Il vocabolario del putinismo
Un vocabolario è uno strumento di chiarificazione filologica, ma anche e soprattutto intellettuale, di particolare valore per decifrare i mutamenti del linguaggio, le sue torsioni temporali, le ripercussioni sociali e storiche dell’adozione di un determinato termine o la sua risemantizzazione. Appare quindi assai prezioso il lavoro svolto da Gian Piero Piretto in Il paese di Putin: 20 parole al servizio della propaganda, pubblicato da Raffaello Cortina Editore, perché lo sguardo obliquo presente nelle opere dell’autore ancora una volta dimostra particolare acume nell’individuare i nodi problematici su cui spingere alla riflessione la comunità delle lettrici e dei lettori. Venti parole son poche, a rigor di logica, eppure l’obiettivo non è nella quantità delle voci e nella loro esaustività nel descrivere i mutamenti intercorsi in venticinque e passa anni sotto il governo di Vladimir Putin, ma il tracciare una sorta di archeologia della lingua presente attraverso l’analisi approfondita non solo di quanto viene effettivamente adottato dalla propaganda statale, ma anche delle omissioni e delle citazioni implicite.
Piretto scrive, nell’ultima pagina del capitolo dedicato al Monumental’nyj patriotizm (Patriottismo monumentale): «la politica della semplificazione imperversa e con essa si perdono memorie storiche e capacità di interpretazione» (p. 188), e questa frase appare come la chiosa all’enorme lavoro di analisi e confronto intrapreso per districarsi in un contesto dove immagini e parole risultano essere, a differenza degli scenari della letteratura distopica novecentesca da Orwell in poi, non ridotti al minimo ma moltiplicati dalla capacità di produzione ininterrotta dei social, del web e dei mezzi di comunicazione, spesso uniti in un unico, grande, cerchio; orientarsi in un contesto simile richiede, nemmeno tanto paradossalmente, di dover rinunciare a ogni operazione di semplificazione e banalizzazione, e prestare attenzione a dettagli in grado di illuminare quanto avviene. L’autore individua una lunga tradizione di «moralizzazione dell’obbedienza» nella storia culturale e sociale russa, attuata dalle autorità, che si traduce nella propria legittimazione attraverso la remissiva accettazione (smirénie), la cui radice viene individuata sia nell’umiltà invocata dall’ortodossia che nella costruzione letteraria, ma di cui si discute anche la dimensione duplice, di facciata, rappresentata da come essa venne interpretata negli anni della stagnazione brežneviana, attraverso la costruzione di un doppio livello di ufficiale conformismo e privato dissenso. Nel citare autori e autrici di grande potenza letteraria, da Dostoevskij alla Achmatova giungendo a Čechov, non si può far a meno di pensare alle parole di Egor Letov, cantante e anima del gruppo punk Graždanskaja Oborona, in Dol’gaja i sčastlivaja žizn’:
Niente sconvolgimenti e niente feste
niente orizzonti e niente feste
niente slanci e niente feste — no, no, no, no
(…)
una lunga vita felice
una vita felice, così lunga
d’ora in poi una lunga vita felice
per ciascuno di noi
per ciascuno di noi
Una rassegnazione che, nei versi del padre del punk siberiano, appare spaventosa, perché la rinuncia alle feste e agli sballi era dovuta a un suo ricovero in ospedale, ma in cui si riflettono anche motivi, presenti nelle altre canzoni dell’omonimo album del 2004, legati proprio alla questione di cosa sia una “lunga vita felice” vista come conseguenza dello smirénie. Quel che però appare problematico, nella traiettoria storica dell’esperienza russa, è come l’idea della rassegnazione al potere si accompagni a eventi di rottura, esercitati energicamente e spesso anche violenti, dalla resistenza dei cosiddetti Vecchi Credenti alle riforme religiose di metà Seicento alle rivoluzioni d’inizio XX secolo, passando per le rivolte cosacche e contadine, in una tensione dialettica tra accettazione e ribellione sempre presente e imprevedibile per tempi e portata. Appare così (inconsapevolmente?) ironico il succedersi, tra le pagine del libro, dopo un capitolo dedicato all’idea russa e al russkij mir, discusse assieme, una sezione in cui si tratta della pošlost’, letteralmente «volgarità» ma con una sfumatura di definizione etica e di triste banalità che la rende assai diversa dalla semplice trivialità: se su come e quanto il potere possa essere volgare son state scritte innumerevoli pagine, e nella nostra quotidianità il tasso di arroganza frammista a rozzezza è alquanto alto, è anche vero che propagandisti quali Vladimir Solov’ev o la portavoce del Ministero russo degli Esteri Maria Zacharova raggiungono livelli ben più elevati, tra «kitsch emozionale» – come lo definisce Piretto – e un uso commerciale di un patriottismo aggressivo e vuoto nei contenuti: se Furio Jesi aveva definito caratterizzanti la cultura di destra le «idee senza parole», nella Russia odierna in guerra con l’Ucraina potremmo parlare di continue rievocazioni, esteticamente eccessive, condite da insulti (ricordo, con un certo senso di squallore, un adesivo da parabrezza, nemmeno troppo popolare, con la scritta «možem povtorit’», possiamo ripeterlo, in cui vi era raffigurato un omino con la falce e martello impegnato a sodomizzare una figura con una svastica al posto della testa, immagini inimmaginabili persino per la più becera propaganda sovietica), paravento di un impressionante vuoto di proposta politica e sociale per il futuro. Si tratta di una delle tante differenze tra il regime sovietico e l’autoritarismo putiniano: il continuo esercizio retorico basato su una nostalgia costantemente riletta con le lenti dell’immediato presente, e appare alquanto pregnante l’osservazione dell’utilizzo del passato, presente quando si tratta della categoria della nostalgia, quale arsenale simbolico, non in chiave di rievocazione tout court, ma di riscrittura e rilettura per un eterno presente di cui non è richiesta, anzi è calorosamente scoraggiata, alcuna comprensione.
In conclusione del libro si pone un’ulteriore questione, che seppur drammaticamente centrale viene ignorata o obliterata quale risolta, in un consenso in grado di unire bellicosi sostenitori del regime ad accesi suoi oppositori, spesso impegnati in aspre battaglie social e mediatiche: la Russia è «ontologicamente condannata al dispotismo»? Secondo Piretto, che ha attraversato e vissuto quel paese, oltre ad averlo studiato, trattare delle parole indicate nella sua opera significa voler sottrarle a una discussione che tale non è, vista l’identità di vedute delle parti contrapposte: il gesto politico di indagare le parole, di interrogarsi su di esse, di dubitare e raffrontarne significati e narrazioni, vuol dire provare a restituirle al dibattito, nella speranza di un futuro ancora lontano dall’essere scritto.