate su seta chiara; poi, ripresa di spalle, con un lungo abito blu di foggia ottocentesca, ecco una donna che si sporge nel vuoto, e precipita. A quel punto, a sorpresa ci appare il volto pieno di cicatrici di un uomo anziano. Pensiamo immediatamente alla creatura riassemblata dal dottor Frankenstein. Ma non è lui, soltanto lui almeno, l’essere fenomenale, perché dopo il primo piano sull’uomo c’è un altro passaggio, in controcampo, che finalmente ci mostra Bella (Emma Stone). Ha un corpo giovane di donna, con occhi enormi, somiglianti a quelli che immaginiamo che abbiano gli alieni. La macchina da presa ci fa spiare le espressioni e i movimenti strani di Bella. Hanno qualcosa di troppo infantile e incongruo, e sono accompagnati da una voce roca che pronuncia suoni altrettanto disarticolati, come se fosse arrivata da un altro pianeta, mentre guarda e cerca con curiosità tutto ciò che ha intorno. 

Povere creature!, è prima di tutto la storia di due occhi che esplorano il mondo circostante, senza possederne le chiavi. Il film è cominciato da un minuto e siamo già entrati nel territorio immaginoso del weird, vale a dire della narrativa fatta da creature bizzarre che, coi loro modi strani di abitare situazioni a noi famigliari, ci fanno riguardare in modo altro tutto quello che siamo, un po’ come se sperimentassimo un’esperienza psichedelica di fuoriuscita dal corpo; fino a farci sentire, attraverso la mostruosità altrui, la nostra stessa stranezza, e perfino la povertà (non patetica ma letterale: la condizione da “povere cose”, come indica il titolo originale Poor Things) delle abitudini e dei punti di vista considerati naturali e normali. 

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La storia di uno sguardo, dunque: quello di Bella Baxter, creatura ibrida tornata al mondo dopo che Godwin "God" Baxter (Willem Dafoe), uno scienziato folle dell’epoca vittoriana, nel 1880 ha rianimato con l’elettricità il corpo suicida di Victoria, inserendo nella scatola cranica di una donna incinta nata nel 1854 il cervello della creatura che la donna stava aspettando. Nel film non si dice apertamente, ma è il cervello di una femmina, come si legge nel romanzo omonimo (1992) dell’autore scozzese Alisdair Gray – in Italia lo ha tradotto Sara Caraffini per Safarà. Nel libro eravamo a Glasgow; nel film siamo a Londra, e da qui ci sposteremo a Lisbona, poi a Parigi e poi di nuovo a Londra, seguendo l’avventuroso apprendistato di Bella, donna riportata alla vita con un cervello azzerato, vale a dire privo di tutti i contenuti repressivi sessuofobici e punitivi con cui il dominio maschile e patriarcale ha imbambolato e sorvegliato la testa e il corpo delle donne, mantenendolo in una condizione di ignoranza e costruendo, per esempio, miti repressivi sulla scissione tra cervello e sessualità.

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In quello che abbiamo detto fin qui c’è già tutto il cinema di Yorgos Lanthimos. Come nei suoi film precedenti (su "doppiozero" si era parlato, per esempio, de Il sacrificio del cervo sacro, 2017, e de La Favorita, 2018), ritroviamo uno scenario distopico e paradossale che parla di morti e di perdite. Anche le straordinarie locandine originali preparate da Vasilis Marmatakis (che meriterebbe anche lui un Oscar) compongono sempre immagini dove manca qualcosa:

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Il corpo come significante impazzito; la metamorfosi; l’uso e il riuso di grandi miti (nel caso di Povere creature!, quello di Pigmalione): ciascuno di questi elementi è presente in ogni film di Lanthimos. Un altro stilema che ritorna, e qui in maniera particolarmente bizzarra, è poi il tema dell’animale. Tra cani (Dogtooth, 2009), aragoste, cervi, creature ibride, viene fuori una sorta di zoologia fantastica e weird, accompagnata, in questo caso, da costumi altrettanto eccentrici e che continuamente suggeriscono il senso di un’anatomia o di una morfologia ibrida e animale reinventata anche attraverso gli abiti, che possono far pensare ora a lunghe code di lucertola, ora a maniche vittoriane talmente oltreformato da sembrare dei giganteschi polmoni. 

Come le altre volte, ma in modo più visionario, anche nel riadattamento di Povere creature! Lanthimos torna a lavorare su traumi e perdite, per allestire, però, universi anche più surreali, in senso sia formale (attraverso l’uso di grandangoli e prospettive o scenari fantasy); sia drammaturgico, attraverso il racconto di relazioni umane morbose svuotate però dalla tragedia e spinte fino al paradosso. Tutto il mondo inventato da Povere creature! è ripensato visivamente attraverso la prospettiva di Bella: i suoi occhi, il suo corpo, che così magicamente Emma Stone fa somigliare in molti casi anche ai movimenti di una ragazza autistica. Eppure non c’è nulla di offensivo, perché, finalmente, il corpo diverso non è raccontato con pietà paternalistica, anzi: nella danza con Duncan (Mark Ruffalo), diventerà lui una “povera cosa” travolta dall’energia sfrenata della ragazza.

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Cosa potrebbe pensare, dire, fare, una donna, se potesse ripartire da zero, senza più vivere dentro le convenzioni e i canoni di una disciplina sessista? Come il romanzo distopico di Alasdair Gray, come le invenzioni di Godwin Baxter, o le scoperte avventurose di Bella, Povere creature! è un esperimento di fiction speculativa, nel senso che usa il modo fantastico anche a fini conoscitivi. Su questa strada è interessante considerare anche come i film di Guillermo del Toro o di Wes Anderson, confrontati all’immaginario sprigionato da Lanthimos, potrebbero ormai apparire un po’ datati.

Pensiamo, per esempio, anche alla sorprendente libertà con cui Emma Stone, interpretando la protagonista, fa esistere un corpo scenico che indossa la nudità e il piacere sessuale, incluso quello della masturbazione, a prescindere da uno sguardo morboso e feticistico. E forse anche per questo è un film che turba, che non mette a proprio agio – almeno a giudicare dalla mole di testi (per lo più scritti da maschi) che spiegano come dovrebbe essere il femminismo o dove Lanthimos avrebbe sbagliato. Ma il film trasforma la disarticolazione dei nessi “normali” tra corpo e mente in situazione creativa, e in campo di ricostruzione del desiderio. La forza delle scene più scabrose di Povere creature! consiste proprio nella scelta di non scandalizzare: rappresentano, anzi “sfigurano” i canoni della bellezza e dell’accondiscendenza femminile al monologo maschile, riassumibile nel meraviglioso repertorio scimmiottato da Bella («Delizioso!», «Meraviglioso!», «Come fanno a fare un impasto così croccante?»).

Accanto all’interpretazione, la fotografia in bianco e nero alternata ai colori, i fish-eye, le musiche, le scenografie (di Shona Heath e James Price), il trucco, i costumi (di Holly Weddington). Il film di Lanthimos è una magnifica opera totale: agisce come una gigantesca macchina spettacolare che, proprio attraverso il grottesco e la bizzarria, ci fa provare un felice esperimento di decostruzione dei disegni già fatti sul mondo – per questo i ricami che si vedono all’inizio, e che tornano tra i titoli di coda, possono valere anche come cifra poetica. E per questo gli effetti visuali, anche quando sembrano soltanto un’illustrazione, contano sempre così tanto nel cinema di Lanthimos (e nei romanzi di Gray).

Riguardiamo, per esempio, il volto di Bella con il trucco sbavato che, oltre che apparire nel film, ha circolato subito come manifesto più diffuso e emblematico di Povere creature!, fin dal settembre scorso a Venezia, ed è stato anche usato come sovraccoperta della traduzione italiana del romanzo. La femminilità imperfetta messa in scena dalla faccia sporca di Bella, se indugiamo, non racconta solo un antiritratto; perché, se guardiamo bene, per effetto di una specie di anamorfosi, potremo scoprire che sotto l’ombretto dell’occhio sinistro e destro di Bella e sotto il rossetto sono rispettivamente illustrate le facce e la figura di "God", Max McCandles, e Duncan: tre povere cose che hanno fatto il possibile per tenere Bella dentro un’immagine che non le corrisponde più, perché era solo un trucco, o, come dice lei stessa verso il finale: «Era solo la storia di un’altra».

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locatelli