Le faccette di Francesco Lauretta

16 Maggio 2026

È soltanto un vezzo l’inesistenza, poiché non è dato compiere una parabola recriminando sul proprio peso. Si resta esposti a una forza che non si lascia nominare e che obbliga il gesto a prodursi dentro un meccanismo che, avanzando, arretra. Per quanto in maniera candida e stentorea talora le cose accadano, nostro malgrado, non resta che la disperazione, non il dubbio che fa gongolare, non il vedantico Tat Tvam Asi. Non è possibile inseguire quel che si è, o si presume essere, bisogna affondare in mare per porre fine alla lotta tra due terre, quella che riceve e l'altra, stanca di avanzare (inesistenzialismo, se proprio).

k
Francesco Lauretta, Festivale, (2021), Courtesy dell'artista

Con “Preparazione”, edito alla fine dello scorso anno da Castelvecchi nella collana Fuoriuscita diretta da Christian Caliandro, Francesco Lauretta oltrepassa la soglia della letteratura senza rinunciare al proprio statuto di artista visivo. Non un esordio, ma uno sconfinamento: il pittore — che solo pittore non è — trasporta nella scrittura la stessa instabilità che attraversa la sua opera.

Sbandamento e delirio non sono effetti, ma condizioni di lavoro. La sua opera non è fatta di distensione, ma di accumuli, pesi e scarti, una pressa che deforma l’intera materia.  La sintassi è lacerata, la punteggiatura asseconda il respiro dentro una nube agrammaticale. Poco o tanto è cambiato quanto è rimasto immutato: Lauretta vive nel sogno — motore della sua pratica pittorica, installativa, scrittoria — e nella festa, e nel tormento; ostinato e pervicace, non è mai uguale a se stesso. Il suo stile, logoro e luminoso, istupidito dai colloqui col sogno e con la morte, sembra muoversi in catene nelle stanze immemoriali dell’arte terminata, le stanze della vocazione.

Sostengo la vita a bracciate, un po’ come chi nuota in mare e non sa farlo bene. Annaspo, prendo fiato, faccio finta di riposare facendo il morto nell’acqua alta, poi, di nuovo, ricomincio a sbracciarmi, maldestro, in un mare dove riesco a vedere la riva, ma giro a vuoto, un po’ di qua, poi di là, avanti e indietro, sottosopra; alla fine mi sembra di stare sempre nello stesso punto e intanto le energie rosicchiano la mia resistenza. (p. 78)

Ti vedo, oscuro così abbagliante, che l’aura blu reale ti adorna: così intimidito dalla vita che te ne sei fatto una colpa, e te ne stai lì, immobile, impalato in un angolo inesistente eppur così visibile, tanto che anche io mi sento in colpa per averti preso per mano e reso visibile e vulnerabile assieme (p. 81)

È la morte ad afferrare la mano del pittore e a guidarlo; i colori si fanno strada da sé, lo incantesimano. “Preparazione” è un diario di preparazione all’opera, ma senza approdo: vi scorre una vita in stato di tensione permanente, un’instabilità produttiva in cui ogni giorno è una prova. Ma mai il reale è conseguito con esattezza – l’abnorme sussume qualsiasi volontà – piuttosto è impegnato nell’invettiva o spinto verso la sua fine, l’eccesso della fine. Per temperatura emotiva viene in mente “Fame” di Knut Hamsun: lì uno scrittore che raccontava il tempo prima dell’opera, qui un pittore sulla via della consunzione, che si confessa spudoratamente in linea coi solipsisti novecenteschi (Hamsun, Walser, Kafka, Bernhard, Lispector). Non lontano, per ossessione e minuta registrazione del corpo e dei gesti, il “Diario” di Jacopo Pontormo.

lauretta 2
Francesco Lauretta, Festival (verde), 2021, Courtesy dell'artista

Il titolo – umile, refertuale – avvicina il pittore alla categoria del fantasmatico: il sacco è tutto vuotato, la scrittura turbolenta, a tratti in posa, tenuta insieme da uno spiccato senso del grottesco e da uno stato di febbrile querimonia. La sfera immaginativa è contorta, piagata; l’urgenza espressiva disloca il libro in una zona di guerra intestina; nessuna pace, nessuna forma. In questo senso, “Preparazione” è quasi ironico: l'artista è in perenne riscaldamento dentro un campo – l’opera compiuta – che è già un cimitero. E non è impossibile ritrovare lo scrittore ancora sulla soglia, tra inesistenza e insistenza, su un podio blanchotiano.

Ti incontro dopo quasi cinquant’anni ragazzo, stupido ragazzo, idiota di ragazzo. Le notti estive erano fughe, fughe da quella casa trappola di via Doria, e il tunnel che mi conduceva alla fuga era la tromba delle scale che mi portavano in terrazza. Raggiuntala, toglievo la corda ombelicale che m’era stata imbrigliata dalla famiglia, e via. Odiavo tutte le forme di affetto che la famiglia mi imponeva, con la loro violenza. Quel panorama oscuro, lo specchio scuro del cielo che cercavo, una notte mi assorbì come una caramella in una bocca gigantesca, e poi mi sputò. Era una farsa la vita sognata di allora, ma anche la fine di quegli anni demenziali. Tanto percepii quella notte miracolosa. (p. 123)

La condizione estatica trova sempre nuovo vigore mentre dipinge, quando ci racconta come procede dinanzi alla tela, come ne sia sbalzato fuori, deprivato di sé, con la contingenza che lo bracca, quando non guarda più la tela ma automaticamente registra le sue pennellate, pasticciando. Non così la lingua, che nulla ha di meccanico, ma che cade senza decidersi.

La prosa è allucinata, sfrenata, senza ornamento. Incapace di sostenere una linea continua, Lauretta frammenta e, accelerando, si schianta contro il muro dell’abiezione. Bene potrebbero descrivere questo diarismo le parole che Manganelli riservò a Landolfi: “Nulla è più degradato, più gloriosamente abietto del diario, luogo vergognoso e clandestino, idoneo, per la sua stessa sciatta e solipsistica famigliarità, a raccogliere e catalogare le deiezioni dell’anima, deposito delle ire inani, dei rancori inciprigniti, delle vane e volatili voglie.”

Lauretta, però, non ha che parole patetiche – come egli stesso le definisce – soprattutto per la morte, con la quale ingaggia un combattimento incessante. Tutto il libro è percorso dall’alito sinistro della morte, che ne scarmiglia la sintassi: la scrittura sembra inseguirla, e in un accesso di mimesi sentirne sul capo la chioma dileguante.

lauretta
Opera di Francesco Lauretta, courtesy dell'artista

 

Stuporoso, rabbioso, irretito, l’autore si avvita su se stesso. E brani di pingue e molle carnalità rischiano di deteriorare la crudezza della vocazione: l’opera si inabissa nella posa, l’artista si infatua della propria immagine.

Il testo si popola allora di feticci d’ordinanza – le Blundstone, i sigari, i cappelli – amuleti necessari per mettersi in pari coi figuranti del sistema, per darsi un tono nel traffico delle vanità. E tuttavia, pur colando del trucco sulla sua faccia, la volontà non lo abbandona mai: resta una continua rincorsa a riuscire, o uscire da dove si è entrati.

Se solo volessimo figurarci il personaggio che domina e straborda sulla scena, dovremmo immaginare uno scemo del villaggio, impegnato in inesauribili smorfiette e faccette e linguacce, continuamente esposto. Una maschera con valenza apotropaica, che, nel suo eccedere, funziona da difesa.

Come il piccione dall’ala ammaccata mi muovo e cerco di beccare niente. […] La fortuna mia come quella del piccione è che ci siamo incontrati stamattina, ed eravamo vivi, stamattina. (p. 217-218)

Lauretta è un inseguitore di giovinezza, che fa indigestione di pittura per stare al passo, al mondo, con il mondo. Alla fine, lo vediamo grigio, dentro la noia, sotto luci al neon, in una pluridimensione. Stecchito. E tuttavia, ancora, ritornante.

In copertina, Arnolf Rainer, Face Farces (Geburt), (1969-1972).

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
Preparazione