Sergio Flamigni, l'uomo degli archivi

18 Aprile 2026

Il 10 dicembre scorso è scomparso, alla tenera età di 100 anni, Sergio Flamigni, l'uomo degli archivi, colui che ha fatto della ricerca storica sul rapimento di Aldo Moro e sulla loggia segreta P2 una ragione di vita.

Dobbiamo essere grati a Sergio Flamigni per aver lottato alla ricerca della verità su diverse vicende oscure della Repubblica. E lo ha fatto con passione e determinazione per tutta la vita. Quel “roveto ardente” che lo ha fatto vivere a lungo. Valgono le parole di Natalia Ginzburg in Le piccole virtù: “Che cos’è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita? Una vocazione, una passione ardente ed esclusiva per qualcosa… Amare questa cosa al di sopra di tutto, di qualunque privazione, perché l’unica fame e l’unica sete sarà la passione stessa, che avrà divorato tutto quanto è futile e provvisorio, e regnerà sola sullo spirito. Una vocazione è l’unica vera salute e ricchezza dell’uomo”.

Sergio Flamigni nacque a Forlì il 22 ottobre 1925, giusto un mese prima del “Commiato” di Luigi Albertini, direttore e azionista del Corriere della Sera, costretto “col cuore gonfio di amarezza” a lasciare il giornale milanese, estromesso dal regime fascista, insofferente alla libertà di opinione. Un mese dopo anche il più prestigioso collaboratore, Luigi Einaudi, lasciò il Corriere della Sera, dopo aver scritto dal 1903 al 1925 ben 2744 pezzi, tra articoli ed editoriali. Uno dei più noti fu “Il silenzio degli industriali” pubblicato in prima pagina il 4 agosto 1924 – il delitto di Giacomo Matteotti è del 10 giugno 1924 – dove il futuro governatore della Banca d’Italia non la mandò a dire: “Contro lo stato di illegalismo, contro le minacce di seconda ondata, contro la soppressione della libertà di stampa hanno protestato i giornali, i collegi professionali degli avvocati, i partiti politici pure aderenti al governo attuale, come i liberali, ed alta si è sentita ieri la voce dei combattenti. Soltanto i capitani dell’Italia economica tacciono”.

In una terra, la Romagna, in cui la Guerra di Liberazione combatté all’ultimo sangue. Flamigni, ragazzo, scelse subito da che parte stare e si arruolò partigiano accanto a Luciano Lama nella brigata Militante "Gastone Sozzi" sotto la guida di Arrigo Boldrini, il leggendario comandante "Bulow" (generale prussiano Friedrich von Bulow che combatté contro Napoleone, ndr.), tra i principali organizzatori della Resistenza in Romagna, poco sopra la Linea Gotica.

Finita la guerra, Flamigni si impegnò prima nel sindacato – nella Cgil di Forlì, e poi nel 1952 fu nominato segretario della Camera del Lavoro – e poi nel Partito Comunista in qualità di consigliere comunale e provinciale. Nel 1960 viene nominato segretario regionale del PCI per l’Emilia Romagna. Nel 1969 iniziò la sua attività pubblicistica con Resistenza in Romagna (con Luciano Mazzocchi, La Pietra edizioni).

Parlamentare comunista dal 1968 al 1987 – prima deputato e poi senatore –, ha fatto parte in modo attivo delle Commissioni d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e dell'Antimafia.

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Conclusa la vita parlamentare, Flamigni iniziò una fervida nuova fase della sua vita dedicata alla ricerca storica, che ha avuto numerosi frutti, i numerosi saggi, spesso pionieristici (tutti pubblicati da Kaos edizioni) tra cui Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2 (1996); Il mio sangue ricadrà su di loro. Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br (1997); Il covo di Stato (1999); I fantasmi del passato. La carriera politica di Francesco Cossiga (2001), che fece incazzare tantissimo il “Picconatore”, il quale, piccato, accusò ingiustamente Flamigni di essere un dietrologo stalinista, La sfinge delle Brigate rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti (2004).

Flamigni è un uomo che ha dedicato un’intera vita alla ricerca instancabile della verità. La determinazione archivistica lo portò a creare un centro di documentazione a casa sua ad Oriolo romano. Successivamente la quantità di carte raccolte in tutta Italia sulle stragi e sul terrorismo fu così imponente, che decise di traslocare e donare casa sua al neocostituito Centro documentazione Archivio Flamigni, nato con un messaggio di Flamigni ai giovani: “È bene che i giovani possano costruire il futuro dell’Italia valendosi della memoria e della conoscenza del passato onde evitare le tragedie causate dal fascismo, dalla guerra e dal terrorismo. La memoria storica può costituire un patrimonio di sapienza e di forza per i giovani che intendono operare e lottare per un futuro in cui sia possibile conquistare pace e lavoro nello sviluppo della democrazia”.

Il caso Moro segnò la sua vita, quasi un’ossessione per lui da quando nel gennaio del 1980, da senatore Pci, entrò a far parte della Commissione di inchiesta che investigava sul quel pezzo oscuro di storia italiana.

Nell’epigrafe di La tela del ragno (Kaos edizioni, prima edizione 1988), Flamigni cita Solone: "La giustizia è come una tela del ragno, trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi". Nella premessa si spiega come "la contrapposizione determinata dalla "guerra fredda" fermò in Italia la prevista democratizzazione degli apparati dello Stato e la piena attuazione dei principi costituzionali. La riorganizzazione dei servizi di sicurezza, in particolare, fu dettata dagli Stati Uniti e affidata a personaggi legati al passato regime fascista; la Cia preparò piani finalizzati a contrastare l'eventuale ritorno del Pci al governo del Paese. Quella italiana era una sovranità sempre più limitata dalle esigenze atlantiche della "guerra fredda".

Lo storico Miguel Gotor ha evidenziato come Flamigni abbia messo a fuoco, "con una vera e propria controinchiesta, i tanti lati oscuri di un passaggio fondamentale della storia della Repubblica, sia sul versante brigatista, evidenziando incongruenze testimoniali e relazioni ambigue, sia sul versante di quella parte degli apparati dello Stato infedeli".

La tela del ragno è denso di racconti inquietanti che rivelano come Aldo Moro – rapito in via Fani dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 – non dovesse essere trovato per nessuna ragione al mondo. Doveva morire, insieme al “compromesso storico” – l'accordo di governo tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista italiano –, osteggiato in ogni modo da Henry Kissinger, potentissimo segretario di Stato, colui che minacciò Aldo Moro durante la sua visita negli Stati Uniti nel 1974: "Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara". Successivamente Moro, scosso, anticipò il ritorno in Italia e confidò al suo stretto collaboratore Corrado Guerzoni di volersi ritirare dalla vita politica. Il giornalista Claudio Gatti sintetizzò 15 anni dopo la situazione sull’Espresso del 25 ottobre 1993 con un pezzo dal titolo "Se non torna è meglio".

"Valerio Morucci e Mario Moretti hanno sempre negato che i due motociclisti in sella alla Honda fossero delle Br. Se i due capi hanno detto il vero (e c'è da dubitarne) occorre prendere atto che sulla scena dell'attentato non c'erano solo le Br: parteciparono all'azione, contribuendo alla sua riuscita, anche altre "entità" rimaste ignote... decisiva la presenza di un tiratore scelto in grado di sparare con precisione", probabilmente un killer di nazionalità tedesca, che mise a segno ben 49 colpi. Persero la vita i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino.

Sabato 18 marzo. Gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo, guidati dal brigadiere Domenico Merola, si recano al numero 96 di via Gradoli per perquisire l'edificio; vengono perquisiti tutti gli appartamenti, salvo quello abitato dal capo delle Br Mario Moretti (sotto la falsa identità di "ingegner Borghi") perché l'inquilino non risponde al campanello e gli agenti presumono sia assente". Come tutti gli storici di vaglia, Flamigli si è sempre servito delle fonti corrette. In questo caso dei documenti rivenienti dallo scandalo dei “fondi neri” del Sisde del 1993 dove si evince che numerosi appartamenti di via Gradoli erano di proprietà di società fiduciarie dei servizi segreti, che affittavano a terroristi rossi (BR) e neri (NAR). L’amministratore di quel condominio, Domenico Catracchia (scomparso nel febbraio 2026), uomo di fiducia dei servizi stessi, è stato condannato a quattro anni in via definitiva per false informazioni al pubblico ministero nell’ultimo processo a carico dei mandanti (Licio Gelli, Umberto Ortolani e la P2) ed esecutori (Fioravanti, Mambro, Cavallini, Ciavardini, Bellini, tutti facenti parte dei Nuclei Armati Rivoluzionari, NAR) della Strage di Bologna.

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“Mercoledì 22 marzo. Il sostituto procuratore Luciano Infelisi riceve un rullino di fotografie scattate qualche minuto dopo la strage... rullino che verrà poi smarrito dal magistrato". Si tratta dello stesso sostituto procuratore che fu uno degli esecutori – insieme al giudice istruttore Antonio Alibrandi – nel 1979 dell'attacco alla Banca d'Italia guidata da Paolo Baffi (leggasi per approfondimenti il volume di Beniamino A. Piccone, Attacco alla Banca d’Italia. La difesa di Paolo Baffi, 2025, ndr).

All'indomani della strage di Via Fani, Baffi prese carta e penna e scrisse alla moglie Eleonora Moro una lettera bellissima che qui riporto (ASBI, Carte Baffi, Monte Oppio, cart. 9, fasc. 5):

Gentile Signora,

sono certo di esprimere il sentimento di tutti i miei colleghi della Banca, oltre che il mio, nel manifestarLe il senso di angoscia e trepidazione con cui seguiamo in questi tristi giorni la sorte del Suo illustre consorte. La sua auspicata sollecita liberazione segnerà un momento di unità nel quale tutta l’Italia si ritroverà commossa come una grande famiglia. Con l’altezza dell’ingegno e con l’esempio morale, Egli è assurto nella dignità massima guida spirituale non solo del suo partito, ma di una moltitudine di cittadini onesti e preoccupati della sorte della Patria che in Lui si riconoscono.

Personalmente, ho l’onore di essere suo collega di insegnamento alla Facoltà di scienze politiche, dove più di una volta, con viva ammirazione e una punta di commozione, mi è accaduto di incontrarlo, intento a pazientemente e dottamente argomentare con gruppi di allievi che attenti gli facevano corona. Possa egli presto ritrovarsi tra quei giovani, a guidarne gli slanci ed arricchirne le menti.

Con tali sentimenti La prego di credermi.

Suo, Paolo Baffi

All'interno del suo Centro di documentazione, Flamigli e i suoi collaboratori hanno raccolto le migliaia di lettere che l'Italia intera – scuole soprattutto – mandò alla famiglia Moro nei 55 giorni del rapimento. Spesso la scrittura era semplice, rivelando un'alfabetizzazione precaria e incerta, marcata da errori e imprecisioni (pensate alle numerose lettere indirizzate in via Fani, luogo dell’eccidio della scorta di Moro.

Tutte le lettere e i disegni – toccanti – degli studenti italiani alla famiglia Moro sono state raccolte nel Carteggio di solidarietà. Lo storico Umberto Gentiloni Silveri, nel suo volume Il giorno più lungo della Repubblica (Mondadori, 2016) ha descritto con precisione "lo spaccato di un Paese smarrito, di un tempo perduto: lettere, messaggi, telegrammi provenienti da ogni parte d'Italia e rimasti per anni in scatole o buste di plastica, conservati con premura, sono sopravvissuti ai traslochi e all'oblio”.

Einaudi definì l’opinione pubblica “intesa come insieme dei contribuenti e dei cittadini non partecipanti al banchetto governativo”; senza contributi di spessore e di qualità informativa, l’opinione pubblica naviga nelle fake news ed è inondata da “verità alternative”. Abbiamo quanto mai bisogno di persone ossessionate dalla ricerca della verità come Flamigni.

Con Sergio Flamigni perdiamo un Giusto, un uomo d’altri tempi. Una persona che ha fatto dell’analisi, ricerca storica indipendente una ragione di vita. Un esempio per tutti.

Ti sia lieve la terra, caro Sergio.

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