Malagola in campo

30 Agosto 2026

In alcune occasioni l'emissione di un suono vocale può costituire un sorprendente avvenimento. Un vuoto interno che si riempie istantaneo, sgorga, fuoriesce e destabilizza. Gli zigomi persino dolgono, le tempie serragliate come corde tese s'irrigidiscono. Ci si trova davanti l'urlo staccato da sé, esterno come un tonfo. Quasi lo si ammira, fragile e fisso come un cristallo. Ci si guarda attorno insospettiti con la gola che brucia, il fiato corto: la propria voce che compare, quasi prodotta da una creatura interiore e nascosta.

Difficilmente infatti si ha contezza diretta dell'intensità materica di una voce vibrante, fino a quando una qualche emozione straordinaria o un qualche pericolo inaspettato non impongono la sua chiamata.

Corpo di rotondità interne, grancassa silenziata, la gola può plasmare un amalgama di sonorità e intenzioni inaudite.

Durante la pandemia, nel nostro recente passato, gli spalti degli impianti e dei palazzetti sportivi erano vuoti.

Si sono disputati circa due anni di sport, in diverse parti del mondo, nella totale assenza di un rumore che fino a quel momento era parte integrante del tempo agonistico.

Il pubblico assente costituiva una mancanza di suono. Atleti in pedana, soli. Squadre le une contro le altre, sole. I rumori sul campo da gioco, qualunque fosse la disciplina, erano evidenti. Evidenti anche ai giocatori, agli arbitri e agli allenatori. Bisbigli, invettive, grida, imprecazioni. Sonorità identiche a prima ma in un paesaggio trasformato.

In quella condizione di silenzio non abituale – in un modo incontrovertibile causato dall'atmosfera intorno – mi accorsi io stesso che, tra allenamenti e partite su campi da pallavolo, era mia abitudine utilizzare la voce per accompagnare e dirigere alcuni gesti tecnici. L'emissione corporea della voce mi consentiva di trasferire all'azione sportiva un'energia totale. Un'intensità interna sgorgava nel gesto in forma di suono vocale.

Nei tornei di tennis, dove il pubblico sulle gradinate è da sempre disciplinato al silenzio, lo si può notare anche in televisione. I suoni prodotti da giocatrici e giocatori prima dei colpi (durante), oltre a divertire spettatori non avvezzi, liberano la potenza dalla propria misura.

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Esistono discipline artistiche, come il teatro nelle sue differenti branche performative, alcune arti marziali o alcune pratiche di meditazione (ma si potrebbero fare molti altri esempi), che adempiono all'allenamento fisico e metafisico della voce per veicolare e controllare la gamma di frequenze emesse.

In tal senso, Enrico Pitozzi insieme a Ermanna Montanari per il progetto Malagola del Teatro delle Albe dedicano numerose riflessioni (raccolte nella preziosa collana omonima edita da Sigaretten) con l'obiettivo di monitorare i processi di creazione contemporanea che investono ad ampio raggio la relazione tra il suono e la voce.

"Nell'intarsio del testo, tra italiano e dialetto romagnolo", scrive Pitozzi in Del tragico acustico, "dapprima il corpo della Montanari è immobile, percorso da un tremito, una vibrazione continua. Appare e scompare nell'effetto di una luce diafana. Passa attraverso una minima vibrazione, i micro-movimenti la rendono vulnerabile. Ogni gesto è smantellato, suddiviso e anatomizzato in altrettante posizioni iconiche, che lasciano filtrare le sensazioni che lo attraversano. Non c'è azione, niente dramma, solo una voce che si propaga in un labirinto di luci e suoni elettroacustici." [...] "Quelli di Montanari sono dunque dei murmura, dei mormorii al limite dell'incomprensibile; qualità frutto di un pestare la voce – come la stessa Montanari ricorda – un macinarla, frullarla. Il pestare indica così, in modo del tutto analogo, una variazione di stato intensivo della voce, la modulazione qualitativa di uno stato musicale."

Lo studio pratico, incarnato, di questo linguaggio interno mi sembra possa risultare decisivo anche per un sapiente bilanciamento atletico. Può il suono vocale – quel cataclisma emotivo che antecede il frammento gestuale –, quando non avviene già con una spontaneità selvatica, impratichire la propria via d'uscita con un obiettivo atletico? Non solo, sia chiaro, con il fine utilitaristico di farsi più performanti, ma con lo slancio artigiano di affinare, sondare e capire l'organo strumentale che il corpo rappresenta. Che suono ha il mio corpo? Come suona il mio adesso? E perché?

Pitozzi e Montanari, indicano come tragico acustico quel modo di lasciare affiorare quella "forte emozione" (da Aristotele) che tocca spettatori e spettatrici, "portandoli così a percepire l'infinito scorrere delle cose che affiora nella forma finita della visione". Il loro sforzo laborioso è comunicativo e non prestazionale. Un'esperienza di catarsi individuale e collettiva mediata dal suono.

Nell'atmosfera di un palco sportivo, prima ancora di un'esultanza febbrile, di uno schiocco di vittoria o sconfitta, può uno spettatore percepire "l'emozione forte" che ho imparato a trasmettere attraverso la mia sonorità vocale? Può udire il mio precipitato acustico, l'intimo suono che da me si propaga, da me proviene?

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