America al voto. Paranoico a chi?

18 Settembre 2026

L’8 novembre cittadine e cittadini degli Stati Uniti andranno a votare per le elezioni del cosiddetto midterm per eleggere i loro rappresentanti alla Camera e al Senato. Abbiamo pensato di  colmare questo periodo pubblicando una serie di articoli dedicati a libri - narrativa e saggi  che possono aiutarci a capire cosa accade giorno per giorno in America in un momento così complesso e imperscrutabile di un paese che continua, nonostante tutto, a influenzare i destini del nostro Pianeta, e in una presidenza così imprevedibile, fonte di preoccupazioni, paure e timori continui. E magari anche a leggere il Futuro con il Passato.

Mai come oggi il detto «siamo tutti americani», sdoganato con il crollo delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001, sembra assumere un significato diverso. Allora voleva dire solidarietà con l’America ferita; oggi potrebbe voler dire che quello che sta accadendo al di là dell’Atlantico riguarda tutti noi. E che, forse, le prossime elezioni di metà mandato sono l’ultima occasione per provare a fermare il disfacimento per stillicidio della democrazia a stelle e strisce. Gutta cavat lapidem: la goccia scava la pietra.

I Democratici riusciranno a riprendersi il Senato e tornare ad avere voce in capitolo sulle mosse più controverse della Casa Bianca? È la domanda da un milione di dollari che gira sui giornali e talk show, e che mi sento rivolgere anch’io, sempre più spesso. Cosa rispondo? Che faccio fatica a immaginare che l’elettore dell’America cosiddetta profonda – quello che vive negli stati delle grandi pianure, Kansas, Dakota, Nebraska, Missouri, o della Bible belt, l’area storicamente e culturalmente più conservatrice del Paese, legata a temi identitari e religiosi, quello che gira in pickup con i fucili da caccia appesi al lunotto posteriore e la preda del giorno legata sul cofano – possa lasciarsi convincere dalle posizioni della pasionaria savonaroliana Alexandria Ocasio-Cortez, deputata dem che, in vista delle elezioni di novembre 2026, e della rincorsa alle presidenziali del 2028, ha apparentemente iniziato a prendere le distanze dagli eccessi della politica woke che lei stessa aveva contribuito a rendere popolare e invisa allo stesso tempo. Intervistata sulle posizioni più estreme di alcuni suoi colleghi, ha citato ridendo l’autocritica (in stile proto-maoista) di un consigliere comunale che aveva detto: «Woke one was crazy», il woke della prima ora – quello zelante, dogmatico, elitario, moralistico – era folle. Ma quando le si chiede di spiegare cosa intendesse davvero, sfugge.

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E anche uno smarcarsi appena accennato, mai fino in fondo rivendicato, dice qualcosa: se persino AOC sente il bisogno di lasciar correre la battuta – pur ridendo, ma senza spiegarne il senso – è perché qualcosa nel rapporto tra la sinistra americana e il paese reale sta, almeno in vista delle elezioni, cambiando. Alludere agli eccessi – dal taglio dei fondi alla polizia, alla guerra culturale intorno al tacchino arrosto del Ringraziamento accusato di radici colonialiste – è già un terreno che solo qualche anno fa nessuno a sinistra avrebbe osato toccare.

Ma qui arriva il problema. Perché la domanda non è soltanto se i Democratici riusciranno a conquistare i quattro seggi necessari per riprendersi il Senato. La domanda è se riusciranno a capire l’America che hanno davanti. Un’America che, almeno dal punto di vista politico, sembra improvvisamente vivere in un universo parallelo e distopico rispetto al resto d’Occidente. Un’America arrabbiata, impaurita, sospettosa, incattivita, convinta che qualcuno, da qualche parte, le stia portando via qualcosa e non le permetta di vivere quell’età dell’oro promessa dal tycoon dal water d’oro.

E così, curiosamente, bisogna tornare indietro al 1964 quando lo storico Richard Hofstadter pubblicava un saggio destinato a diventare uno dei testi più citati e indispensabili per capire la politica americana: The Paranoid Style in American Politics, in cui analizzava le radici del farneticamento cospirazionista e del delirio persecutorio nella storia politica degli Stati Uniti, e che oggi l’editore Adelphi ristampa nella collana Microgrammi col titolo Lo stile paranoide nella politica americana, nella traduzione di Francesco Pacifico.

La paranoia patriottica

La storia del testo che, riletto oggi, ci sembra scritto su misura per l’America di Trump, comincia più di sessant’anni fa, all’Università di Oxford. È il 21 novembre 1963 quando Richard Hofstadter tiene la Herbert Spencer Lecture dalla stessa cattedra dove trent’anni prima Albert Einstein aveva parlato Sul metodo della fisica teorica. La sua è una conferenza ben diversa: parla della tradizione cospirazionista nella politica americana, di quella disposizione mentale che porta a vedere dietro ogni avvenimento l’azione di forze oscure, nemici invisibili e complotti onnipotenti. E mentre lo storico cerca di ricostruire le tracce di questa paura, l’America sta per vivere uno dei traumi destinati ad alimentarla.

Il giorno dopo, a migliaia di chilometri di distanza, il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy viene assassinato a Dallas. Una di quelle coincidenze che, a posteriori, sembrano quasi una metafora.

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Quell’omicidio diventerà esso stesso una fucina di sospetti destinata a durare per decenni – la Commissione Warren accusata di insabbiamento, il secondo tiratore sulla collinetta erbosa, il ruolo della CIA, quello della mafia – fino ai nuovi fascicoli desecretati da Washington nel 2025. Proprio la materia che Hofstadter, in quel lontano autunno, aveva appena finito di analizzare.

Hofstadter prendeva in prestito un termine medico per spiegare un modo di credere e propugnare idee politiche di coloro che appartengono, in fondo, anche alla famiglia allargata dei terrapiattisti, di quelli che sulla Luna non ci siamo mai andati, dei cacciatori di scie chimiche, e persino, dall’altro lato dello spettro, dei seguaci della religione woke, del politicamente corretto, della cancel culture. In pratica il fantasma degli “opposti estremismi”.

A Hofstadter, del resto, non importava chi avesse ragione o torto: interessava la sintassi con cui gli appartenenti allo “stile paranoide” difendevano le loro tesi, non il contenuto. Il sentimento di persecuzione, scriveva, è centrale tanto nel paranoico clinico quanto nel suo omologo politico; la differenza è che il secondo non si sente l’unico perseguitato, ma vede una cospirazione diretta contro un’intera nazione – il che, ai suoi occhi, rende la sua indignazione disinteressata e persino patriottica.

Complotti e sospetti

Passa un anno dalla conferenza di Oxford. A luglio 1964 la convention repubblicana incorona candidato alle presidenziali il senatore conservatore Barry Goldwater, che sfiderà Lyndon Johnson, il vice di Kennedy subentratogli alla Casa Bianca. A novembre, mentre gli americani sono alle urne, il mensile Harper’s Magazine – la più antica rivista generalista ancor oggi in pubblicazione negli Stati Uniti, specializzata in giornalismo di approfondimento, contributi letterari, e che ospita interventi di storici e intellettuali su politica e cultura – pubblica una versione abbreviata della conferenza di Hofstadter che, ampliata e rivista, diverrà il lavoro destinato destinato a entrare nel canone della saggistica politica americana.

Goldwater è il candidato della destra conservatrice che vuole rompere con il consenso liberal costruito a partire dal New Deal rooseveltiano e appena rilanciato dalla Nuova Frontiera kennedyana, ridimensionare il governo federale e restituire agli Stati e agli individui una piena autonomia, ma alle urne la sua candidatura si tradurrà in una delle più pesanti sconfitte nella storia delle presidenziali: 486 grandi elettori contro 52.

Certo Goldwater non inventa la paranoia politica americana, naturalmente. Hofstadter lo sa bene: ne va però a cercare le tracce indietro nella storia che si ripete, nelle paure antiche dei complotti massonici, negli attacchi ai gesuiti, nel sospetto verso gli immigrati, nell’anticomunismo e nel maccartismo.

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Le fantasie cospiratorie dei “veri americani”

Ed è proprio qui che Hofstadter diventa interessante. Il suo bersaglio non è né Goldwater, né la destra in quanto tale. Nel suo saggio scrive, infatti, che lo “stile paranoide” non è necessariamente di destra: è una forma di linguaggio politico caratterizzata da esagerazione, diffidenza e fantasia cospiratoria. Ma in quel 1964 è soprattutto la destra radicale ad averne fatto uno strumento politico efficace, trasformando le animosità e le passioni di una minoranza in una forza elettorale. Goldwater diventa così un caso emblematico non perché incarni tutto ciò che Hofstadter descrive – fra l’altro, non era neanche il tipo di conservatore cristiano caro alla destra repubblicana antilibertaria – ma perché attorno alla sua candidatura quello stile di politica smette di essere una voce marginale e arriva al centro della scena nazionale.

Hofstadter si domanda da dove venga quella rabbia. Perché l’America produca periodicamente movimenti convinti che il paese sia stato sequestrato da qualcuno, che dietro la politica ufficiale agiscano poteri occulti, e che soltanto una minoranza di eletti, gli unici depositari della vera America possa salvarla. Ed è questa la domanda che rende il suo saggio attuale perché è come se Hofstadter ci parlasse del presente individuando una forma di linguaggio politico destinata a sopravvivere ai suoi protagonisti.

Lo “stile paranoide” non consiste infatti nell’avere idee folli. Consiste nel modo in cui quelle idee vengono raccontate, in cui tutto ciò che accade sembra essere il risultato di un piano; dietro ogni sconfitta c’è un tradimento; dietro ogni cambiamento c’è una regia occulta.

Have you no sense of decency, sir?

È difficile leggere queste pagine oggi senza pensare a Donald Trump, alle grandi teorie del complotto che hanno accompagnato la sua ascesa, dalla vicenda del birtherism – la tesi, mai sostenuta da alcuna prova e ripetutamente smentita, secondo cui Barack Obama non sarebbe nato negli Stati Uniti e non avrebbe quindi avuto titolo per essere presidente – alla convinzione che le elezioni del 2020 gli siano state rubate. Ma a qualcosa di più strutturale: alla costruzione di un’America nella quale il paese è sempre sotto assedio e i veri americani sono sempre sotto attacco: da parte di immigrati, élite universitarie, media, globalisti, massoni, dei George Soros e Bill Gates di turno. Cambiano i nomi dei nemici, non cambia la grammatica del racconto.

È un meccanismo che Hofstadter aveva già individuato ben prima, e che Trump ha avuto la capacità, forse senza precedenti, di trasformare da linguaggio della periferia politica in linguaggio del centro.

Già in The American Political Tradition (1948) raccontava la storia degli Stati Uniti attraverso ritratti impietosi dei suoi grandi uomini – da Jefferson a Franklin D. Roosevelt – spogliati della retorica agiografica. Ma è in L’odio per gli intellettuali in America (Premio Pulitzer 1964, riproposto in Italia da Luiss University Press nel 2024) che il sospetto americano verso la cultura, gli esperti, il pensiero critico trova la sua trattazione più ampia: un’opera monumentale le cui radici Hofstadter rintraccia nei movimenti evangelici e nella cultura di frontiera, sì, proprio quella del Far West, dei cow-boy, di John Wayne e John Ford: l’autosufficienza pratica contro il sapere astratto, la diffidenza verso le istituzioni centralizzate e i loro esperti, la fiducia nel buon senso dell’uomo qualunque contro le credenziali accademiche. Sulla frontiera contava saper cavarsela, non la teoria. Chi veniva da Boston o Harvard o Yale con la sua cultura libresca era percepito come inutile, se non sospetto.

La paranoia politica, scrive Hofstadter, non è una malattia individuale. È una relazione tra un leader e una parte del pubblico. Per funzionare ha bisogno di una massa di persone (le decine di milioni che hanno votato Trump) che si senta risentita, esclusa. Il leader deve semplicemente indicare il nemico, dargli un nome, costruire intorno a quel nemico una storia nella quale i suoi sostenitori possano riconoscersi. Ora è la Danimarca che gli nega il giocattolo Groenlandia, ora è l’Europa intera che con le sue regole non lascia giocare a piacimento gli amichetti oligarchi della Silicon Valley. Fra un po’ toccherà a Cuba.

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E dire che per togliersi di torno il cacciatore di comunisti immaginari, l’ingombrante Joseph McCarthy, bastò invece una domanda – «Have you no sense of decency, sir, at long last? Have you left no sense of decency?» – rivoltagli in diretta tv il 9 giugno 1954 dall’avvocato dell’esercito Joseph Welch, durante le udienze convocate dopo che il senatore del Wisconsin aveva accusato persino l’esercito americano di essere infiltrato da rossi sovversivi. Domanda che segnò non solo l’inizio del crollo del potere di McCarthy, ma il momento in cui lo stile paranoide, per la prima volta, perse pubblicamente la sua presa.

Ma quell’affondo, da solo, non sarebbe bastato: funzionò perché il partito, stufo delle sue mattane, era pronto a scaricarlo. Con Trump quello stesso richiamo alla decenza istituzionale, in forme diverse, gli è stata rivolto più volte, ma non è mai bastato a farlo vacillare: perché, a differenza di allora, sia la base che l’establishment del partito repubblicano si riconoscono in pieno nella paranoia MAGA.

Make America Great Again, allora, può essere letto non come uno slogan nostalgico, ma come la risposta politica a una sensazione di espropriazione. Qualcuno ci ha portato via l’America. Qualcuno ci ha rubato le elezioni. Qualcuno ha cambiato le regole. Qualcuno ci impedisce di tornare al tempo in cui le cose erano come dovevano essere.

Qui il saggio di Hofstadter smette di essere soltanto un libro sulla destra americana e diventa una specie di manuale per leggere la politica contemporanea, non solo a stelle e strisce. Scrive: «Scelgo la storia americana per illustrare lo stile paranoide solo perché sono un americanista, e per me è dunque una scelta di convenienza. Ma il fenomeno non è limitato all’esperienza americana, così come non lo è all’epoca contemporanea».

Proprio questa distinzione rende il libro utile. Non ci dice semplicemente chi è pazzo e chi non lo è. Ci chiede di osservare come una società costruisce i propri nemici, come trasforma il risentimento in identità politica e come la paura possa diventare una formidabile macchina elettorale.

Nel 1964 quella macchina era soprattutto una forza della destra radicale tenuta lontana dalle stanze del potere. Sessant’anni dopo è arrivata alla Casa Bianca.

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